Massimo Siragusa: la realtà come rappresentazione

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Giugno 2019

Massimo Siragusa è uno dei più importanti fotografi Italiani contemporanei. Durante la sua carriera ha vinto 4 prestigiosi World Press Photo Award e un Sony World Photography Award. Molte aziende internazionali hanno scelto la sua firma per vedere rappresentata la loro identità; tra queste Ferrari, Lavazza, Eni e Kodak. Di origine catanese da anni vive a Roma, dove insegna fotografia allo IED.

Massimo Siragusa

La maggior parte delle sue foto sono molto luminose. Ci può raccontare come vengono scattate?

Non ci sono trucchi particolari. Semplicemente sovraespongo un po’ durante la fase di scatto. Detto in altre parole commetto “volutamente un errore”. Con il passare degli anni questa mia interpretazione si sta via via attenuando..

Quando fotografa all’esterno in piena luce usa sempre il cavalletto?

Il cavalletto è uno strumento molto importante, non tanto per evitare di avere delle foto mosse, ma bensì per raggiungere l’idoneo stato mentale che ti porterà a fare lo scatto.
Il cavalletto è uno strumento di riflessione.
Il fotografo americano Richard Misrach definisce la sua fotografia come del “momento anticipato”.
Egli predispone la macchina sul cavalletto, imposta l’inquadratura, poi aspetta che qualcosa accada all’interno della sua inquadratura. Questa attitudine all’interpretazione della realtà ha, nel cavalleto, un suo strumento ideale.

Massimo Siragusa – Leisure Time – 2005

Molte delle sue foto colgono l’attimo di una scena in movimento che comprende molti attori. Quando capisce che è il momento di scattare e che tutto è come vuole lei?

Anch’io, come Richard Misrach, organizzo l’inquadratura, le luci e poi aspetto che le persone che casualmente si trovano al suo interno costruiscano una scena che ritengo equilibrata. Alcune volte ho aspettato anche molto tempo prima che la posizione delle persone mi soddisfacesse.

Lei è nato ai tempi dell’analogico, poi è arrivato il digitale. Come ha accolto questa rivoluzione?

Ogni epoca ha i suoi strumenti. È più una questione di carattere pratico che altro.
La fotografia è un linguaggio, esprimerlo utilizzando il digitale invece che la pellicola per me è assolutamente indifferente.
Uno dei grandi vantaggi del digitale è che abbiamo eliminato l’obbligo di tenere enormi archivi cartacei e di negativi. Adesso in un hardisk di qualche decina di cm ho l’equivalente di molti armadi. E trovare delle immagini è più veloce e pratico.
Inoltre c’è il grande vantaggio di poter avere un maggiore controllo in post produzione.

Massimo Siragusa – Le bagnanti. Thermal life in italy – 2018

Una parte delle sue foto sono artistiche, mentre altre sono lavori su commissione per grandi aziende come Ferrari, Kartell o Augusta solo per citarne alcuni. Il suo approccio in questi due diversi contesti cambia?

Direi che la differenza sostanziale sta nel fatto che da una parte ti pagano, dall’altra sei il committente di te stesso.
Quando lavoro su committenza spesso mi vengono fornite delle linee guida; nel caso della Ferrari ad esempio dovevo rispettare il tema del rosso. Comunque di solito, a parte alcune indicazioni di base, la committenza mi dà carta bianca su come affrontare il progetto perché vuole che io dia la mia interpretazione della loro identità.
Parte della mia attività come professore allo IED è anche insegnare agli studenti come trovare il giusto equilibrio tra esigenze della committenza e libertà espressiva.

Lei oltre che un artista è anche un professore dello IED.  Cosa si può insegnare riguardo la fotografia?

Si può insegnare molto.
Io non insegno tecnica, la fotografia è un linguaggio ed io cerco di trasmettere ai ragazzi l’idea che è molto importante la riflessione con la quale un fotografo offre una sua lettura della realtà. I ragazzi per prima cosa devono imparare a conoscere se stessi e capire cosa vogliono. Solo dopo questo step possono esprimersi al meglio.
La tecnica è la parte meno interessante, soprattutto oggi che con un telefono da 500 euro si possono fare delle foto di ottima qualità.

Massimo Siragusa – Ferrari – 2018

Credo che trasmettere questa attitudine non sia semplice…

No, non lo è.
È ovvio che non tutti gli anni e non tutti gli allievi sono uguali. Ci sono delle classi con cui si riesce a lavorare meglio, altre dove il percorso di insegnamento trova maggiori ostacoli.
Ma sono molto contento quando vedo che alcuni alunni, anche grazie ad i miei insegnamenti, dopo la laurea riescono ad intraprendere un percorso personale nonostante tutte le difficoltà che la realtà di oggi presenta.

Sì, credo che attualmente la fotografia stia vivendo un bel momento anche se c’è molta concorrenza.

