Massimo Giacon: fumetto e non solo…

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Agosto 2019

Massimo Giacon si muove con destrezza attraverso i molteplici campi dell’arte e del design, anche se il suo primo amore è il fumetto. Personaggio sopra le righe, mai scontato, ama la sperimentazione e le nuove tecnologie per produrre i suoi oggetti e racconti. Vanta collaborazioni con grandi aziende e stimati designer come Ettore Sottsass, al quale resta molto legato.

Massimo Giacon

Il tuo lavoro è caratterizzato da molte incursioni in diversi campi: fumetto, illustrazione, design, arte, musica, etc… Credi che la poliedricità sia una caratteristica imprescindibile dell’artista contemporaneo?

Questo non te lo saprei dire; so che ormai nel mondo della creatività in generale esistono soggetti che operano ad ampio spettro. È una caratteristica di molti autori che hanno iniziato a lavorare negli anni 80′ avere una frenetica attività che abbraccia campi diversi. Secondo me l’importante è che, nel compiere tutte queste attività, tu cerchi di fare qualcosa di rilevante; a me non interessa l’autore che coltiva anche un hobby, come dire “guarda un po’,  questo fa il designer e suona anche la chitarra”; a me non importa che suoni anche la chitarra, ma piuttosto che faccia qualcosa di interessante con quella chitarra, anche se non la sapesse suonare, poi può fare altre mille altre cose nel suo tempo libero, coltivare piante carnivore, scommettere sui cavalli… Quando ho iniziato a fare fumetti mi sono trovato subito a “fare altro” perché la professione del fumettista, come era prima degli anni 80, mi andava molto stretta, anche se non ci trovo nulla di male a fare solo fumetti, ci sono autori che sono dei giganti, artisti a tutti gli effetti facendo esclusivamente fumetti. Credo che oggi questa attenzione all’essere polimorfi nel mondo dell’arte sia abbastanza comune, mentre magari prima non lo era; se pensiamo agli artisti contemporanei più celebrati, questi si spostano dall’installazione, al video, alla pittura, al cinema, e se volessero potrebbero affrontare, secondo me, le sfide più interessanti che si possono affrontare nel mondo della visione contemporanea, ossia creare videogiochi,  oppure collaborare alla produzione di serie tv, o diventare artisti youtuber, o del mondo del porno, togliendo questo mondo alla mediocrità imperante. Non credo di dire poi nulla di nuovo, visto che molti artisti già lo fanno.

Massimo Giacon – Fine delle storia – ceramic for Superego editions – 2008

Ci puoi parlare dei momenti salienti della tua formazione, e dirci perché hai deciso di intraprendere un percorso così variegato?

Per prima cosa devo dire che è stata fondamentale la mia formazione da studente. Io non ho fatto l’università, ma alle superiori ho scelto una scuola di grafica e comunicazione pubblicitaria, invece del liceo artistico, perché mi sembrava ci fossero maggiori possibilità di interagire con mondi più interessanti, e non fare solo copia dal vero, studiare male storia dell’arte o imparare a dipingere maldestramente. Nelle scuole d’arte per come le ricordo io era tutto abbastanza approssimativo, e abbastanza noioso. Non che non serva imparare a disegnare, perché ti spiega come interpretare la realtà tramite la tua “versione dei fatti”, solo che viene spesso insegnato senza molto entusiasmo, in modo meccanico. Io ho avuto la fortuna di avere come professori due artisti che facevano parte del Gruppo N (Manfredo Massironi, Alberto Biasi), un team di avanguardia degli anni 60 e 70, uno dei pochi gruppi di arte d’avanguardia nati in l’Italia nel dopoguerra. Questi maestri mi hanno “inculcato” la necessità del progetto: tu puoi fare ciò che vuoi, ma l’importante è che dietro non ci sia l’istintualità del fare una cosa tanto per fare qualcosa di esteticamente “bello”, ma bensì un progetto, un’idea; devi stare costantemente a ragionare sul perché stai facendo un lavoro e quello che vuoi dire con tutto ciò.

