Simone Bossi: fotografare all’interno di una dimensione dove il tempo è dilatato.

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Luglio 2019

Il redattore di una rivista avrebbe molti motivi per richiedere un intervista a Simone Bossi, uno fra questi potrebbe essere che è uno dei giovani fotografi di architettura più apprezzati del momento, oppure che le sue foto sono state pubblicate nella monografia Sou Fujimoto’s Architecture Works 1995-2005 e che ha lavorato con altri importanti architetti come Herzog & de Meuron. Ma detto tutto questo il vero motivo per cui abbiamo intervistato Simone Bossi è semplicemente il fatto che è uno dei nostri fotografi preferiti.

Simone Bossi

La fotografia di architettura richiede un approccio particolare rispetto ad altri settori? 

Se intendiamo la fotografia come veicolo di lettura e non come fine ultimo direi di sì.
La fotografia è un ottimo strumento per fissare diverse realtà e tra queste anche l’architettura.

Simone Bossi – Unknown wall – Ajman

Guardando il tuo lavoro a me sembra che principalmente cerchi di interpretare piuttosto che divulgare l’architettura. 

Sì, sono molto interessato a valorizzare l’esperienza personale e soggettiva.

Se ci fosse un’altra persona ci sarebbero altri occhi. Credo sia molto più efficace e veritiero usare un punto di vista personale amplificando la conoscenza di se stessi invece che cercare di dare un’impossibile lettura oggettiva.

Mi affascina il fatto che quello che sentirò e cercherò di trasmettere molto probabilmente verrà letto in altra maniera.

Per farti un esempio se il giorno che faccio lo shooting sono in uno stato di malinconia estrema gli scatti che risulteranno potranno essere letti da qualcuno come mistici e incompleti, da un altro in modo completamente diverso. Rispetto al mio lavoro, ogni persona apre un proprio livello di lettura e questo aspetto lo trovo molto interessante.

Simone Bossi – House in a park by Think Architecture – Zürich

Durante lo shooting c’è qualche richiesta che ti viene fatta spesso da parte degli architetti?

Agli inizi quando ho iniziato a fare fotografia mi sono scontrato con delle richieste più esplicite. In quei frangenti la domanda stessa era la risposta, nel senso che sentivo la richiesta come una forzatura e questo mi faceva stare male. Fare fotografia in quel modo non mi interessava.

Adesso quando mi chiamano mi lasciano molta libertà. Non vorrei che però questo mio approccio venga visto come un’imposizione o un atteggiamento arrogante.

Prima dello shooting passo sempre un po’ di tempo con l’architetto e parliamo del progetto, ma anche di molte altre cose. Da questa conoscenza reciproca, dentro di me rimarranno alcune cose che in modo inevitabile si riverseranno sui miei scatti. Questo approccio mi fa sentire la mia interpretazione non più veicolata.

Quindi, gli architetti semplicemente si limitano a raccontarti il loro progetto?

No. Tendenzialmente parliamo di tutt’altro. L’approccio è molto libero.

Simone Bossi – Second Wind by James Turrell – Vejer de la Frontera, Spain

I tuoi scatti sembrano intimi e capaci di guardare l’aspetto interiore delle cose. Per raggiungere questi traguardi impieghi molto tempo a fare lo shooting?

Sì, direi abbastanza. È come se camminassi all’interno dell’architettura ad una velocità ridotta.

Quindi è come se il tempo fosse dilatato…

Sì, completamente. Quando lavoro con pellicola questa esperienza è ancora più amplificata e intensa.

Posso fare anche poco più di 10 click in 12 ore. Vivo lo shooting come un qualcosa di molto simile ad una performance artistica.

Simone Bossi – House for a photographer by Studio Razavi Architecture – Loctudy, France

Hai dei fotografi o artisti di riferimento?

Sicuramente ci sono alcuni autori per me importanti come Ghirri o Galimberti, per citare qualche italiano. Però quello che più mi ha influenzato in questi anni è il mondo della storia dell’arte.

Inoltre sono attratto dal mondo dell’immaginario legato alla moda. Non guardo le foto di moda però mi piace molto la loro costruzione del progetto fotografico. Mi piace tutto il lavoro che si occupa della costruzione dell’immaginario, di come vengono impostati gli input destinati a suscitare delle emozioni nel lettore.

Per farti un esempio, certe volte passeggiando per la città si vedono le sedie ribaltate sui tavoli dei locali. Questo gesto così semplice trasmette un’aspettativa infinita perché in quel momento non sai se è una chiusura giornaliera, stagionale o altro. Questa composizione crea un’atmosfera ed è esattamente quello che cerco nelle mie foto.

Simone Bossi – Brutalism in Manila

Negli anni hai avuto modo di fotografare le opere di molti grandi architetti. Solo per citarne qualcuno, sto pensando a Sanaa, Peter Zumthor o Carlo Scarpa. In qualche modo hanno influenzato il tuo modo di fotografare?

Credo che ogni progetto lo faccia. Alcune sono iniziative personali. Da poco ho avuto modo di fotografare San Carlino alle Quattro Fontane di Borromini, è stata un’esperienza intensa.

Durante lo shooting c’era una classe del liceo artistico e gli studenti seduti per terra disegnavano ogni dettaglio, poi c’erano i turisti che alzavano e abbassavano la testa sentendo l’intensità della cupola; c’era la luce che si muoveva ed io mi trovavo lì a respirare tutto ciò.

