C+S Architects: creare nuove potenzialità ad ogni scala del progetto

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Luglio 2019

Maria Alessandra Segantini e Carlo Cappai frequentano negli stessi anni lo IUAV di Venezia, dove vengono a contatto con una serie di grandi personalità, fondamentali nel loro percorso formativo. Il loro lavoro abbraccia tutte le scale del progetto, dell’interior design al paesaggio, mantenendo sempre ferma l’idea dello “spazio ibrido”, ovvero lo spazio che non è più possibile identificare funzionalmente, ma che riesce ad adattarsi ad usi diversi e creare nuove potenzialità. Questo approccio innovativo ha permesso allo studio, nel corso degli anni, di ottenere numerosi riconoscimenti e premi, tra cui il Big Mat Award 2017, il Premio Speciale della Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana nel 2012 e il Premio Sfide 2009 del Ministero dell’Ambiente per la sostenibilità.

C+S architects: Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini

Qual è stato il vostro percorso formativo?

Maria Alessandra Segantini: abbiamo avuto due percorsi diversi che ad un certo momento si sono incontrati.

Carlo Cappai: mia madre era maestra d’arte, mentre mio padre era un architetto (Iginio Cappai, ndr) molto legato al gruppo Olivetti, con il quale ha lavorato a lungo. Io stavo sempre alle sue costole, perché era sempre piacevole, divertente, lo prendevo come gioco; lui piano piano mi introduceva in quello che era un gran piacere che ho sempre continuato ad avere, ossia il poter andare in cantiere e il poter vedere e toccare fisicamente quali sono gli elementi che contraddistinguono un’architettura.

MAS: io non sono figlia d’arte come Carlo, ma nella mia famiglia c’è sempre stato un grande amore per l’arte. La mamma faceva la stilista e disegnava. Mi portava quasi tutti i fine settimana in viaggio per l’Italia e all’estero a visitare mostre e musei. I miei ricordi d’infanzia sono legati non tanto all’architettura ma quanto alla bellezza; ricordo che mi piaceva molto andare con mia madre a Murano, dove si soffiava il vetro, a scegliere le stoffe per le sue creazioni, dove c’erano pile intere di tessuti che aperte sui tavoli rivelavano sorprese di colori, materia, trame. Mio padre si occupava di contract nell’industria del mobile; viaggiava molto per lavoro, e questo mi ha permesso fin da piccola di imparare l’inglese perché arrivavano a casa clienti da tutto il mondo e io dovevo saper comunicare con le loro famiglie. Inoltre, ognuno di loro ci portava un piccolo pezzetto di mondo, attraverso cibo, oggetti, vestiti, e queste esperienze in qualche modo costruivano in me “contaminazioni” tra le varie culture e discipline, che sono una parte importante del mio background di architetto.

CC: Alessandra ed io ci siamo conosciuti allo IUAV di Venezia al quarto anno, perché entrambi volevamo ripetere il corso con Gino Valle che avevamo già seguito separatamente.

C+S architects – Fondaco dei Tedeschi,- 2016 Venice, Italy photo: Delfino Sisto Legnani + Marco Cappelletti

MAS: Abbiamo iniziato a lavorare insieme all’università, e Carlo sembrava già un architetto esperto, rispetto ai nostri coetanei!

In quel periodo lo IUAV era un posto favoloso; io ho seguito i corsi di Manfredo Tafuri, Massimo Scolari, Valeriano Pastor. I visiting critics erano James Stirling, Alvaro Siza, Rafael Moneo, e potevi assistere alle lezioni di Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Gino Valle. Era un mondo molto ricco di contaminazioni da parte di tutte le discipline.

