Davide Macullo: quando l’architettura si avvicina all’arte

 

By Carlotta Ferrati & Andrea Carloni

Giugno 2019

Davide Macullo nasce a Giornico, in Svizzera nel 1965. Domiciliato a Rossa, lavora a Lugano. Studia arte, architettura ed architettura d’interni in diverse scuole in Svizzera e negli Stati Uniti. Nel 1990 inizia la sua carriera nello studio di Mario Botta dove per 20 anni è responsabile dei progetti internazionali.

Davide Macullo – photo: Adria Nabekle

Una formazione ed un’esperienza di lavoro così diversificate e ricche, come influenzano il tuo metodo progettuale? 

Ho avuto un iter di apprendimento abbastanza inusuale, da sempre spinto dalla fame di conoscenza e dalla curiosità. Durante l’adolescenza e fino alla fine degli studi, l’arte concettuale era la mia passione come tutt’ora. L’architettura mi interessava come mezzo per imparare a leggere lo spazio tridimensionale e le sue influenze sull’essere umano.

Posso affermare che ho imparato il mestiere dell’architetto lavorando da Mario Botta. All’interno del suo studio seguivo prevalentemente progetti internazionali, questo mi ha portato a viaggiare, conoscere il mondo e lavorare su scale diverse. Allo stesso tempo ho iniziato a curare i miei primi lavori ed ho aperto il mio studio d’architettura. Dopo 20 anni presso Mario Botta ho deciso di dedicarmi completamente ai miei progetti.

Come nasce un tuo progetto? Quali sono i passaggi fondamentali?

Il primo punto importante, che poi è anche un fine, si rifà ad una frase di Bruno Munari:
“Un popolo civile vive nel mezzo della propria arte”.*
È un grande insegnamento. L’architettura essendo un bene pubblico diventa il mezzo per far godere a tutti dei traguardi raggiunti dalla collettività. Ricordiamoci che gli edifici sopravvivono, noi costruiamo per le generazioni a venire. Altri due grandi temi, di cui ci prendiamo cura nel progettare, sono l’ecologia della terra e l’ecologia umana. Questi due aspetti sono fortemente legati perché ogni volta che facciamo una certa azione sul territorio influenziamo l’assetto sociale di quel luogo. Per ogni nuovo progetto la prima domanda, apparentemente semplice ma fondamentale, che ci poniamo è: “perché devo costruire in questo luogo?”. I parametri concreti che mi permettono di conoscere il contesto non sono solo fisici: (clima, geografia, geologia, …), ma anche sociali come la storia, le tradizioni, i rapporti sociali, l’economia, la politica, ecc. Leggere un territorio vuol dire anche comprenderne le sue ambizioni, ed una buona architettura aiuta a realizzarle. Il fine ultimo è dare la possibilità ad ogni individuo di poter coltivare il suo essere in costante miglioramento.

*Bruno Munari, Codice Ovvio, Einaudi 1971

Davide Macullo – WAP art Space; Seoul, South Korea 2013-2017 – photo: Yousub Song – Studio Worlderful

Sembra che la capacità dell’architettura di agire sulle abitudini sociali di un luogo per te sia molto importante.

Noi costruiamo per la gente.
Quello che gli architetti spesso dimenticano è che si progettano degli spazi dove le persone vivono.
La bellezza del nostro lavoro è che l’architettura è un mezzo per nutrire le persone.
Il lavoro dell’architetto negli anni è cambiato, mentre in passato poteva occuparsi di tutto oggi non è più possibile, credo che in futuro assumerà un ruolo sempre più umanistico e diversamente legato al campo tecnico del mestiere. La tecnologia ha superato la capacità di assimilazione propria di un unico individuo, rendendo il costruire una materia sempre più interdisciplinare. Ed è bene che il progettista riesca a dirigere l’orchestra concentrandosi sulle emozioni dei suoni che nutrono il pubblico.

Potremmo dire che il lavoro dell’architetto oggi è simile a quello del regista?

Il cinema è sicuramente un’arte completa e, a proposito di cinema, attualmente assistiamo ad un fenomeno generale che spinge le persone a vivere gli spazi costruiti in modo sempre più bidimensionale. Siamo in una fase di pre-virtualità dove gran parte del nostro tempo viene speso davanti a degli schermi in due dimensioni. Questo si ripercuote anche sul nostro modo di percepire lo spazio.

La tecnologia sta mutando il nostro modo di vivere lo spazio?

Il mondo, dagli anni ‘60 in poi, ha avuto uno stravolgimento delle abitudini sociali legate al quotidiano e questo al di là dell’era informatica.
Il vivere gli spazi è diventato molto più asettico. Prendiamo ad esempio l’industrializzazione della catena alimentare: si utilizzano dei robot dove viene inserito qualcosa di più o meno pronto e, dopo il processo di produzione, si ottiene qualcosa di più o meno mangiabile. L’equivalente, nel caso della costruzione, è qualcosa di più o meno abitabile in un crescendo che segue lo sviluppo della neonata intelligenza artificiale.
Una volta la cucina era piena di odori, bisognava continuamente pulirla e c’era il camino. Questo rito che rappresentava una necessità nel passato, oggi sta diventando uno status del lusso.
Immagino un futuro, anche non troppo lontano, dove gli edifici verranno prodotti in laboratorio e ordinati sul web con l’ausilio di configuratori. Un mercato di questo tipo potrebbe, nel migliore dei casi, richiedere una formazione umanistica dell’architetto, una specializzazione all’interno di un lavoro interdisciplinare dove la tecnica si basa sulle scienze chimiche e fisiche.