Massimo Giacon – Mr. Cold – for Alessi – 2000

Nella seconda fase della mia formazione, una volta finita la scuola, sono stato proiettato direttamente nel mondo della produzione pubblicitaria, ma quello che volevo fare da sempre erano i fumetti, e quando ho iniziato eravamo in pieno periodo post-punk/new wave, quindi un momento di grande cambiamento anche in ambito musicale, e tutti quanti, in qualche modo, mettevano su la propria band, oppure lavoravano per una fanzine; era il periodo dell’inizio dell’autoproduzione, dove tu stesso potevi diventare il tuo editore e produttore, non solo suonavi la tua musica ma anche te la producevi, e tutto questo prima non esisteva. Ho scoperto due “matti” come Piermario Ciani e Vittore Baroni, che adesso è un critico musicale molto conosciuto, e che è stato uno tra i protagonisti italiani della Mail Art, ossia la “rete prima della rete”, quando non esisteva alcune rete se non quella postale, che collegava artisti in tutto il mondo attraverso un mezzo che adesso noi possiamo pensare  molto primitivo, ma che all’epoca era un’idea di connessione, direi l’unica connessione possibile, tra le persone e gli artisti di tutto il mondo. Tramite loro sono entrato nel mondo dell’autoproduzione e della musica, perché con loro ho fatto i primi lavori musicali all’interno di progetti molto complessi: noi mandavamo le nostre produzioni audio-video, fanzine e fumetti anche a Red Ronnie, e lui scriveva su Rockstar che era inutile cercare capire ciò che facevamo perché tanto era tutto troppo incasinato! Da quel momento in poi ho cominciato a capire che mi interessava fare fumetto, ma non più come avevo fatto all’inizio, dove scopiazzavo Andrea Pazienza e facevo delle cose che si ispiravano a lui, perché i suoi lavori erano talmente dirompenti che la prima cosa che mi veniva da fare era quella di imitarlo. Poi col tempo ho trovato mio modo di fare fumetti, che derivava da una certa idea, ovvero che questi dovessero essere un’esperienza nuova.

Massimo Giacon – Ecce Homo

Come si articola il tuo modo di lavorare? Come ti muovi appena inizi un nuovo progetto?

Fino a poco tempo fa iniziavo ancora dalla carta, e anche adesso quando sono in giro mi affido ad un taccuino e alla matita; comincio a pensare e faccio degli schizzi, e il fatto di saper disegnare mi aiuta molto, anche rispetto a tanti miei colleghi. Poter visualizzare immediatamente un pensiero, anche di fronte al cliente, credo sia un grande vantaggio; quando faccio un lavoro per un’azienda mando i primi schizzi disegnati a mano, perché oggi fare la progettazione al computer con renderings sempre più realistici, a detta di molte aziende per le quali lavoro, toglie molta personalità. Le aziende mi dicono che ricevono da giovani che escono dalle scuole di design e architettura progetti molto belli, finiti, già praticamente pronti per la produzione, ma che non risentono della personalità di chi li ha pensati e non si riesce a capirne lo stile, perché tutto sommato i lavori tendono ad somigliarsi tra loro. Di contro, se vai a osservare i progetti dei grandi designers del passato, vedi proprio la mano diversa, da Castiglioni a Sottsass a Rossi etc. Vedi uno stile nella rappresentazione di partenza di quello che loro avevano in testa che è diverso da quello corrente, anche quando andavano a disegnare i dettagli.

Massimo Giacon – Eyebals Lovers – digital print, grafite on paper – 2006

Qual è il tuo rapporto con le tecnologie digitali nel campo della rappresentazione? Pensi che se mal gestite portino ad una uniformità espressiva tra i vari autori?

Secondo me le tecnologie aiutano moltissimo, e si stanno sempre di più adattando alla manualità e spontaneità di chi disegna e progetta. Io per esempio non uso un software tradizionale per la progettazione, ma Z-Brush, un software di modellazione 3d che lavora in maniera più simile alla modellazione scultorea, come con la creta, quindi molto più emozionale; adesso molti miei progetti per aziende nascono così, mi metto a “giocherellare” con questo software direttamente senza fare degli schizzi, perché è il software stesso che mi fa venire delle idee. Nel futuro immediatamente prossimo progetterai direttamente in realtà virtuale.