CC: Abbiamo deciso di laurearci insieme con una tesi sul restauro della Torre Massimiliana nell’isola di Sant’Erasmo a Venezia, un progetto che poi abbiamo costruito. Durante la tesi abbiamo raccolto del materiale inedito sull’argomento e subito dopo la laurea abbiamo ottenuto una borsa di studio da parte dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, che ci ha permesso di soggiornare a Vienna per tre mesi e studiare documenti originali e inediti presenti al Kriegsarchiv, facendo confluire la ricerca in una pubblicazione. Nello stesso tempo, in ambito professionale, eravamo stati selezionati per prendere parte alla redazione del nuovo Piano Regolatore di Venezia, per lavorare con Leonardo Benevolo.

C+S architects – LCV. Law-Court offices in Venice – 2012 Venice, Italy photo: Pietro Savorelli

MAS: Per il lavoro su Sant’Erasmo, proseguito dopo la laurea, abbiamo guardato Venezia non tanto come un paesaggio chiuso nelle sue bellissime forme gotiche, ma come un paesaggio in trasformazione, una stratificazione di layers (l’ecologia, la storia, le infrastrutture, il sapere tecnico che aveva permesso ai veneziani di abitare un paesaggio inospitale, privo di acqua potabile). In questo modo, sempre grazie a borse di studio, lavoravamo singolarmente su diversi aspetti: con una borsa di studio studiavamo le fortificazioni storiche, con un’altra studiavamo i ponti e le infrastrutture, con un’altra affrontavamo il tema dell’ecologia. Mettendo insieme tutte queste opportunità, abbiamo costruito la filosofia e l’approccio del nostro studio, tra progetto e ricerca, tra soluzione di un problema locale e rappresentazione di valori universali. In quello stesso periodo abbiamo vinto uno dei concorsi internazionali (residenze per studenti universitari nell’isola di Murano) che lanciò l’allora sindaco Massimo Cacciari.

CC: Poco dopo, forti di tutto il materiale che avevamo a disposizione su Sant’Erasmo, andammo a proporci alla società che aveva l’incarico di riqualificare tutta l’isola per sviluppare il progetto di architettura. Anche se eravamo giovani, abbiamo umilmente cercato di calarci nei vincoli imposti dai contesti che studiavamo. Il tema dei vincoli è fondamentale, perché l’architettura ha le sue regole; è una disciplina assolutamente locale, ma se riesce nel suo intento, è capace di generare dei valori che hanno valore a livello globale. Il locale fa parte della storia, dell’economia, della società, delle persone, ma in assoluto, il prodotto che ne deriva esiste per la sua bellezza e la sua forma ed è immediatamente percepito dal mondo intero.

C+S architects – GAMeC Museum- 2017 Bergamo, Italy 

La vostra esperienza di insegnamento ha varcato anche i confini italiani ed europei; quali sono, a vostro dire, le principali differenze tra le nostre scuole di architettura e quelle oltreoceano? Dove abbiamo ancora da migliorare e dove invece siamo bravi? 

MAS: noi pensiamo che chi sa fare sa anche insegnare. Coloro che insegnano progettazione e non hanno mai costruito, purtroppo sono carenti di quel valore aggiunto che deriva dalle difficoltà del processo di ogni progetto. E’ un processo di negoziazione con il cliente, con gli enti che devono approvarlo, con le diverse discipline (ingegneria, paesaggio, archeologia…), con le maestranze in cantiere. Non è detto che l’università debba essere costituita tutta da architetti praticanti, ma avere un numero importante di architetti a tempo parziale che si dedica anche all’insegnamento può costituire un investimento per il Paese, in quanto si vengono a creare delle figure professionali che una volta uscite dall’università sanno come muovere i primi passi in ambito lavorativo.

L’organizzazione generale delle scuole di architettura è abbastanza simile in tutto il mondo, ci sono i professori di ruolo e i visiting professor, oppure degli architetti a tempo parziale che offrono agli studenti un approccio al progetto che tiene conto proprio di processo di negoziazione di cui parlavo. Noi abbiamo insegnato al MIT di Boston, e debbo dire che lì si dà molta importanza alla ricerca: per gli studenti americani il processo è molto importante e diventa il mezzo per affrontare temi complessi, problemi sociali, economici, politici. Inoltre, vi è una fortissima relazione fra il progetto e l’innovazione tecnologica: lo studente si confronta con tecnologie all’avanguardia, come la robotica o la ricerca su nuovi materiali. In qualche modo l’architettura diventa una parte di tutto questo, e a noi interessa molto questo approccio; l’architettura che stiamo facendo oggi deve costituirsi come un ponte tra memoria e innovazione, assorbirle entrambe e dare forma e spazio al momento culturale in cui stiamo vivendo.

