THE TREE

MAG

Simone Micheli: l’architetto deve essere un eroe!

October 2020

NAME:

Simone Micheli

INTERVIEW by:

Nico Fedi e Paolo Oliveri

LINKS:

Simone Micheli

mi sono laureato con un grande critico del design: Giovanni Klaus Koeing

Io sarei disposto a morire pur di non abbandonare un ideale o un sogno! 

Io credo fortemente che un uomo sia veramente felice quando vive pienamente nel suo mondo nel mondo

Fare i concorsi non è una cosa semplice, ma credo che per i giovani sia un bello strumento, anche se personalmente credo molto di più nella comunicazione che non nei concorsi.

Quando elaboro un nuovo progetto d’interior, non arredo, faccio “architettura dentro”. 

Simone Micheli è uno di quegli architetti che crede davvero nel proprio lavoro, e non abbandona facilmente le sue idee e i suoi sogni. Proviene da una famiglia legata al mondo dell’arte, e questo lo ha condizionato profondamente. Affronta la professione in maniera trasversale, dall’architettura al design, dando molto risalto all’aspetto comunicativo, che reputa un elemento cardine di questo mestiere.

Simone Micheli by Rossano Maniscalchi

Come leggiamo dalla tua biografia, apri lo studio nel 1990. Ci vuoi descrivere brevemente qual è stato il tuo percorso formativo?

La mia formazione inizia dai genitori, da mio padre che era un grande artista e mia madre che insegnava storia dell’arte e discipline pittoriche. Ho sempre vissuto nel mondo del colore e della forma grazie a mio padre, che vedevo dipingere quotidianamente. La sua vita familiare e quella professionale erano un tutt’uno, come lo sono anche per me. Successivamente ho intrapreso il percorso di formazione presso la Facoltà di Architettura di Firenze, dove mi sono laureato con un grande critico del design: Giovanni Klaus Koeing. Durante il percorso universitario ho avuto degli incontri meravigliosi, anche se fuori dal contesto accademico. Uno di questi è stato sicuramente quello con Giovanni Michelucci; l’ho conosciuto a Fiesole quando avevo 23 anni, in occasione di una sua mostra di arredi prodotti da Poltrona Frau. In quell’occasione portai con me mia madre; il suo nonno fu il primo capostazione della stazione di Firenze, e lei ben si ricordava dell’inaugurazione di Santa Maria Novella, nonostante fosse una bambina, per cui andò da Michelucci dicendogli che era un onore per lei conoscerlo; Michelucci, che era una persona gentilissima, rispose a mia madre con fare amorevole dicendole: “non mi chiamare maestro, io sono un architetto, ma prima di questo sono un uomo; chiamami Giovanni”. Dopo queste parole io mi “innamorai” di lui perdutamente, e subito gli chiesi se potevo andare a trovarlo nella sua fondazione a Fiesole; lui mi rispose di sì, e di andare quando volevo. Cominciai una specie di pellegrinaggio settimanale, che mi ha visto accompagnarlo fino alla sua morte a 100 anni. Tutte le settimane andavo da lui a farmi illuminare, a farmi passare messaggi significanti, pensieri e riflessioni; lui mi ha dato veramente tanto, sia in termini professionali che umani. È stato un vero mentore per me, un nonno, un secondo padre, una figura dalla quale ho tratto infiniti stimoli legati al complesso processo del fare architettonico. L’altro incontro fondamentale, durante il percorso accademico ma sempre fuori dall’Università, è stato quello con Bruno Zevi. Ho collaborato alla sua rivista “l’Architettura” quando ancora avevo 23 anni, prima della Laurea, e anche con lui sono rimasto in stretto contatto fino alla sua scomparsa. Michelucci e Zevi sono stati determinanti per me, non tanto per questioni formali o estetiche, ma per tutto ciò che riguarda contenuti e pensieri.

Aquatio Cave Luxury Hotel & Spa

Cosa significa “Architectural Hero”? Perché hai deciso di chiamarti così?

