Labics: lo studio di architettura come laboratorio di ricerca

By Andrea Carloni e Carlotta Ferrati

Settembre 2019

Labics, fondato nel 2002 a Roma da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, è sicuramente uno dei più interessanti studi di architettura nel panorama italiano. Diciamo questo non tanto per la dimensione dei cantieri che gestisce, ma bensì per il loro modo di fare un’architettura che considera la progettazione uno dei passaggi fondamentali del costruire. Vogliamo sottolineare questo concetto perché quello che a nostro avviso dovrebbe essere ovvio, in realtà non lo è più e troppo spesso vediamo architetture nate dalla “moda” del momento. Nel caso di Labics invece, la progettazione parte da basi concettuali sviluppate all’interno dello studio che vengono via via dibattute e approfondite su ogni singolo progetto.

Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori

Come nasce Labics

Labics nasce dalla volontà di sperimentare e fare ricerca in architettura esattamente come in un laboratorio scientifico. Per questo non abbiamo chiamato lo studio con i nomi dei soci fondatori ma con una sigla che rimanda all’idea di laboratorio. Labics è dunque un luogo in cui la ricerca non è legata al singolo individuo ma ad una serie di temi teorici che vengono dibattuti e condivisi a priori.

Labics, Mast, 2006-2013, Bologna – Photo: Christian Richters

All’interno della sezione “ricerca” nel vostro sito web vi è una lista di 11 parole che rimandano a delle immagini. Ce ne potete parlare? 

Sono parole ed immagini che rappresentano, in modo diverso, la ricerca dello studio; sono al contempo obiettivi e strategie. Come si può notare, non si tratta solo immagini di architettura, anzi nella gran parte dei casi non lo sono. Potremmo dire che esse rappresentano un orizzonte di significato a cui è connesso, ovviamente, un orizzonte estetico. Per citare un meraviglioso lavoro di Gerard Richter, queste immagini rappresentano il nostro Atlas di riferimento. La maggior parte di esse – circolazione, telai, geometria, spazi pubblici, contesto, territori – rappresentano anche delle strutture, nell’accezione ampia che noi diamo a questo termine.

Labics, Città del Sole – Studio di progetto

Pensando anche alla vostra installazione che si chiama “Structures”, qual è il ruolo della struttura in architettura? 

Definiamo in primo luogo il termine struttura: esso si riferisce essenzialmente “all’insieme delle relazioni e delle regole interne ad un sistema, sia esso materiale o immateriale, nel quale i singoli componenti non esistono di per sé ma solo in connessione fra di loro ed in rapporto alla totalità entro cui si collocano”.  Il termine struttura ci parla dunque delle relazioni tra le cose e non delle cose stesse. Concepire un’architettura come una struttura implica dunque il considerarla non come un oggetto autonomo, ma come un sistema composto da diversi elementi tenuti insieme da una logica unitaria. Progettare una struttura significa infatti mettere a sistema – in un’unica entità – tutte le componenti che confluiscono nel progetto. Per questo, le accezioni che il termine struttura può assumere sono molteplici: a seconda del progetto, del luogo, della scala, possiamo parlare di strutture portanti (la tettonica), strutture formali (la geometria), strutture programmatiche (la funzionalità), strutture organizzative (la circolazione) o strutture territoriali (il contesto). All’interno della nostra prima monografia “Structures”, pubblicata da poco con Park books, abbiamo affrontato quattro di queste strutture – la geometria, lo spazio pubblico, la circolazione e le strutture portanti – all’interno di 4 saggi teorici.

Labics, STRUCTURES, 2014-2015

Oggi stiamo assistendo alla formazione di città sempre più grandi che ospitano milioni di persone. All’interno di queste aree immense spesso si assiste a molteplici problemi legati alla poca capacità comunicativa tra culture e persone con status sociali diversi che vivono quasi in due mondi distinti. L’architettura che ruolo può giocare in tutto questo? 

L’architettura può fare molto; può mettere al centro della sua agenda il progetto della città, o meglio, il rapporto tra architettura e città, superando la tendenza autocelebrativa che ha prevalso negli ultimi decenni per tornare a contribuire a dare forma alla città e soprattutto allo spazio pubblico. Una architettura generosa, ospitale, capace di dare forma allo spazio in cui le persone si incontrano per condividere esperienze.

Labics, Città del Sole, 2007-2016, Roma – Photo: Fernando Guerra, Marco Cappelletti

Vi cimentate su più scale di progetto. Cambiando dimensione cosa cambia? 

Non cambia nulla nel metodo e nelle finalità; cambiano gli strumenti, i contesti, le persone.

Labics, Pantheon House, 2015-2016, Roma – Photo: Alessandra Chemollo

Durante la vostra carriera avete avuto modo di partecipare a molti concorsi. Secondo voi qual è la miglior tipologia di bando per ottenere un’architettura di qualità? 

Il concorso migliore è generalmente quello in due fasi: la prima aperta, dove possono partecipare tutti, la seconda ad inviti con un rimborso spese.

Labics, Palazzo dei Diamanti, Ferrara – Progetto vincitore

C’è qualcosa che cambiereste a livello amministrativo per migliorare il modo di fare architettura in Italia? 

Si, ci sarebbe molto da fare! Innanzitutto riteniamo necessario separare il progetto di architettura e i relativi concorsi dall’attuale Codice degli Appalti nel quale sono inseriti. Sarebbe poi necessario redigere un’apposita “legge quadro sull’architettura” che prima di tutto definisca l’attività progettuale come opera di ingegno e non come servizio (così è oggi definito nel Codice). Si tratta di una rivoluzione culturale ancor prima che operativa. Ma solo attraverso questo spostamento concettuale è possibile tutelare e valorizzare l’architettura contemporanea. Su questo argomento un paio di anni fa abbiamo scritto un manifesto insieme ad amici e colleghi, indirizzato al Ministro della Cultura, e quest’anno insieme al MAXXI siamo stati tra i promotori di 4 giornate dedicate appunto ai contenuti di una possibile Legge. Stiamo mettendo a sistema i contributi che saranno pubblicati in un quaderno del MAXXI in autunno.

Labics, Jacarandà kindergarten, 2017-2018, Milano – Photo: Marco Cappelletti
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