C+S architects – Torri residenziali a Milano – in corso

Il lavoro di C+S comprende vari temi e varie scale di intervento: in cosa consiste il vostro metodo progettuale, e come vi approcciate quando ricevete una nuova commessa? 

CC: innanzi tutto osserviamo.

Osserviamo i layers che costituiscono l’identità di ogni luogo con cui ci confrontiamo. Questo succede anche quando affrontiamo un progetto di design. In prima battuta si potrebbe pensare che il design sia privo di contesto, ma in realtà ce l’ha, ed è costituito dal know-how dell’azienda produttrice, piuttosto che dalle tecnologie a disposizione e dall’identità dell’azienda stessa.

La prima parte del nostro lavoro si traduce nell’ascolto e nel dialogo con le persone coinvolte nel progetto, dopodiché “apriamo” i nostri sensori verso l’innovazione e cerchiamo la forma che possa tradurre il know-how dell’azienda.

Per esempio, la cucina @home che abbiamo disegnato per .elmar ha trasformato la concezione tradizionale dell’idea di cucina intesa come macchina funzionale, in un assemblaggio di 5 “super oggetti”, che sono la cappa, il tavolo, un fuoco, una libreria e una credenza, prendendo in considerazione le sensazioni delle persone che abitano quello spazio. Noi lavoriamo molto spesso sul tema dello “spazio ibrido”, ovvero lo spazio che non è più possibile identificare funzionalmente, ma riesce ad adattarsi a usi diversi. Nell’esempio della cucine @home il tavolo è un piano di lavoro, ma diventa anche lo spazio dove si studia, si fa conversazione, si mangia. E’lo spazio che mette a proprio agio le persone per inventarsi qualsiasi cosa vogliano fare; e così la credenza quando si apre appare quasi come le vecchie credenze della nonna, decorate con la carta, in realtà è una tecnologia molto sofisticata di ceramica stampata a ricreare la ricchezza che una volta derivava dall’applicazione della carta. Il tavolo inoltre, è molto sottile e aumenta il suo spessore solo nei punti di maggior stress strutturale, ossia l’attacco tra le zampe e il piano. Tale punto prende a prestito una vecchia tecnologia di lavorazione del legno per la costruzione delle forcole veneziane: il punto di attacco tra il piano e la gamba del tavolo si deforma per reagire allo stress strutturale e diventa un dettaglio pregiato: la forma non è mai decorazione fine a sè stessa, ma soluzione di un problema reale che la forma traduce.

Per un’altra azienda che produce cemento, abbiamo lavorato fianco a fianco con le facoltà di chimica e biologia dell’università di Ancona per realizzare un nuovo materiale cementizio ultrasottile, che è stato brevettato, ed è diventato poi il sistema di urban furniture della nuova metropolitana di Doha in Qatar.