Simone Micheli Architectural Hero è una società fondata assieme a mia moglie Roberta. Quando dissi a mia madre che avevo chiamato la società in questo modo, lei mi disse: “Simone hai sbagliato a chiamarla così, perché gli eroi sono pronti a morire per i propri ideali…”. Io le risposi che aveva ragione e che quello era il senso. Io sarei disposto a morire pur di non abbandonare un ideale o un sogno! Questo nome è legato alle performance del mio quotidiano lavoro. Io non ho mai rinunciato ai sogni, ma sempre combattuto con le amministrazioni pubbliche e le soprintendenze in Italia, per mantenere vivi i miei ideali e tenere fede alle creazioni. Un’opera di architettura è un’opera di architettura, per la quale io lotto sempre in maniera agguerrita! Il nome dello studio in sostanza deriva dalla mia volontà di combattere e non abbandonare il sogno, per  costruire un’architettura qualificante che tonifichi e valorizzi la vita.

Quindi la frase che leggiamo sulla homepage del tuo sito, “Il mio obiettivo è costruire edifici sostenibili per qualificare il paesaggio” , ha a che fare con quello che mi hai appena detto…

Certo! Io lavoro come tutti gli architetti che hanno un cuore e una testa pensante, e non si occupano solo di donare “un’estetica gradevole” o “carina”, parole che non sopporto nel modo più completo, per costruire opere d’arte sostenibili!. Ogni Architetto di spessore intellettuale e grande cuore, che cerca di rispondere con la propria voce ed il proprio pensiero, attraverso gesti performanti, a esigenze vecchie o nuove, in maniera dinamica e dirompente, merita grande rispetto. Tutto ciò che ho costruito in questi 30 anni di professione va nella direzione della qualificazione della vita attraverso dei segni che appartengono alla mia identità. Per fare il mio lavoro devo quindi trovare dei compagni di avventura che abbiano la visione in sintonia con la mia, perché come ho ripetuto più volte  non sono disponibile a rinunciare ai miei sogni. Io credo fortemente che un uomo sia veramente felice quando vive pienamente nel suo mondo nel mondo; io sono davvero fortunato, perché sono felice e vivo con armonia e meraviglia nel mio mondo.

Il tuo lavoro è piuttosto ampio e spazia dall’architettura, al design, alla comunicazione visiva, ecc. Come ti approcci ad un nuovo incarico? Hai dei punti fissi o cerchi ogni volta di adattare il tuo lavoro alle circostanze?

Quando incontro un nuovo committente è perché lui mi ha scelto, non sono mai in competizione con altri. Il mestiere che faccio può essere assimilabile a quello dello stilista: chi si avvicina a me, per l’intenso lavoro di comunicazione che la nostra società sviluppa sotto la magistrale guida di mia moglie Roberta, è perché vuole me, ed ha un’identità intellettuale assonante alla mia. La mia visibilità internazionale mi permette di attendere i clienti interessati alla mia mano per fare opere di architettura  ma non solo connesse alla dimensione dell’unicità, della distintività. I contraddittori col committente fondamentalmente non esistono, esiste sempre un meraviglioso osmotico scambio intellettuale al fine di individuare percorsi funzionali, logistici ed imprenditoriali capaci di realizzare opere straordinarie ed estremamente vigorose dal punto di vista espressivo.

In relazione a ciò che mi hai detto, cosa ne pensi dei concorsi di architettura?

Quello dei concorsi è un tema molto interessante; chiaramente si tratta di “sparare in aria” e avere la fortuna di incontrare una giuria che abbia una coscienza estetica ed intellettuale tale da valorizzare i progetti più performanti. Fare i concorsi non è una cosa semplice, ma credo che per i giovani sia un bello strumento, anche se personalmente credo molto di più nella comunicazione che non nei concorsi. La comunicazione, per chi ha un’identità lessicale, fornisce delle performance 100 volte superiori a quelle dei concorsi, in architettura e non solo, perché una comunicazione continua su uno stilismo che recita unicità ha un valore notevolmente superiore. Io sono un fautore della comunicazione e non dei concorsi, anche se riconosco che questi ultimi, chiaramente non in Italia ma all’estero, possano essere un tema interessante.

Osservando i tuoi lavori, in special modo negli interni, sembra di essere catapultati in una dimensione “futura”, dove oggetti nuovissimi dialogano con contesti antichi. Come riesci ad ottenere questo connubio?

