Martinelli Venezia: Un design pensato, contemporaneo e capace dialogare con la tradizione

By Carlotta Ferrati & Andrea Carloni

Agosto 2019

Vittorio Venezia nasca a Palermo dove si  laureerà nel 2005 in Architettura. Fin da subito viene riconosciuta la qualità del suo lavoro ed ha modo di vincere diversi premi tra i quali il Grand Prixe Emile Hermes nel 2008, il Promosedia nel 2012  e nel 2015 al Salone del Mobile di Milano il Designreport Award con il progetto OfficineCalderai.
Nel 2015 insieme a Carolina Martinelli fonda lo studio Martinelli Venezia. La loro attenzione non sarà incentrata solo sul mondo del design ma anche su l’architettura, l’interior design e la comunicazione visiva.
Il loro lavoro si distingue per un linguaggio pensato, contemporaneo e capace dialogare con la tradizione.
Lo studio anche se molto giovane a già avuto modo di esporre al Museo del Louvre di Parigi, al MAXXI di Roma e al Triennale Design Museum di Milano.
Collaborano con diversi brand, tra cui Alcantara, Falper, InternoItaliano, Jannelli & Volpi, Martinelli Luce, Mingardo, Moleskine.

Vittorio Venezia e Carolina Martinelli – photo: Daniela de Vito e Silvia Tenenti

Potresti raccontarci il vostro metodo progettuale?

Più che un metodo abbiamo un antimetodo. Il nostro approccio cambia di volta in volta. Ci sono però dei punti fermi che ci interessa sempre rispettare e “concetto di limite” è uno di questi.

S_coordinato – Istituto Italiano di cultura a Parigi – 2013

Applicate il “concetto di limite” anche ai materiali?

Direi proprio di sì e non solo nella loro concezione, ma anche nel loro impiego e modo d’uso.
Il limite può essere anche concettuale. Quando un designer progetta non parte mai da zero, ma si confronta con la storia e con quelle che in studio definiamo figure retoriche della progettazione. Nel caso della serie di​ Lampade 4/10​ il limite era lo spessore massimo del metallo che può essere lavorato manualmente. Nel progetto S​/Coordinato​ per ​Istituto Italiano di Cultura​ a Parigi abbiamo applicato il concetto di limite alla memoria, chiedendoci continuamente: “quali sono le geometrie semplici capaci di generare ricordi legati all’italianità?” È nata una collezione/citazione di geometrie che appartengono al territorio. Ad esempio, il sale e il pepe rimandano a i dipinti di ​De Chirico​, il temperamatite cita la forma di una piccola Moka e lo sgabello a dondolo beccheggia in modo simile a una gondola veneziana.

4Decimi – 2015 – photo: Angelo Cirrincione

Alcuni vostri progetti come ​LINEAGE BAG​ per ​Moleskine​ o​ Falper​ hanno a che fare con la produzione industriale, altri invece come ​ROCCA DEI VASI/CALTAGIRONE​, sviluppato insieme a ​Branciforti, con il mondo dell’artigianato. Come vi rapportate con mondi così diversi? 

Anche se l’approccio all’inizio può sembrare simile sono due aree di lavoro completamente diverse.
Io e Carolina siamo architetti, il passaggio non lo facciamo soltanto tra tipologie di aziende o tra artigianale e seriale, ma anche tra il mondo degli oggetti e quello dello spazio. Credo che lasciare le porte aperte a mondi diversi ci dia una maggiore coscienza di quello che stiamo facendo.

La Rocca Dei Vasi – 2016 – photo: Martinelli Venezia

Ritieni che le aziende italiane abbiano un particolare pregio?

Le nostre aziende sono famose per la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti. Sono piccole e per questo si muovono con difficoltà, e tendono a non unirsi. Ma allo stesso tempo sono in grado di adattarsi alle novità del mercato.

Babele – photo: AlbertoParise – Client: De Castelli

Oggi il mercato online è in continua crescita, in qualche modo pensi possa influenzare la progettazione degli oggetti? Mi riferisco al fatto che le cose vengono scelte senza essere toccate e viste tridimensionalmente.

Il 90% delle cose che guardiamo su Instagram non le vediamo dal vivo, ma ci condizionano comunque.
I social sono pieni di rendering che vengono scambiati per foto di oggetti reali. Questo porta al paradosso che possiamo innamorarci di un oggetto che non abbiamo mai visto dal vero e che forse non esiste nemmeno! Il rischio e di perderci gran parte delle intelligenze che un progetto possiede. Il saper raccontare diventa quindi sempre più fondamentale.

Affilata – photo: Martinelli Venezia – 2016

Quindi in parte sei pessimista su questo metodo di conoscenza? 

Di solito non sono pessimista e quasi mai mi faccio rapire dall’idea del “prima era meglio”. Anche perché il futuro è sempre stato incerto e il passato non è mai stato così bello come ci piace credere. Penso, invece, che è importante conoscere e riflettere sulla realtà che ci circonda.

Etna Sgabello e Maioliche di Pietra Lithea – 2018 – photo: Nino Bartuccio

Sembra che molti oggetti quando vengono progettati subiscano la necessità di avere successo sui social.

Questa affermazione è giusta, ma prima dicevamo la stessa cosa delle riviste.
In passato in ogni studio c’erano moltissime riviste finanziate dalle aziende che compravano spazi pubblicitari per dominare il mercato. Con l’arrivo di Internet tutti questi equilibri sono cambiati. Con i social il problema sta nel fatto che stiamo accorciando il valore storico delle cose, tutto è consumato più velocemente. Oggi vi è un immenso numero di cose da vedere ma gli addetti ai lavori riescono comunque a superare questo rumore di fondo ed a scoprire quel che c’è di nuovo. La pluralità che c’è oggi sarebbe stata impensabile in passato. I nuovi mezzi non hanno solo permesso di avere un maggior numero di attori, ma hanno anche dato la possibilità di cimentarsi in maniera approfondita nel proprio lavoro facendo velocemente molta esperienza. Mi sto riferendo ad esempio alla possibilità̀ di fare modelli 3d e poi stamparli, oppure al mondo della fotografia che è stato rivoluzionato completamente.
Ultima cosa, oggi il designer non ha più competenze monotematiche, ma conosce anche altre specialità come ad esempio la prototipazione e la fotografia. Tutto è diventato più organico e complesso e i designer sono quelli che si adattano meglio a questo mondo.

Ferro Chair – 2015 – Photo: Martinelli Venezia
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