C+S architects – @home per  Elmar Cucine Photo: Max Zambelli

MAS: Alla scala intermedia del progetto di architettura, il tema degli edifici ibridi si ripresenta quando lavoriamo per scuole o edifici pubblici. Pensiamo che per il loro uso monofunzionale proprio gli edifici pubblici siano molto più privati degli edifici di proprietà privata. In questi vent’anni di attività abbiamo lavorato per aprire gli edifici pubblici alla comunità oltre l’orario classico, salvo per alcune parti, in modo da far sentire la comunità parte dell’identità di quello spazio, per offrir e loro la possibilità di riappropriarsene. Abbiamo iniziato molti anni fa con le scuole. Era il 1998. E abbiamo lavorato su questo tema principalmente perché i nostri bambini erano piccoli e in prospettiva non ci piaceva che andassero in una scuola dove c’erano corridoi bui con aule ai lati e finestre alte, quindi un po’ il contrario di quelle che erano state le ricerche sul rapporto tra pedagogia e spazio prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Studiando la tipologia abbiamo visto che lavorando sul layout era possibile identificare alcune parti della scuola come private rispetto ad altre più pubbliche; di conseguenza, aprendo le parti pubbliche come la palestra, l’ingresso, le corti, le aule speciali, l’auditorium, i giardini oltre l’orario scolastico, il tutto diventava una specie di centro culturale. Abbiamo disegnato e realizzato questa idea (la scuola elementare di Ponzano Veneto ha vinto il Premio Sfide 2009 del Ministero dell’Ambiente per la sostenibiltà  e il rapporto tra pedagogia e spazio) e le linee guida che c’eravamo dati per la progettazione sono poi state riprese dal Ministero dell’Istruzione e sono diventate le nuove direttive sulla nuova edilizia scolastica in Italia.

E’ questo per noi un motivo di grande orgoglio per l’impatto a scala nazionale della nostra ricerca.

Siamo riusciti a produrre un cambiamento, che ci è stato riconosciuto quando Alejandro Aravena, ci ha invitato alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2016 e ci ha chiesto di esporre la “battaglia” che avevamo fatto (e stiamo ancora facendo) per trasformare le scuole italiane in ‘piazze della comunità’.

Questo vale anche per il Palazzo di Giustizia di Venezia, dove la hall centrale è uno spazio pubblico aperto con negozi, che diventa una specie di porta urbana e una piazza coperta, in modo che i cittadini si riapproprino di quelli spazi pubblici oltre l’uso monofunzionale. La Ex-manifattura Tabacchi a Piazzale Roma (ora cittadella della giustizia) affronta anche un altro tema importante che è quello della riqualificazione urbana di grandi complessi industriali dismessi.

O ancora, per la Piazza del Cinema al Lido abbiamo realizzato un grande tappeto bianco, che sembra silenzioso, ma in realtà è un’infrastruttura attivabile da parte dei cittadini durante ore diverse: i bambini che giocano con la fontana d’acqua, gli anziani che guardano il mare (abbiamo infatti alzato il livello della piazza in modo che questo potesse accadere), gli skaters verso sera, le mamme con le carrozzine la mattina. L’infrastruttura invisibile permette inoltre alla Piazza di essere attrezzata per grandi eventi, uno dei quali è la Mostra del Cinema di Venezia.

Ci piace la parola “ibrido”: quello spazio che viene utilizzato per tutto l’arco della giornata e crea nuove potenzialità, e questo è quello che cerchiamo di fare in tutti i progetti, dalla scala micro del product design fino ai grandi progetti urbani.

C+S architects – Piazza del Cinema di Venezia – Lido di Venezia, Italy Photo: C+S architects

Nei vostri progetti date grande importanza allo spazio pubblico e a temi come l’educazione e il gioco; pensate che siano questi gli argomenti su cui l’architettura possa contribuire a migliorare la società?

MAS: assolutamente sì; uno dei motivi a carattere urbano che ci ha fatto lavorare ad esempio sul tema delle scuole, sta nel fatto che proprio le scuole, nelle periferie senza identità che caratterizzano il paesaggio europeo, costituiscono dei piccoli centri che tutti devono per forza frequentare a livello locale. Proprio questo carattere di obbligatorietà diventa la potenzialità. Abbiamo definito le scuole le ‘piazze della periferia’e lavorando sulle scuole stiamo di fatto cercando di costruire una città più vivibile in cui la comunità possa riconoscersi.

CC: si trascura il fatto che l’architettura serve; non è solo un fatto di bellezza. Il verbo servire ha un doppio significato: essere utile e essere al servizio e ambedue questi concetti vanno presi seriamente.

