Marco Di Lauro: dare voce a chi non ce l’ha

By Andrea Carloni e Carlotta Ferrati

Ottobre 2019

Marco Di Lauro è un fotogiornalista di guerra. Ha vissuto in prima persona e documentato molti territori difficilmente comprensibili a noi del mondo occidentale. Parlando con Di Lauro è possibile capire che la sofferenza che alcune popolazioni sono costrette a provare è cosa ben diversa rispetto ai nostri, seppur gravi, disagi della vita quotidiana. Se già di per sé il lavoro del fotoreporter di guerra è un’attività particolare, Marco Di Lauro tra questi è uno dei migliori. È stato premiato con il World Press Photo, una sua celebre foto è stata per diverso tempo esposta all’ingresso del Pentagono, in ricordo delle guerra in Iraq, ed è stata Angelina Jolie a volerlo al suo fianco durante un viaggio umanitario.

The Tree Mag è un magazine di progettazione che si occupa di cercare il “bello”, ma attraverso il lavoro di Marco Di Lauro è possibile capire quanto siamo fortunati ad occuparci di questi temi rispetto a milioni di persone nel mondo la cui unica preoccupazione è come sopravvivere un giorno in più. Ultima cosa, le foto di Marco Di Lauro sono “belle”!

Marco Di Lauro

Per fare il tuo lavoro come reporter di guerra non credo serva solo saper usare una macchina fotografica…

La macchina fotografica è lo strumento principale, ma spesso nel mio lavoro cosa ben complicata è arrivare nel luogo dove poterla usare. La maggior parte del tempo che trascorro in questi posti non è a fotografare, ma ad organizzarmi per fotografare. Altro fattore, che forse molte persone non conoscono, è che ormai è diventato molto costoso raggiungere le zone di guerra ed è quasi impossibile senza l’appoggio di un’agenzia. Questo aspetto condiziona in parte il lavoro dei fotografi perché non è più possibile fare progetti personali autofinanziati.

Marco Di Lauro, Afghanistan “War”

Quindi, il tuo lavoro sta cambiando?

Ho iniziato questo lavoro nel 1998 e fino al 2010 ho documentato quasi esclusivamente conflitti. Negli ultimi anni la mia attività è cambiata e mi occupo sempre più di fare lavori su commissione per aziende. Oggi il fotogiornalismo, a meno che tu non faccia parte dello staff di un’importante agenzia o di un giornale come il New York Times che ti assicura uno stipendio, non è più un lavoro che può darti da vivere.

Marco Di Lauro – South Sudan, “A wild country grows in South Sudan”

Attraverso il tuo lavoro hai la possibilità di conoscere mondi così diversi… 

Infatti, se da una parte vediamo reportage su teatri di guerra in cui la morte è una costante, dall’altra vieni chiamato a fare reportage tra le star di Hollywood per festeggiare i 40 anni di attività di Giorgio Armani. Nel caso di Giorgio Armani, il lavoro è stato commissionato direttamente da lui e ha voluto che facessi un reportage su 3 giorni di celebrazioni per i 40 anni delle sua azienda. È stato uno dei lavori che mi ha divertito di più in assoluto, forse anche perché è all’antitesi di quello che faccio abitualmente.

Marco Di Lauro – Italy, “King George, a 40-years long tale”

Riallacciandomi a quanto hai detto prima, il fatto che non ci siano praticamente più fotoreporter indipendenti credo sia un problema. 

In realtà non è così ma l’opposto; grazie alle nuove tecnologie ci sono sempre più fotografi disposti ad andare nelle zone di guerra a prezzi più bassi. Inoltre le agenzie e le testate riducono costantemente il budget messo a disposizione. Il foto editor di una testata giornalistica, se in passato per ogni articolo doveva scegliere tra qualche centinaia di foto messe a disposizione dai fotoreporter, adesso deve fare una selezione tra molte migliaia e tutto avendo a disposizione anche meno tempo. Non capisco proprio come possa riuscirci.

Marco Di Lauro – Kosovo, “1998 – 1999”

Le tue immagini spesso hanno molta forza e vengono pubblicate su tantissime testate internazionali, ti capita mai di non condividere il testo dell’articolo a cui sono abbinate?

Sì spessissimo. Tieni conto che le mie foto vengono gestite da un’agenzia che distribuisce a 9000 testate giornalistiche.

Quando scatti nelle zone di guerra cosa cerchi di trasmettere? 

Cerco di dare voce a chi non ce l’ha. Racconto la sofferenza delle persone che fotografo o semplicemente la storia di quello che sto vedendo. Faccio tutto questo rimanendo per quanto mi è possibile neutrale. Posso anche dirti che davanti alla morte è difficile non esprimere un giudizio.

Marco Di Lauro – Kosovo, “1998 – 1999”

Tu hai fatto alcune servizi rimanendo al fianco delle truppe, ci puoi spiegare cosa significa?

Ho fatto molte missioni “embedded” sia con le truppe inglesi che con quelle americane.