Davide Macullo – Swiss House XXII – photo: Alexandre Zveiger

Arrivare al punto di ordinare la propria casa su Amazon pensi sia una cosa positiva o negativa?

Questo è successo all’avvento di ogni cambiamento tecnologico. Basti pensare che c’era chi voleva proibire l’uso dell’automobile perché meglio sarebbe stato continuare ad andare a cavallo!
Non è questione di positivo o negativo, è così e basta. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, c’è e non si può fermare.
Il dovere degli architetti è prendersi cura delle emozioni. Credo che tutti i cambiamenti portano con sé delle opportunità straordinarie.

Secondo te l’architettura degli anni ‘90 quanto è diversa rispetto a quella di oggi?

Non sono mai stato troppo attratto dagli “ismi”, sono nato al fianco di una basilica romanica che per me è come se fosse un edificio contemporaneo. Le costruzioni quando si elevano ad opere d’arte non hanno tempo.
Gli anni ’90, come quelli che li hanno preceduti, sono lo specchio di un periodo marcato da molta ideologia nell’architettura.
C’era anche un ego spropositato degli architetti che per forza cercavano di dare un input diverso rispetto a quello che era stato fatto in passato. Credo che sia molto più profondo liberarsi di tutti i pregiudizi verso il passato prossimo e concentrarsi nel cercare come risolvere le esigenze delle persone.

Davide Macullo – Swiss House XXXII – photo: Alexandre Zveiger

Pensando al progetto Swisshouse XXXII e al Wap Art Space che rapporto hai con l’arte?

L’arte è essenziale per far sì che ci si interroghi sui valori della vita in senso lato. Credo possa essere il mezzo per un’apertura collettiva dei sensi verso l’esistenza ed il mondo, è una delle espressioni umane più importanti. L’architettura, intesa nei termini corretti, è un’espressione artistica totale, uno specchio del mondo che può suggerire strade future. Lo scopo di Swisshouse XXXII è far uscire l’arte contemporanea dai musei per farla diventare spazio da vivere. È un’opera d’integrazione tra arte e architettura, una scultura abitabile, un’architettura che ha bisogno dell’arte per essere completata anche dal profilo della sua funzione primaria, quella di proteggere l’uomo dalle intemperie.

L’architettura però rispetto all’arte ha l’obbligo di rispettare più vincoli, uno fra questi il fatto che deve avere una funzione e rispettare delle esigenze tecniche. Per fare un esempio deve avere un tetto per non bagnarsi.

L’architettura ha uno scopo e questo è molto intrigante. I limiti rendono il lavoro complesso ed al contempo interessante, una sfida continua alla ricerca di soluzioni sempre migliori.
L’architettura ha un grande vantaggio rispetto all’arte, non si sceglie di vederla andando in un museo ma la si vive e se ne fa esperienza quotidianamente.
Un aneddoto: per la progettazione della struttura del tetto di Swisshouse XXXII abbiamo collaborato con un ingegnere e con un’artista concettuale allo scopo di ribaltare i ruoli: l’arte concettuale che di fatto protegge lo spazio di vita!

Davide Macullo – Swiss House XXXII – photo: Alexandre Zveiger

Parlando con te mi sembra di capire che il centro della tua architettura è l’uomo.

Senza dubbio! Non costruiamo per seguire un’ideologia o per far vedere che un edificio è bello o intelligente, l’attore principale è l’uomo che ci vive.

Una domanda molto semplice, cosa vuol dire fare l’architetto in Svizzera?

La Svizzera è una realtà geografica molto particolare. È una democrazia che esiste da mille anni ed è sempre stata lontana dalle golosità delle monarchie. Ha sviluppato un particolare sistema di economia condivisa che permette una certa ridistribuzione della ricchezza. Quello della Svizzera è un modello che potrebbe essere la salvezza per il mondo. Una sorta di consumismo-comunismo.

Quindi in Svizzera è facile trovare architettura di qualità grazie alla ridistribuzione della ricchezza?

Detto così è troppo semplice. Qui il territorio spesso presenta delle aree impervie e scoscese quindi per tradizione siamo costretti a costruire bene per evitare problemi di manutenzione. È da qui che nasce la precisione e la razionalizzazione del lavoro che poi si ritrova in altre attività.
Oggi in Svizzera in molti campi, come ad esempio la lavorazione del metallo, di altre materie prime e materiali pregiati, si stanno creando nuovi posti di lavoro nonostante l’alto costo della manodopera, grazie alla capacità di razionalizzare il lavoro che permette alla Svizzera di essere molto competitiva rispetto a paesi con costi della manodopera bassissimi.
Come dicevo prima, secondo me questa dedizione alla precisione è in parte conseguenza di una condizione territoriale.
I fattori di cui abbiamo parlato portano la Svizzera ad essere il primo paese al mondo che fa del risparmio energetico non solo una legge ma anche una virtù ed un senso morale.

La Svizzera perciò è molto attenta all’ecologia.

La Svizzera senza molti rivali si colloca al primo posto nel risparmio energetico per quanto concerne le emissioni di CO2 nell’edilizia privata.
Comunque non c’è solo un’ecologia fisica, che è quella del territorio, ma anche un’ecologia umana, che è la sociologia.

Davide Macullo – WAP art Space; Seoul, South Korea 2013-2017 – photo: Yousub Song – Studio Worlderful
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