Massimo Giacon – Natalino – Christmas Candle holder Alessi – 2006

Raccontare un progetto di architettura tramite il fumetto può essere una valida alternativa alle classiche immagini di architettura, dato che questo lascia ancora spazio all’immaginazione e al sogno?

Io penso che il fumetto, essendo un linguaggio a sé, con un suo approccio e una propria maniera di raccontare le cose, sia ancora un sistema valido e interessante per descrivere un progetto o un edificio; poi probabilmente nel futuro ci saranno tecnologie sempre più alla portata di mano per cui non si faranno solo dei fumetti, ma dei veri e propri film in 3d  in realtà immersa del progetto, come alcuni grossi studi già fanno. Nel fumetto ci sono talmente tanti stili e approcci, da quello più realistico al cartoon o poetico, che permettono di capire molto della personalità di chi c’è dietro, e anche che tipo di sensazioni puoi trasmettere alle persone prima ancora di abitare lo spazio.

Il racconto del progetto non è uguale per tutti, anzi ci sono molte differenze; io mi ricordo ad esempio che quando vedevo i disegni di partenza di un progetto di Alessandro Mendini questi non erano nemmeno un progetto vero e proprio, ma dei “disegnini” assemblati tra di loro con tante parole che raccontavano ognuna delle idee, sensazioni, e punti di raccordo con tante suggestioni dentro al progetto di cui lui si stava occupando, e nonostante fossero dei disegni lievi il progetto che ne veniva fuori  alla fine era molto concreto. Era reale.

Massimo Giacon – Sebastiano – Pen holder Alessi – 2005

Cosa vuol dire design per Massimo Giacon?

Il design l’ho imparato col tempo. All’inizio, da autore di fumetti, intendevo il design come un accessorio, non una cosa importante, ma una specie di riempitivo di sfondo per delle vignette vuote con dei personaggi che parlavano tra loro; invece con l’andare del tempo ho cominciato ad apprezzarne il valore e l’importanza all’interno di una storia. Il mio è un design “narrativo”, perché provengo da un certo mondo culturale e formativo, ma ci sono tante altre scuole di pensiero. Ettore Sottsass, pur facendo un design molto narrativo,  pieno di suggestioni (provate solo a pensare ai titoli dei suoi oggetti), mi confessava di non amare molto il design che assomigliava a qualcosa, come ad esempio il design della linea FFF di Alessi; ad Ettore non piacevano gli oggetti antropomorfi, anche se questa cosa non è molto vera perché negli ultimi suoi lavori, soprattutto nei vetri, c’era una tendenza all’antropomorfismo, perché io credo sia una spinta naturale quando tu disegni degli oggetti. Fin dagli albori della sua esistenza l’uomo disegnava oggetti che erano sia funzionali che decorativi. Chi progettava voleva disegnare qualcosa che serviva a qualcosa, ma allo stesso tempo, la tendenza del “primo designer artigiano”, era quella di decorare l’oggetto per raccontare a cosa serviva, oppure in che contesto lui aveva inventato quell’oggetto. C’era una storia da raccontare.

Massimo Giacon – Masocane – Candle holder – 2009

A proposito di Sottsass, tu hai detto che gli anni passati lavorando insieme a lui sono stati molto formativi; in realtà, osservi che tanti dei suoi insegnamenti gli hai capiti diverso tempo dopo. Ce ne vuoi descrivere qualcuno?