Per missioni cosa intendi?

In pratica hai l’equipaggiamento dei soldati e li segui durante la missione con l’unica differenza che al posto del fucile hai una macchina fotografica. Corri esattamente i loro stessi rischi e fai le foto mentre da qualche parte potrebbero spararti addosso per ucciderti. Nel 2001 mi sono preso una pallottola nella schiena e purtroppo ho conosciuto colleghi che sono morti durante le missioni.

Marco Di Lauro, Afghanistan “War”

È vero che spesso i soldati in missione sono molto giovani?

Sì giovanissimi, specie gli americani. Credo che dipenda dal sistema di reclutamento delle truppe stesse. Sempre più, negli ultimi anni, hanno reclutato persone provenienti dai ghetti, emarginate o escluse.

Quando ritorni da una delle tue missioni ti capita mai di fare un confronto tra i giovani dei paesi in guerra ed i nostri, del cosiddetto “mondo civilizzato”?

Sono persone completamente diverse. Potrebbe essere propedeutico per tutti trascorrere una giornata in una zona di guerra! Forse la nostra società sarebbe più umana ed elastica nell’accettare determinate cose. Vedo sempre più uno sgretolarsi dei valori e nonostante abbia solo 48 anni faccio fatica a riconoscermi in questa società.

Marco Di Lauro, Afghanistan “War”

La tua celebre foto del bambino che gioca tra le salme dice molto su come esistano più mondi…

Quella foto è stata scelta da Paul Wolfowitz, che al tempo era il vice di Donald Rumsfeld, come simbolo della guerra in Iraq ed è stata appesa all’ingresso del Pentagono. Il giorno che ho scattato quella foto rimasi colpito da questo ragazzino che giocava in modo naturale tra centinaia di salme coperte, come un qualsiasi bambino che passa il suo tempo saltellando.

Marco Di Lauro, Iraq, ”The Aftermath of Saddam”

Credo che nel tuo lavoro la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto ed avere la prontezza di scattare sia fondamentale.

Non mi ricordo chi ha detto: “le foto migliori sono quelle che hai visto, ma non hai fatto”. Posso tranquillamente dirti che le foto migliori della mia vita sono quelle che non sono riuscito a fare o ancor peggio non ho potuto fare.

Non hai potuto in che senso?

Che alcune volte le truppe non mi hanno permesso di riprendere alcune scene.

Marco Di Lauro, Niger, “Food Crisis”

Quindi i militari hanno il potere di impedire ad i giornalisti di riprendere alcune cose?

Assolutamente sì. Tu sei loro ospite. È sempre stato così, il reporter può fare solo quello che gli viene permesso dalle truppe che lo ospitano. Devo anche dire che è permesso filmare praticamente tutto o quasi.

Tu non sei solo un fotografo, ma una persona che si sposta da un paese all’altro. Che rapporto hai con il viaggio?

Io adoro viaggiare. Da qualche anno sono diventato un vero appassionato di viaggi in bicicletta, riesco a fare quasi 20.000 km l’anno in sella! Da poco sono andato da Parigi a Barcellona passando per la Bretagna e per la Normandia.

Marco Di Lauro, Lebanon, “July War”

A proposito di viaggi, in Afghanistan ne hai fatto uno molto lungo a piedi. Ce ne puoi parlare?

È stata una delle più dure e importanti avventure che ho avuto nella mia carriera di fotogiornalista. Era poco dopo l’11 settembre ed entrare nella valle del Panshir in Afghanistan per le vie tradizionali era impossibile. La Associated Press voleva installare un ricevitore satellitare in quel luogo per poi rivendere il servizio alle TV di tutto il mondo, così io ed un gruppo di tecnici satellitari abbiamo iniziato un lungo viaggio a piedi di 22 giorni tra le montagne al confine tra il Tagikistan e Afghanistan.

Marco Di Lauro, Afghanistan “War”

Immagino sia stato estenuante…

Ho quasi perso i piedi a causa dell’assideramento. In quelle zone in inverno sei a circa a -20 gradi. Quando sono stato embedded con le truppe la situazione non è stata tanto diversa, alcune volte ho camminato anche per 72 ore di fila senza dormire con addosso l’equipaggiamento di varie decine di chili, più tenda, sacco a pelo e quant’altro. In alcuni momenti l’unica cosa che riusciva a mandarmi avanti era la disperazione.  

Marco Di Lauro, Afghanistan “War”

Cosa vuol dire fare il fotografo di guerra?

Detta in due parole, fare il fotogiornalista di guerra vuol dire provare dolore continuo sia fisico che emotivo. 

Quando ti trovi a fare servizi in luoghi dove regnano povertà, disagio e morte, si può trovare da qualche parte la bellezza? 

Il mio modo di scattare alcuni lo chiamano “estetica del dolore”. Io invece mi limito a dire che il giudizio sulle mie foto spetta all’osservatore.

Marco Di Lauro, Afghanistan, “Angelina Jolie with UNHCR”
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