Un’intervista con l’Architetto Werner Tscholl

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

October 2018

Parlando con Werner Tscholl abbiamo conosciuta una persona molto disponibile dai toni pacati, ma dai contenuti chiari e pieni di forza proprio come la sua architettura. Tra le varie pubblicazioni, Francesco Dal Co e Marco Mulazzani hanno scritto una monografia su di lui. Nel 2016 ha vinto il premio “Architetto Italiano” per i suoi progetti di qualità che rivelano la storia e la cultura dei luoghi.

Iniziamo con la prima domanda. Se penso ad alcuni suoi progetti di rinnovamento, come Sigmundskron oppure Haus Knoll per arrivare alla Kellerei Tramin, sembra chiaro che il suo dialogo con il preesistente non sia finalizzato ad assecondarlo nel linguaggio. Potrebbe raccontarci il suo approccio al progetto nei casi di rinnovamento?

Lei ha completamente ragione. Noi assolutamente non assecondiamo il linguaggio preesistente.
Il vecchio rimane vecchio, il nuovo diventa nuovo e parla la lingua dei nostri giorni. Ė difficile parlare oggi una lingua barocca perché non siamo più in quell’epoca. Non possiamo capire il vecchio perchè è nato in tutt’altra società. L’unico modo è lasciarlo così come lo troviamo e cercare di interpretarlo. Lasciarlo lì come un qualcosa dal carattere forte e mettergli davanti qualcosa del nostro tempo, dei nostri problemi e della nostra società.

Nei suoi progetti si legge molto bene questo suo approccio, anche solo per il fatto che spesso nei rinnovamenti fa uso di materiali inesistenti al tempo della costruzione dell’edificio.

Sì, per distinguerci dal vecchio utilizziamo anche materiali diversi.
Tante volte quando interveniamo in edifici vecchi vediamo i diversi interventi fatti precedentemente che ahimè non si distinguono più. Abbiamo difficoltà a datarli, non si capisce più di quale periodo sono. Questo è quello che vogliamo evitare perchè noi non siamo possessori di quegli edifici. Coloro che verranno dopo dovranno avere la possibilità di capire facilmente quello che abbiamo fatto.
Se non gli piacerà potranno toglierlo, per ritrovare quello che abbiamo trovato noi.
Gli interventi devono essere interventi del nostro tempo e quindi riconducibili al nostro periodo.

Quindi, lei ė contrario ad un restauro finalizzato a ripristinare l’edificio del passato?

La parola restauro è di per sé sbagliata.
Il restauro va bene non so bene per cosa, ma sicuramente non per l’architettura. L’architettura ė un organismo che facciamo per noi uomini. Un organismo che facciamo per vivere. Restaurare vuol dire conservare una cosa morta e questo a me non piace. Conservare una rovina senza che nessuno ci viva ė trasformare l’architettura in scultura.
Architettura vuol dire vivere uno spazio. Proprio per questo noi cerchiamo di far rivivere i vecchi edifici e non parliamo di restauro ma di rivitalizzazione.

Credo che molte persone, nel vedere il suo progetto Timmelsjoch Experience Pass Museum, abbiano un senso di meraviglia e di stupore legato anche al fatto che si domandano come possa stare in equilibrio. Potrebbe raccontarci com’è nato questo progetto?

Quando siamo intervenuti non c’era più il confine tra Austria e Italia.
L’idea era quella di rendere visibile questa cosa con l’architettura. La fondazione dell’edificio sta in Austria mentre la sporgenza libera va verso l’Italia. Abbiamo costruito liberamente tra i due Paesi proprio per evidenziare la scomparsa dei confini.

Per quanto riguarda l’aspetto costruttivo la fondazione è un blocco più pesante rispetto al resto dell’edificio che ha due muri laterali che funzionano come architravi. Sono due grandi travi collegate dal tetto, dal solaio e dal pavimento quindi staticamente non è così difficile da realizzare. È tutto in cemento armato, gettato con dei pannelli di truciolare per ottenere una tessitura della superficie che trasmettesse un senso di leggerezza al cemento.
Questo oggetto letteralmente “galleggia” sul confine.

Nei progetti Timmelsjoch Erfahrung Granat e Kellerei Tramin l’esoscheletro diventa protagonista del progetto. Perché questa scelta?

La cantina ha circa duecento contadini come soci e per l’approvazione del progetto sapevamo che avevamo bisogno di un messaggio forte e chiaro in cui tutti si riconoscessero.
La cosa più importante era quella di far capire ai contadini che l’elemento fondamentale che loro utilizzano per fare il vino è la vite e l’esoscheletro che noi abbiamo costruito è la sua stilizzazione. Partendo da questo presupposto la vite diventa l’elemento costruttivo.

Durante la presentazione del progetto, già dalle prime immagini della struttura, tutti hanno riconosciuto la vite che circondava l’edificio e hanno approvato all’unanimità il progetto perché vi si riconoscevano.

Quindi potremmo dire che secondo lei, un buon progetto si riconosce quando riusciamo a raccontarlo in poche parole?

Le dico con pochissime parole Casa Knoll.
Da un vecchio manufatto del Medioevo in cui, un secolo fa, avevano messo un tetto provvisorio, abbiamo tolto il tetto e lasciato cadere nel rudere la luce. Al suo interno sono cresciuti degli alberi. Una volta chiusi gli alberi con dei vetri abbiamo ottenuto un luogo dove vivere.
Poche parole per spiegare il progetto, questo è l’essenziale. L’idea deve poter essere raccontata oggi, domani o anche tra 100 anni.
Può invecchiare il manufatto, ma non l’idea che ha generato il progetto.