Come ti diranno molte persone che sono state a contatto con lui, Ettore odiava insegnare; non era un insegnante né un maestro e non ha mai voluto farsi chiamare così. Gli insegnamenti di Ettore erano di tipo maieutico, tu imparavi qualcosa standogli vicino, sentendolo parlare, oppure sentendolo imprecare contro i clienti, perché lo faceva sempre in maniera creativa; li insultava, ma dicendo cose importanti! Allo stesso tempo era interessante stare con lui, perché ad esempio alle volte c’era lo studio che si trovava in stallo e non riusciva ad andare avanti con un progetto complicato e importante, poi arrivava lui e diceva due parole che apparentemente non c’entravano niente, ma che in qualche maniera lo raddrizzavano e lo portavano nella giusta direzione perché ne faceva capire la poetica: il lavoro di Ettore era questo. Quando parlava e scriveva delle cose che lui faceva aveva un modo di esprimersi molto semplice e chiunque poteva capirlo; anche un bimbo di 10 anni può leggere un libro scritto da Ettore e capire di cosa sta parlando. Allo stesso tempo era capace di essere profondo, raggiungendo il nocciolo delle cose con molta semplicità, ed è questo che mi ha insegnato: cercare di raccontare delle cose complesse in maniera più semplice possibile, senza sforzo.

Massimo Giacon – Coniglieschio – ceramic for Superego editions – 2010

Il rapporto e l’esperienza che hai in ambito musicale quanto influisce sul tuo modo di disegnare? Sembra quasi che il tuo tratto “danzi”, segua un tempo e una dinamica, proprio come nella musica…

Certo, c’è un ritmo, che poi dipende anche da quello che uno ascolta. Mentre lavoro ascolto costantemente musica di vari generi, ma non sono uno di quelli che dice “a me piace tutta la musica”, perché solitamente quando qualcuno te lo dice, ascolta robaccia. Di tutta la musica mi piacciono quelli che sono i lati più strani e inusuali, per cui posso ascoltare musica classica, jazz, rock, rap, trap, e di tutti questi generi mi piacciono i personaggi e gli artisti più particolari. Devo dire che c’è un ritmo nel mio lavoro, ma è il ritmo della musica più sbilenca; ad esempio a me piace Tom Waits nei suoi brani meno canonici, non nei suoi primi lavori che erano più blues. Allo stesso tempo posso dire che a me piace il periodo new wave, ma non piacciono i Duran Duran o gli Spandau Ballet! Per fortuna negli anni 80 c’era anche altro! Della musica trap io sono un fan di Young Signorino, perché secondo me fa musica punk a tutti gli effetti; è talmente “acido” in certi momenti che mi ricorda The Residents o gente che faceva musica industriale negli anni 90. Questo non so però quanto consapevolmente.

Massimo Giacon – Giochi profilattici

Ci vuoi parlare del libro “Mr. Sottsass Jr. e il mistero degli oggetti”?

Il libro è nato quasi per caso, perché c’era il Sole 24 ore che aveva l’idea di fare dei libri su architetti e designer, e mi hanno proposto di entrare dentro questa collana. Io avevo già in testa un libro su Ettore, perché avevo fatto un progetto per una casa editrice francese, ma questo lavoro non era andato in porto, e allora ho ripresentato il progetto al Sole 24 ore, dove non sapevano nemmeno che avevo lavorato con Ettore, e una volta che gliel’ho detto è stato come un valore aggiunto. Dato che, come ti dicevo prima, Ettore aveva scritto moltissimo su di sé, mi sono trovato di fronte al problema di fare qualcosa di interessante e originale su una figura così conosciuta in Italia e all’estero; ho risolto cercando di fare un libro onesto in cui ho parlato del breve periodo in cui siamo stati in contatto, di come ci siamo conosciuti, di cosa ho fatto per lui e di ciò che ho conosciuto di lui lavorando nel suo studio. Ci sono pezzi di intervista a Sottsass e pezzi di me nel libro, e penso che sia stato apprezzato proprio per questo, perché si percepisce che il racconto è fatto da una persona che a Ettore gli ha voluto bene e ha cercato di capirlo, ma senza nessuna accondiscendenza, perché quando ho conosciuto Ettore, e lui mi ha chiamato per andare a lavorare nel suo studio, io non sapevo nemmeno chi fosse. Credo che il libro alla fine sia venuto fuori benino; mi ha sorpreso molto il fatto che sia stato candidato al Compasso d’Oro l’anno scorso come miglior libro sull’architettura e sul design, perché per un libro a fumetti è un grosso traguardo.

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