Simone Bossi – Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane by Francesco Borromini – Rome, Italy

Nel tuo lavoro oltre che con le architetture interagisci con le persone che la vivono?

Direi che sia più giusto dire che non ne sottovaluto la presenza. Tutto ciò che si trova nelle architetture voglio e lascio che mi condizioni. Le persone rappresentano delle storie che possono mettermi il sorriso o rattristarmi e tutti ciò influenza i miei scatti. Alcune volte guardando le persone all’interno dell’architettura inizio a farmi delle domande su di loro, ad esempio cosa li attrae o da cosa sono stimolati vivendo l’edificio.

Fare il fotografo di architettura vuol dire viaggiare il mondo. Come ti rapporti con questa dimensione? Cos’è per te il viaggio?

Sicuramente il viaggio è sempre stato parte della mia indole. Ho impiegato un po’ di anni a capirmi e a prendere coscienza della mia sindrome dell’esploratore. Non avevo ben chiaro però che l’esploratore ad un certo punto torna e racconta. Ho vissuto in 4 o 5 città e vedevo l’Italia soltanto come un luogo di partenza per il nuovo viaggio, adesso invece è diventata importante quanto l’andare.

Ho bisogno di tornare in punti stabili e di annoiarmi.

Ho bisogno di annoiarmi perché dalla noia nasce lo stimolo, dalla noia nasce la creatività.

La noia è bellissima. Altra cosa importante per rispondere a questa domanda: è bellissimo vedere situazioni diverse, come ad esempio passare dai piccoli villaggi in Nepal all’hotel di lusso servito e riverito, ma quello che mi è apparso chiaro è che la vera ricchezza sta nel confronto tra queste esperienze. Nel solito anno ho passato 10 giorni negli Emirati Arabi e poi sono andato nella campagna francese in mezzo alle mucche, due situazioni molto diverse.

Simone Bossi – From the last journey in Morocco

Se non sbaglio sei stato anche in Australia…

Sì, e nel solito anno anche in Canada. In pratica ho fatto il giro del globo. 

Tutto ciò mi ha fatto capire che mi piace sentire la distanza. Non mi piace fare il fotografo vado, rubo e torno.

Da poco ho fatto uno shooting in Provenza e siccome era vicino a dove mi trovo adesso, ho deciso di fare il viaggio in treno trasformando un tragitto di poche ore di automobile in un vero e proprio viaggio, impiegando il solito tempo che avrei utilizzato per andare dall’altra parte del mondo. 

Quindi, hai bisogno di sentirti lontano?

Mi piace tutto il percorso. Anche quando lavoro a pellicola percorro un’esperienza lunga ed intensissima che però ad un certo punto finisce. Questo rapporto con il tempo e lo spazio credo sia una questione di bioritmo che ogni di noi ha e gestisce in modo personale.

Ho bisogno della lentezza e della lontananza.

Simone Bossi – Brutalism in Manila

Il tuo profilo Instagram come quello di altri fotografi ha sempre più successo. Il fatto che alcune foto ricevono più likes di altre può condizionare il tuo lavoro? 

È una questione molto rischiosa. È importante che il fotografo non si faccia veicolare da questo tipo di rapido giudizio. Credo non si debba avere paura di prendere altre direzioni anche se in quel momento non sono molto apprezzate, magari poi lo diventeranno, magari no. Noi fotografi siamo costruttori d’immagini e sta a noi proporre il nuovo.

Per me l’importante è sollecitare e proporre dibattito.

Alcune immagini hanno molto successo perché sono di immediata comprensione. Ma io mi domando: è così interessante capire subito le cose? Forse è molto più stimolante per il fruitore essere messo in una posizione in cui deve porsi delle domande se vuole capire l’immagine che sta osservando.

Che rapporto hai con la solitudine?

Ho bisogno della solitudine, ma allo stesso tempo poi sento la necessità di uscirne. Affronto tanti viaggi da solo poi spesso sul posto conosco nuove persone per combatterla.

Questo lavoro per molti aspetti è una continua dilatazione e contrazione perché è possibile utilizzare aggettivi con significati contrapposti per descriverlo, solitudine / compagnia è un esempio.

Simone Bossi – KOA by T.zed Architects – Dubai

Hai una macchina preferita?

Sono fermamente convinto di avere un approccio preferito.

Tutto quello che è tecnico non mi attrae molto, mi limito a dire che la tecnica deve essere la conseguenza di un approccio.

Oggi ci sono degli strumenti perfetti che hanno variato la nostra percezione di perfezione. Spesso si crede che una cosa tecnicamente perfetta sia di buona qualità, io credo che ciò non sia vero.

Mentre passeggiavo a Roma ho letto un annuncio in un negozio di bottoni che diceva “Orli a regola d’arte”. Ecco secondo me il medium dovrebbe essere non perfetto, ma a regola d’arte.

Simone Bossi – CHROMOTHÉRAPIE

Ultima domanda non per ordine di importanza. Molti dei tuoi scatti sono su pellicola?

Sì, la metà sono su pellicola.

Per capire meglio, quando vai da un cliente per fare uno shooting utilizzi la pellicola? Quindi ti piace rischiare…

Nella realtà mi piace rischiare di meno. Rischiare di fotografare meno stupidamente. Quando scatti con il digitale se devi scegliere tra tre tipi di scatto puoi farli tutti e tre. Con la pellicola sei costretto a scegliere e quindi la performance diventa più intensa.

Simone Bossi – UNTITLED FEELING 05 – Limited edition prints
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