Guardando la sua biografia, vediamo che ha avuto modo di partecipare a diversi concorsi di architettura. Tra questi ne esistono diverse tipologie. Quale ritiene siano le migliori per selezionare un buon progetto?

Secondo me la miglior tipologia è il concorso di idee ad invito con alcuni partecipanti liberi. Non avere uno spreco di idee con 300 o 400 progetti in cui nessuno viene pagato. Devono essere selezionati degli studi ed il loro lavoro deve essere retribuito. Spesso faccio parte delle giurie e fare da giudice in concorsi con 300 partecipanti è difficile e qualche progetto può sfuggire.
Se il numero è contenuto invece possiamo fare un lavoro di qualità anche come giuria. Al momento, con il nostro studio partecipiamo solo a concorsi ad invito.

Rimanendo sul tema dei concorsi, lei li farebbe in due fasi oppure in altra maniera?

No, li farei in una fase unica.  Anche per il fatto che di solito le due fasi non danno la possibilità ai giovani di partecipare. Infatti nelle due fasi vengono spesso chieste delle referenze. Per fare un esempio, anche se non ho mai costruito una chiesa non è detto che non sappia progettarla.
Il progetto non ha bisogno di tante fasi, per rappresentare un’idea basta uno schizzo. Inoltre chi vince il concorso partecipa a tutte le fasi del progetto fino alla sua esecuzione.

Quindi lei vorrebbe che anche la direzioni lavori fosse affidata al progettista?

Assolutamente sí.
Noi prendiamo un incarico solo se è assicurato che possiamo partecipare a tutte le sue fasi.
Per fare una battuta non voglio dire che vogliamo essere partecipi sino a quando si appendono i quadri, ma quasi!
L’edificio diventa del committente quando è finito, tutte le fasi precedenti devono essere discusse insieme. Una bellissima idea se realizzata non dal suo progettista da come risultato un edificio senza anima. 

Per dare un’anima all’edificio, l’architetto che l’ha progettato deve essere presente in cantiere.

Com’è organizzato il suo studio?

Siamo sempre massimo in quattro.
Grazie a questa scelta posso fare veramente l’architetto perché se la struttura fosse più grande sarei un manager. Con questo piccolo studio riesco a fare tutto. Disegno gli schizzi, realizzo il plastico, vado in cantiere, parlo con il committente e ci costruisco un legame.
Ė questo il mestiere dell’architetto, quello che volevo fare quando ho deciso di diventare architetto. Altri fanno gli architetti ma perdono l’abitudine di andare in cantiere e avere rapporti con gli artigiani. Questo scompare se lo studio diventa più grande, quindi ho deciso di rimanere molto piccolo per poter gestire i progetti quasi da solo.
Come un figlio, il progetto va seguito passo passo, va visto crescere, ne vanno identificati i problemi. Ė questo il lavoro dell’architetto ed è bello vederlo fino alla fine.

Guardando i progetti Messner Mountain Museum Firmian e Timmelsjoch Pass Museum vorrei farle questa domanda. Durante il progetto come si rapporta con la parte strutturale? In alcuni casi sembra che la faccia diventare protagonista.

Direi così: la struttura non è una cosa che limita i nostri pensieri perchè siamo del parere che tutto è fattibile. Un bravo ingegnere deve riuscire a calcolare tutto. Guardando il progetto Massner Mountain Museum Firmian, quando lo abbiamo presentato appeso su quattro funi sembrava impossibile. Per ciò che riteniamo fattibile nella nostra testa troviamo sempre uno strutturista o un ingegnere che lo calcola.

Adesso una domanda che non farò solo a lei ma anche ad altri studi. Perché nelle zone del nord Italia che confinano con Austria e Svizzera ed in particolare nel territorio del  Trentino-Alto Adige è possibile trovare più facilmente, rispetto al resto del paese, degli studi di architettura di alta qualità?

Il motivo è che qualità genera qualità. Quando abbiamo iniziato, la nostra valle era molto conservativa, ad esempio non era consentito fare il tetto piano. La prima casa che abbiamo fatto è stata casa mia; era una casa senza tetto, e nella zona, per usare un eufemismo, faceva “grande rumore”. Qualcuno ha però visto nella costruzione una grande qualità e così altre persone hanno iniziato a desiderarla. La gente comincia a volere qualità quando vede qualità.
Secondo me questo è il criterio. Ogni opera bella porta qualcuno che la vede e che vuole anch’esso qualità.

Qual ė il dovere dell’architettura e quindi anche dell’architetto che la crea?

Questa è una domanda difficilissima.
Credo che sarebbe bello se rimanesse sempre una domanda.
Mi spiego meglio, secondo me non esiste una regola comune per l’architettura perchè ci sono tantissimi approcci e spiegazioni su cosa deve e non deve fare l’architetto.
Sarebbe sufficiente che gli architetti si ponessero almeno tale domanda. In Italia ci sono circa 50.000 architetti e vedendo il risultato che riusciamo a produrre, direi che molti non si pongono questa domanda.
Una cosa che mi chiedo sempre quando i committenti vengono da me è se vorrei vivere in una casa come quella che sto costruendo, se la farei meglio o in altro modo. Bisogna pensare ai bisogni del committente e a come si può far bene.
Se nel suo piccolo ogni architetto facesse il massimo avremmo già tantissimo.

Rimanendo su questo tema le faccio un’ultima domanda. Non pensa che sia un errore che gli architetti vengono definiti o ancor peggio si fanno chiamare tecnici?

Noi non siamo tecnici. I tecnici producono delle “casette morte”. Fanno delle macchine. È proprio quello che gli architetti non devono fare! Noi dobbiamo produrre degli edifici, degli spazi “vivibili” e se questo ci riuscisse saremmo tutti più felici.