Sì, c’è molta concorrenza, ma il problema peggiore è che il ruolo del fotografo si è molto svalutato da un punto di vista economico.
Trovo la concorrenza che si basa sulle capacità una cosa fondamentale; altra cosa è invece dover scegliere un lavoro rispetto ad un altro soltanto in base al costo, a prescindere dal risultato.
In Italia c’è una cultura della fotografia talmente bassa che difficilmente troviamo degli interlocutori che siano in grado di comprendere davvero la differenza tra un lavoro di qualità e un altro che lo è meno. E questa mancanza è ancora più paradossale se consideriamo che siamo in un’epoca dove la fotografia è al centro di tutta la nostra comunicazione.

Massimo Siragusa – Leisure Time – 2005

Pochi giorni fa parlavo con dei fotografi professionisti che eseguono still life per le aziende e mi raccontavano che il loro lavoro sta scomparendo.

Questo lo trovo particolarmente drammatico non solo perché scompaiono delle professioni, ma perché se ne va la memoria stessa di un’epoca.
Se oggi un’azienda non vuole investire poche migliaia di euro per raccontarsi e preferisce utilizzare qualche suo dipendente che, casomai senza alcuna professionalità, esegue delle foto con un telefonino, la situazione è davvero drammatica.
Il fotografo con il suo lavoro non fa dei semplici scatti, ma attraverso la sua interpretazione racconta un’epoca.
Mi vengono in mente le foto scattate negli anni ‘30 da Robert Doisneau all’interno degli stabilimenti Renault, ad esempio. Se le confronto con le foto fatte all’interno degli stabilimenti di oggi, posso capire come nel tempo sia cambiata la società, la tecnologia, lo stesso modo di concepire il lavoro e le relazioni all’interno di un’azienda. Se tutto ciò scompare, come faranno le future generazioni a conoscere profondamente quello che la nostra epoca ha vissuto e prodotto?

Ha dei fotografi o artisti di riferimento?

Sì certo come tutti. Ce ne sono molti.
Luigi Ghirri e Guido Guidi tra gli italiani. Ma anche molti americani. Nel corso degli anni ho modificato i miei riferimenti, in relazione alla mia evoluzione ai miei cambiamenti. Seguo anche tanti giovani che hanno fatto dei progetti editoriali molto interessanti. Mi rimane difficile racchiudere tutte queste persone in pochi nomi.
Se devo essere sincero per fare le mie foto più che dei riferimenti visivi ho quelli letterari. In particolare la letteratura americana quindi Philip Roth, Richard Ford ed altri.

Massimo Siragusa – Le bagnanti. Thermal life in italy – 2018

Potrebbe spiegarmi meglio questo concetto di usare la letteratura come strumento per fare fotografia?

Tra letteratura e fotografia ci sono molte più similitudini di quanto si possano immaginare.
Per esempio, nei libri il lettore può decidere quanto tempo dedicare ad ogni pagina e andare avanti ed indietro a suo piacimento. Una dimensione analoga, in rapporto al tempo e alla fruizione, possiamo averla nella fotografia. Cosa ben diverso è il cinema dove la scansione del tempo è data dall’autore. Un’altra affinità è data dall’immaginazione. Sia la letteratura che la fotografia lasciano ampio spazio all’immaginazione. La fotografia non è oggettiva, ma serve ad offrire stimoli e a porre domande. E a lasciare ampio spazio all’immaginazione.

Vorrei farle un esempio, per sapere se ho capito bene il suo approccio. Ammettiamo che stia leggendo On the road e ovviamente durante lo scorrere del libro vengo portato ad immaginarmi delle scene. Quello che fa lei è provare a tradurre queste scene in fotografie?

Anche, ma non solo. La lettura del libro mi porta a fare delle riflessioni, mi offre spunti e stimoli. Poi provo a tradurre tutto questo in alcune foto.
Se, utilizzando il suo esempio, guarda le foto che Stephan Shore ha scattato negli Stati Uniti nel corso degli anni ‘70, delle periferie, delle strade e dei motel vi può leggere una chiara rappresentazione delle atmosfere evocate da On the road. Letteratura e fotografia sono due modi diversi per raccontare un’epoca e delle emozioni.

Ha una macchina preferita?

Direi non in particolare. Di volta in volta utilizzo gli strumenti che mi sembrano più validi.
Negli ultimi anni Sony mi ha nominato come suo “ambassador” e mi ha dato la possibilità di usare la 7r III, una mirrorless professionale con cui mi trovo benissimo.
Su questa macchina è possibile montare molti obiettivi di marche e periodi diversi, questo mi ha fatto tornare il piacere dell’artigianalità che c’era al tempo dell’analogico. Inoltre la macchina è compatta, ma posso scattare foto ad una risoluzione altissima.

Massimo Siragusa – Leisure Time – 2005
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