Nei recuperi architettonici, di qualsiasi tipo essi siano, cerco sempre di salvaguardare l’esistente, lavorando con la logica del restauro filologico, per poi introdurre tematiche estetiche, formali e prima ancora contenutistiche performanti per chi deve vivere gli spazi. Cerco sempre di donare un nuovo assetto visivo e  alle “cose”, ma con un’identità visiva che permette, attraverso una dissonanza voluta tra passato, presente e futuro, il racconto di una nuova storia. Quando mi chiedono un pensiero sulla città, io rispondo che per me la città è un foglio bianco dove tante persone hanno scritto e scrivono con continuità e diversità La città è bella per questo, perché ci sono tanti brani dissonanti l’uno dall’altro, tanti frammenti che si accavallano l’uno all’altro. E’ una scrittura e riscrittura continua, e io credo fortemente in questo. Io mi sento un uomo del 2150 incurante del terribile scenario visivo che caratterizza il nostro presente! Quando elaboro un nuovo progetto d’interior, non arredo, faccio “architettura dentro”. Quando mi occupo di un restauro non opero mai con la logica dell’emulazione. Se parliamo di esterni, sono sempre super desideroso di raccontare la storia iconica appartenente al nostro tempo capace di accostarsi per dissonanza voluta , ad una narrazione del passato, per far sì che entrambe le situazioni diventino più dense di verità e di significato.

Questo permette di far sì che gli “oggetti” involucri ed involucranti da me creati diventino degli  iperbolici volani comunicativi.

Aquatio Cave Luxury Hotel & Spa

Anche l’ironia o la semplice forza di un’immagine fotografica sono punti importanti del tuo lavoro per risolvere uno spazio…

Assolutamente si! Ho da poco terminato un lavoro a Verona, dove il progetto è fatto di pochi segni, pochi arredi, materiali essenziali e neutri. Il divertimento intellettuale è stato quello di coinvolgere un mio caro amico, l’intelligente e sensibile Maurizio Marcato, ad interpretare la città, attraverso le sue immagini fotografiche, cogliendo frammenti visivi che solo lui poteva cogliere, per poi trasformare queste sue visioni in affiches paretali, ricreando un gioco allusivo che ancora una volta ti trasporta nel mondo dell’artisticità. In questo caso, in alcune pareti del compendio immobiliare non sono attaccate delle iconografie ma appassionate riflessioni condotte da un grande  uomo innamorato dei dettagli. I teli fotografici sono divenuti, dunque, parte integrante di un unicum perfettamente collegato agli esterni della storica città.

House Boat

In questo nuovo tempo che ci apprestiamo a vivere, quale sarà il ruolo dell’architetto e quali mezzi utilizzerà per svolgere il proprio lavoro secondo te?

E’ una bella domanda… Io mi occupo di progetti che vanno dai masterplan, all’architettura, agli interni, al design fino al corporate design, quindi la mia lettura è trasversale. Al momento stiamo sviluppando molti progetti di design per l’emergenza e per quello che ci aspetta nel futuro prossimo, come mascherine, sanificatori, moduli per la ristorazione, colonnine per la distribuzione di gel ecc., ma la questione più importante, a parer mio, è che finché non ci saranno delle linee guida intelligenti e un processo di norme internazionali che ci permettano di lavorare nella giusta direzione, in contributo dei progettisti non potrà essere che parziale ed inesatto. Una volta determinato con chiarezza dal legislatore il quadro normativo generale, il compito dei progettisti sarà trovare risposte effettive e intelligenti a domande che il mondo ci pone, e trasformare quindi delle necessità oggettive in realtà funzionali.

Ci vuoi parlare del tuo progetto “Aquatio Cave Luxury Hotel & Spa”?

