Davide Bonazzi: illustrare vuol dire risolvere dei problemi

 

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Giugno 2019

Davide Bonazzi si dedica a tempo pieno all’illustrazione dopo aver affrontato studi umanistici. Le sue immagini eleganti e sofisticate danno molto peso ai temi concettuali e surreali, in modo da raccontare una realtà che spesso supera i confini della fantasia.

Davide Bonazzi

In molte delle tue illustrazioni si percepisce la volontà di rappresentare gli stessi soggetti e ambientazioni in spazi temporali diversi, ma sempre all’interno di una sola immagine. Da cosa deriva questa impronta creativa?

Questa attitudine deriva dalla volontà di rompere lo schema piatto dell’immagine, in modo da creare più livelli e portare ad aprire una dimensione temporale e spaziale più profonda. E’ un modo per creare immagini più complesse e con un significato più forte, rispetto ad altre immagini che seppur belle, risulterebbero piatte dal punto di vista dei contenuti.

Dai molto peso al concettuale e al surreale. Credi che questo approccio sia un modo per far riflettere in maniera più approfondita i destinatari delle immagini e produrre in loro sensazioni specifiche in base al tema che si affronta?

Si indubbiamente. E’ una cifra stilistica che usano tanti illustratori, e anche io l’ho fatta mia da tanti anni ormai. E’ un modo per risolvere i problemi! Trovandomi di fronte a vari tipi di soggetti, come negli articoli di giornale dove ci alle volte tematiche piuttosto complicate, l’uso di metafore concettuali può risolvere un’illustrazione, creando immagini più suggestive e significative.

Expand your comfort zone – Brandeis University magazine

Dalla tua biografia leggiamo che hai avuto in primis una formazione letteraria/umanistica. Quanto ha influito, e influisce tuttora, sul tuo modo di esprimerti questa caratteristica?

Ha influito molto a livello di metodo; avendo fatto studi “ostici”, come latino, greco, filosofia, ho trovato un metodo per approcciarmi a delle tematiche piuttosto complesse, cercando di venirne a capo. Per me il lavoro dell’illustratore è quello di risolvere dei problemi, e questa capacità di problem solving è stata molto allenata dagli studi che ho fatto.

Adesso scendiamo in aspetti più pratici. Come imposti il tuo lavoro appena ricevi una nuova commessa?

La cosa più importante che devo fare è capire bene il soggetto che ho davanti, che sia un articolo o un libro, e capire anche cosa vuole il cliente da me, ossia il tema, lo spirito, e il modo con cui rappresentare il tutto; in questo sicuramente la formazione umanistica aiuta. Faccio tantissimo brainstorming, e comincio a selezionare le parole chiave del testo che possono aprirmi diversi scenari. Inizio sempre dalle parole, e poi cerco di tradurle in immagini in qualche modo; questo è l’approccio classico, ma certe volte non lo rispetto: ad esempio, parto direttamente con una suggestione che mi è venuta in mente. Sicuramente, se il lavoro di spacchettamento del testo e brainstorming è fatto bene, ci sono probabilità maggiori di arrivare ad una soluzione interessante. Tutto questo fa parte della fase preliminare che porta ai bozzetti; riempio fogli con schizzi e idee e ne seleziono qualcuna interessante. Dopodiché dalla carta passo a disegnare tutto al computer, aiutandomi con una tavola grafica. Successivamente presento i bozzetti digitali al cliente; ne viene scelto uno e procedo alla realizzazione dell’immagine definitiva. Qui entra in gioco la parte più divertente e creativa del lavoro, dove smetto di occuparmi del soggetto e penso soprattutto alla parte grafica, in modo da creare un’immagine accattivante e interessante.

Paramount Pictures Top 100 Films

Hai dei riferimenti culturali ai quali ti affidi con continuità?

Non particolarmente, varia molto dal soggetto che ho di fronte. Per esempio, recentemente ho fatto la copertina di un giornale inglese, BBC World Histories, dove avevo a che fare con un soggetto legato alle Crociate, e quindi ho studiato molto l’immaginario medievale e ho cercato di entrare in quello spirito. Questo è il metodo che seguo, anche se in generale il mio universo di riferimento è nella Pop Art americana e anche nel Surrealismo, soprattutto nei soggetti e modo di alterare la realtà.

Le tue illustrazioni sono realizzate tramite strumenti digitali. Dipende dal fatto che in questo modo hai maggior libertà e praticità, o sono altre le ragioni?

Si è come dici tu. Le ragioni sono legate alla praticità e alla velocità, e poi anche, fondamentale, alla possibilità di sbagliare senza dover rinunciare ad una parte del lavoro; un errore fatto ad esempio con acquerello o tempera può compromettere l’illustrazione. E’ anche un piacere lavorare in digitale, perché questo grande controllo che posso avere utilizzando una tavola grafica mi da molta soddisfazione. C’è stato un periodo ad inizio della mia carriera in cui adottavo varie tecniche di lavorazione; ad esempio disegnavo su fogli e poi li scansionavo, oppure scansionavo textures e assemblavo tutto in digitale, ma era un sistema molto macchinoso che mi faceva perdere il gusto di fare illustrazioni, e non riuscivo a reggere il volume delle modifiche che necessariamente un lavoro editoriale comporta. Per “sopravvivere”, ma anche per divertirmi facendo questo mestiere, sono passato agli strumenti digitali; è stata una scelta inevitabile.

Bozze

Le tue immagini sono pervase da una specie di “pulviscolo”, che le rende molto sofisticate ed eleganti. Come mai questa scelta stilistica?

Mi sono legato ad una visione dell’arte grafica in cui si da molto risalto alla matericità; da questo il problema di dover creare opere digitali senza che si sentisse troppo la sensazione di freddezza che un’immagine digitale spesso ha. Ho pensato che un’opera interamente digitale con linee troppo pulite e colori troppo piatti facesse perdere qualcosa all’immagine, e quindi ho personalizzato qualche pennello e textures che potesse continuare a darmi il calore di un’immagine tradizionale ma realizzandola in digitale. Questo è un aspetto al quale non ho mai rinunciato e preferisco sempre tenere perché credo che funzioni. Come dici tu si crea una certa aurea di sofisticatezza ma anche di calore.

 

Questo vale anche per la scelta dei colori? Ad esempio in base al grado di intensità o saturazione che questi hanno…

Si assolutamente. Anche questa è una necessità dettata dal mercato, perché io lavoro soprattutto per il mondo anglosassone, dove colori saturi molto evidenti sono apprezzati. Io tendenzialmente mi sposterei più su colorazioni meno sature, ma ho imparato col tempo ad incorporare toni più saturi nelle mie immagini, e adesso non sarei capace di tornare indietro, perché mi piace sperimentare colori diversi, più forti.

Shyness

Ti senti in qualche modo influenzato dall’architettura nel tuo lavoro?

Beh in realtà non so molto di architettura, ma sicuramente mi piace disegnarla, sia interni che esterni. Quando posso cerco sempre di incorporarla nelle mie immagini, perché nonostante siano argomenti che non padroneggio bene, mi piace molto disegnare architetture. Non so se sono influenzato in qualche modo da essa, da una sua corrente piuttosto che un’altra. Il mio è un interesse generico, non specifico.

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