Stefano Perego: la fotografia come mezzo d’indagine storica.

 

By Carlotta Ferrati & Andrea Carloni

Giugno 2019

Stefano Perego nasce a Milano nel 1984. Nel corso degli anni ha avuto modo di recarsi molte volte nei paesi dell’ex U.R.S.S. per fotografare le architetture appartenenti a questo periodo storico. Il lavoro di Stefano Perego con gli anni è diventato un importante strumento di ricerca che testimonia quello che è stato costruito su una zona geografica tra le più importanti e ancora poco conosciute del ‘900. Le sue foto sono state pubblicate dai più importanti magazine e riviste internazionali, oltre che esposte da numerose gallerie.

The Face House, by architect Kazumasa Yamashita, 1974. Kyoto, Japan. Photo: Stefano Perego

Nel titolo del tuo sito leggiamo “Stefano Perego fotografo di architettura”, ma l’architettura che ritrai non è quella patinata e perfetta che vediamo su tutti i magazine. Ce ne puoi parlare?

Il mio percorso fotografico inizia nel 2006, esplorando inizialmente le aree industriali abbandonate nei dintorni di Milano, per poi allargare le mie ricerche nel resto d’Italia e in Europa.
Il punto di svolta verso la fotografia d’architettura è stato nel 2015 durante un viaggio nei paesi dell’ex Jugoslavia. Gli edifici modernisti, costruiti durante il periodo socialista, che vedevo durante il viaggio, avevano catturato la mia attenzione. Ero curioso di scoprire di più e di vedere quale sarebbe stato il mio approccio fotografico verso queste strutture e da quel momento è iniziato questo mio progetto di ricerca continua.
Fotografo architetture di diverso tipo, ma preferisco gli edifici con facciate ed elementi in cemento armato in stile brutalista.

Karaburma housing tower, “The Toblerone building”, by architect Rista Sekerinski, 1963. Belgrade, Serbia. Photo: Stefano Perego

Le architetture che fotografi sono affascinanti, ma allo stesso tempo inquietanti e spesso abbandonate. Visto che sono una diretta testimonianza dell’opera dell’uomo, mi viene da pensare che il tuo giudizio su di noi non sia troppo positivo…

In realtà la maggior parte degli edifici che fotografo sono tutt’ora utilizzati, alcuni per lo scopo originario, altri per scopi diversi. Capita di trovare edifici restaurati mantenendo le caratteristiche originali oppure che non sono mai stati soggetti ad interventi e quindi il loro aspetto risulta meravigliosamente decadente, come se fossero dei pezzi di storia del passato in un contesto urbano contemporaneo. Allo stesso tempo molti di essi sono chiusi e abbandonati da anni per una serie di ragioni.
Per quanto mi riguarda trovo sorprendenti le visioni che hanno avuto gli architetti che hanno progettato gli edifici che fotografo, indipendentemente dalla situazione politica dell’epoca.

The former Motel Miljevina, built in 1973 and abandoned since 1997. Miljevina, Bosnia and Herzegovina. Photo: Stefano Perego

Sei un fotografo, ma allo stesso tempo anche un viaggiatore. Quanto è importante per te questo secondo aspetto del tuo lavoro?

Il viaggio e l’organizzazione che c’è dietro di esso sono fondamentali per il risultato del mio lavoro.
Prima di partire passo diversi mesi cercando edifici interessanti da fotografare utilizzando libri, motori di ricerca e osservando le immagini satellitari. Dopo mi dedico allo studio dello spazio e della luce, individuando posizioni favorevoli dove poter avere punti di vista interessanti e inusuali, ma soprattutto per conoscere in quale momento preciso della giornata avrò la condizione luminosa che mi permetterà di fotografare un certo edificio nel modo che preferisco.
Questa pianificazione mi permette di vedere e fotografare un gran numero di edifici in poco tempo, e di familiarizzare con la forma delle varie città che visiterò.
Anche l’esperienza del viaggio in sé è molto importante, Le atmosfere, i cibi, i profumi, gli incontri e le chiacchierate occasionali, tutto ciò impatta sulle emozioni che questi posti risvegliano in me come fotografo ed essere umano, e che cerco di trasmettere all’interno delle mie fotografie.

Soviet war memorial and residential buildings. Chiatura, Georgia. Photo: Stefano Perego

Perché sei così affascinato da ciò che è stato costruito nell’ex U.R.S.S.?

Molte architetture moderniste presenti nelle ex Repubbliche sovietiche sono davvero sorprendenti e assolutamente sperimentali. Oltre al loro forte impatto visivo e bellezza non convenzionali, è interessante vedere come sulle facciate, spesso di cemento armato, vengano inclusi elementi delle tradizioni locali, come pattern e mosaici colorati, così come l’utilizzo di diversi materiali, come il tufo rosso in Armenia.
Inoltre guardando diversi edifici è possibile notare l’idea di modernità e di proiezione verso il futuro di una nazione che ora non esiste più.

Bus station, by architect Henrik Arakelyan, 1976-1978. Hrazdan, Armenia. Photo: Stefano Perego

Guardando nel complesso buona parte del tuo lavoro, è possibile leggervi un messaggio di denuncia verso un certo comportamento dell’uomo. Secondo te è giusto che l’arte abbia un ruolo politico?

Senza dubbio l’architettura e l’arte di un certo periodo sono connesse con il tipo di società e di situazione politica esistente, ma da fotografo preferisco non occuparmi di questo aspetto. Con la mia fotografia voglio documentare l’esistenza di edifici che spesso sono poco conosciuti, ma che descrivono un periodo della storia dell’architettura di sperimentazione e di grande creatività, e mostrarli con il mio personale punto di vista. Molte di queste strutture sono a rischio, negli ultimi anni ci sono state diverse demolizioni. In questo caso fotografarle serve anche a far conoscere, sensibilizzare e salvarne la memoria. Un altro punto del mio lavoro è mostrare come questi edifici si collocano nel contesto urbano odierno, che è cambiato nel tempo, creando a volte dei forti contrasti e delle situazioni anacronistiche.

House of Fashion, by architect Vasilij Iosifovich Gerashenko 1962-1967. Relief “Solidarity” by sculptor Anatol’ Yafimovich Arcimovich. Minsk, Belarus. Photo: Stefano Perego

Grazie al tuo lavoro sei un importante testimone di quello che è rimasto del passato, secondo te il nostro presente ci lascerà qualcosa di migliore?

Non mi sento di dire “migliore”, sicuramente diverso e interessante. Molte architetture spettacolari che sono state progettate e costruite dopo il 2000, fino ai giorni nostri, verranno inoltre viste in modo completamente diverso tra 50 anni, e diventeranno i simboli di un certo periodo storico.

House of Fashion, by architect Vasilij Iosifovich Gerashenko 1962-1967. Relief “Solidarity” by sculptor Anatol’ Yafimovich Arcimovich. Minsk, Belarus. Photo: Stefano Perego
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