Questo progetto è stato condiviso assieme all’architetto Cosimo Dell’Acqua, che è stato sia mio committente, assieme ad altri soci, sia collega. Lui ha seguito la parte di restauro filologico e la distribuzione architettonica, mentre io ho curato l’architettura degli interni, il progetto illuminotecnico e mia moglie Roberta il progetto di visual design. La volontà è stata quella di lavorare non per mimesi o emulazione di “arcaiche” storie, ma di inserire delle connotazioni estetiche peculiari, che rendessero questo progetto un’opera d’arte da esperire e comunicare come tale. Il progetto ha già vinto 3 premi internazionali e ricevuto infiniti plausi dalla stampa internazionale. La grande comunicazione fatta sull’opera ha portato dei rilevanti vantaggi agli investitori. La struttura ha infinite particolarità e servirebbe un pomeriggio per evidenziarle tutte. Ho cercato di non toccare niente dell’esistente e di salvare, assieme a Cosimo, tutto ciò che si poteva conservare. L’impianto illuminotecnico è definito attraverso opere di riflessione, che partendo dal pavimento, l’unica cosa che desideravamo contaminare, si diffondono negli ambienti e creano delle performance visive incredibili. Al passaggio degli avventori, si generano delle ombre pazzesche sui soffitti voltati; tutto ciò conferma una suggestione desiderata e voluta che passa attraverso il progetto della luce. In questo luogo convivono in armonica dissonanza presente, passato e futuro.

Aquatio Cave Luxury Hotel & Spa

Ci vuoi dire qualcosa su “House Boat”?

House Boat è una piccolissima residenza di 55 mq. Si chiama così perché ogni spazio ha una funzionalità che appartiene più al mondo della navigazione, che a quello della dimora canonicamente conosciuta. Nella casa caratterizzata da zona living-pranzo-cucina un bagno, due camere ci sono 8 posti letto. Dato che nella minuscola dimora mancava il secondo bagno, nella camera matrimoniale è stato incastonato a scomparsa un wc ed un lavabo con specchio nell’armadio, mentre la seconda doccia è in giardino. Gli spazi ottimizzati all’inverosimile ed il performante confort espresso da ogni dettaglio la rendono veramente la “barca delle barche”.

House Boat

Ci vuoi raccontare delle tue luci “DoDot”?

“DoDot” lo definisco “un iconico corpo illuminante immaginato per apparire in architettura grazie al colore, sparire attraverso le sue pure geometrie. È un insieme di tecnologia e forma capace realmente di brillare nel mondo del progetto per le sue prestazioni illuminotecniche e di incredibile orientabilità” come “un corpo illuminante invisibile-visibile”. 

Compatta e performante, DoDot si compone di due piccole semisfere orientabili per +/- 46° e si caratterizza per l’eccellenza tecnica in termini di potenza e qualità della luce.  Il flusso luminoso è di circa 2 mila lumen ed è dimmerabile. Il fascio di luce, emesso dalla sorgente LED da 17,6 W, potrà essere orientato da un riflettore in alluminio (per un angolo di apertura 15°) o da una lente in vetro (per un angolo di apertura di 48°) a seconda delle necessità del cliente.

Axolight_DODOT

Ci vuoi parlare del tuo progetto del lettino Slice?

“Slice” è una vera e propria scultura moderna dall’esasperata fluidità derivante da uno stampo rotazionale complesso. Un unico blocco in materiale plastico con un costo di vendita molto contenuto: il valore percepito è altissimo pur essendo un prodotto democratico. Ha un’ergonomia incredibile, un comfort davvero spettacolare! “Slice” può essere lasciato sotto le intemperie per un tempo infinito, e trova la sua ideale collocazione a bordo piscina, su raffinate spiagge oppure nelle spa. Si adatta ad una moltitudine di situazioni in virtù dell’estesa gamma di colori che ne può trasformare camaleonticamente l’aspetto. E’ un elemento d’arredo dalla forte identità.

Lettino Slice

Michelucci, che era una persona gentilissima, rispose a mia madre con fare amorevole dicendole: “non mi chiamare maestro, io sono un architetto, ma prima di questo sono un uomo; chiamami Giovanni”. 

Io non ho mai rinunciato ai sogni

Il mestiere che faccio può essere assimilabile a quello dello stilista

Quando mi chiedono un pensiero sulla città, io rispondo che per me la città è un foglio bianco dove tante persone anno scritto e scrivono con continuità e diversità

THE TREE MAG – The Fruits of Ideas