Mario Trimarchi: sul confine tra design e scultura

 

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Giugno 2019

Mario Trimarchi si forma con Franco Purini, per poi trasferirsi a Milano negli anni ’80. Da lì inizia la sua ricerca e il suo percorso professionale che lo porteranno ad intendere il design come una disciplina molto legata all’arte contemporanea, ed in particolare alla scultura. Abilissimo disegnatore, afferma che spesso non riesce a distinguere la differenza tra disegno e progetto. Nel 2015 si aggiudica il Compasso d’Oro, progettando “Ossidiana” per Alessi, una scultura più che una caffettiera.

Mario Trimarchi

Dalla tua biografia leggiamo che negli anni ’80 ti sei trasferito a Milano. Come hai vissuto e vivi tuttora questa realtà in ambito professionale?

Sono arrivato a Milano per frequentare il primo anno di corso alla Domus Academy appena fondata. È stata un’esperienza unica. C’erano tante persone che venivano da tutte le parti del mondo ed era la prima volta che ad insegnare c’erano solo progettisti, architetti, artisti, stilisti, con un continuo scambio di conoscenze. Negli anni successivi Milano si è aperta al Giappone, si creavano diverse opportunità di lavoro, si organizzavano seminari e workshop in giro per il mondo, sembrava insomma che tutto dovesse crescere all’infinito. Terminato il Master sono rimasto all’interno della Domus Academy, e dopo la direzione di Branzi e Manzini, ho diretto il corso di Design per quattro anni. Parallelamente è iniziato il mio percorso professionale e sono entrato a far parte di Olivetti Design Studio, in cui il futuro delle tecnologie e dell’ufficio veniva disegnato da un gruppo formidabile di progettisti, da Sottsass e Bellini, da De Lucchi a Sowden. In quel periodo il confronto culturale e l’attitudine alla sperimentazione progettuale erano davvero speciali.

Mario Trimarchi per De Castelli, SAMOTRACIA – Disegno inchiostro su carta – 2018

Restando in tema di cultura, ci puoi dire quali sono e quali sono stati i tuoi riferimenti nell’approccio ad un lavoro?

Parto sempre da spunti di progetto un po’ onirici e letterari, magari laterali rispetto alla consueta cultura del design, ma narrativamente intriganti. Aver condiviso per molto tempo tematiche culturali, di formazione e di progetto con persone come Branzi, Restany, De Lucchi è stato molto stimolante e mi ha costretto a guardare sempre un po’ al di lá. Nell’Olivetti Design Studio ad esempio c’era una conoscenza molto aggiornata sullo stato dell’arte nelle tecnologie dell’Information Communication Technology (in quegli anni Olivetti era il maggiore produttore di pc in Europa e vendeva prodotti in tutto il mondo), ma allo stesso tempo si scommetteva sulla costruzione di nuovi scenari di ricerca sul futuro digitale del mondo del lavoro. Poi ho iniziato a lavorare con il Giappone e quindi mi sono avvicinato alla cultura orientale del vuoto; ho diretto per quattro anni una joint venture tra Domus Academy e Mitsubishi per lo sviluppo del design italiano in Giappone, quindi ero molto spesso là, e anche questo è stato una fonte inesauribile di spunti e riflessioni progettuali.

Mario Trimarchi per De Castelli SAMOTRACIA – Photo: Santi Caleca – 2018

Di conseguenza, questo tuo approccio molto scultoreo nei confronti del design deriva anche da queste esperienze?

Per me il design è sempre stato molto vicino all’attitudine dell’arte contemporanea, che cerca di prefigurare il futuro più che di rappresentare il presente. In particolare, sto tentando adesso di scoprire i confini tra design e scultura, per realizzare un cortocircuito che rinfreschi un po’ le poetiche formali che siamo abituati a vedere.

Mario Trimarchi per Alessi OSSIDIANA SOGNA I SUOI ANTENATI – Disegno – 2014

Nel tuo processo progettuale appare molto evidente l’importanza del disegno a mano libera; direi che questo diventa parte integrante del risultato finale…

A volte per me è difficile distinguere nettamente la differenza tra disegno e progetto. Ho studiato e mi sono laureato con Franco Purini che allora stava più di otto ore al giorno a disegnare senza mai interrompersi. La pratica del disegno come riflessione onirica e come pensiero progettuale deriva proprio da quell’esperienza che è stata molto formativa. Oggi posso dire che il disegno mi serve a capire come sono fatte veramente le cose; per questo motivo disegno prima, durante e dopo il processo di costruzione dell’oggetto. Anche quando il prodotto esiste già, io continuo a disegnarlo, da punti di vista sempre differenti.

Lo faccio anche dopo anni, perché in realtà l’oggetto ha una sua vita propria; lo possiamo progettare solo fino ad un certo punto, diciamo fino all’80 per cento, poi il restante 20 per cento dipende da lui, dalle cose del mondo, dal marketing che magari gli assegna un colore non previsto, dalla gente che lo usa in modo inconsapevole. Ed è proprio questo il bello; noi diamo il via, accompagniamo l’oggetto fino alla sua nascita, poi forse scopriamo a poco a poco che anche gli oggetti hanno un’anima, una vita propria, una durata, alle volte si spostano da quello che avevi pensato e spesso dicono cose diverse rispetto a quello che volevi che dicessero. È un processo interessante e cerco di seguire questo cammino degli oggetti attraverso il disegno.

Mario Trimarchi per Alessi OSSIDIANA Caffettiera – Photo: Santi Caleca – 2014

Nei tuoi lavori si percepisce anche un forte legame con la natura, c’è sempre un riferimento ad essa…

Per me esistono il regno animale, il regno vegetale, il regno minerale e il regno degli oggetti; disegnare le foglie, o i rami, o le pietre o dei vasi da fiori è esattamente la stessa pratica. È come se gli oggetti ci dicessero in continuazione: “ci siamo sempre stati, ci saremo anche domani, sopravvivremo felicemente alla fine degli esseri umani…”.

Mario Trimarchi Manifesto per un’Architettura Omeopatica 01
ULTIME INTERVISTE