C+S architects – PPS. Ponzano Primary School – 2009 Ponzano Province of Treviso, Italy photo: Pietro Savorelli, Alessandra Bello, C+S architects

Guardando i vostri edifici notiamo che spesso sono molto diversi l’uno dall’altro, sia in termini di forme che materiali; tutto ciò perché preferite adattarvi alle circostanze e al programma, piuttosto che lasciare un segno di riconoscibilità?

MAS: diciamo che non abbiamo uno stile; non so se è bene o è male. Ma ci permette di non avere pregiudizi. Magari è meno efficace in termini di marketing: il cliente spesso chiama l’architetto che ha uno stile perché sa benissimo quale prodotto ne uscirà. Ma il rischio è che dopo un po’ i progetti si assomigliano tutti senza considerazione di alcuni aspetti che sono invece fondamentali per l’architettura. Primo fra tutti la risposta alle condizioni climatiche. Sembra banale, ma  è invece un semplice rilevantissimo concetto. Noi cerchiamo di calarci nel contesto. Ma che significa contesto? Il prima. Perché quel prima ha dato delle forme, che ha generato una reazione negli uomini che abitavano prima e li ha portati a risolvere il problema di dare una forma a quel tetto, alla capanna primordiale, in risposta alle condizioni climatiche da cui si dovevano proteggere. Noi lavoriamo molto con gli archetipi. A Venezia, ad esempio, il Palazzo di Giustizia riprende una forma primordiale veneziana che va dalla scala minuta della residenza alla scala grande dell’edificio produttivo. Due muri paralleli, un tetto a falde. E’ come se avessimo voluto sottolineare lo spazio vuoto che sta tra quei due muri; perché lo spazio vuoto veneziano, è in realtà la sua parte essenziale, il luogo dove il mercante riceveva i propri clienti o dove si costruiva un’imbarcazione. Uno spazio ibrido, flessibile, capace di trasformarsi nello spazio della famiglia, nello spazio del lavoro, nello spazio per costruire o ricoverare la barca. E quella è, essenzialmente, una grande ombra, un grande negativo. E per questo forse abbiamo deciso di utilizzare il rame pre-ossidato, che rimandava anche a quelle che erano le cupole delle chiese veneziane. Questo materiale diventerà verde, non sappiamo quando, ma questo processo di ossidazione è stato innestato. Quindi, questo stesso materiale, che da una parte definisce il vuoto, il niente, dall’altra ha invece si riferisce, in prospettiva, all’identità istituzionale veneziana. Giochiamo su questi opposti che hanno sempre nei nostri progetti, riferimenti fortemente culturali. Forse questo è il gioco che ci piace. Le nostre scuole ad esempio, tutte trasparenti, sembrano delle fabbriche, ma sono delle fabbriche della comunità. A Ponzano, dove eravamo vicini alla fabbrica di Benetton, lavorare con l’immagine della fabbrica e della comunità era una cosa che ci sembrava giusto cogliere. Perseguendo poi l’idea di una fabbrica a consumo zero – consuma neanche 3,7 kWh/mc all’anno, ha i camini di ventilazione dei quali i bambini possono vedere la forma precisa – il bambino cresce con l’idea che sta dentro a un edificio ecologico e quindi, sarà un cittadino migliore nel futuro.

C+S architects – Riqualificazione delle ex scuderie reali a Tervuren –  Belgio, in  corso

CC: Non abbiamo preconcetti neppure sull’utilizzo dei materiali: non vi sono materiali ricchi o poveri, è il dettaglio che dà loro qualità. E’ per noi allo stesso modo importante lavorare con la schiuma e i listelli di legno nella palestra della scuola di Ponzano per dare dignità a uno spazio che è stato costruito con 926 euro al mq e con i dettagli preziosi del Fondaco dei Tedeschi, sul cui esecutivo abbiamo lavorato con OMA e per il quale la richiesta era di tenere il concept e lavorare su un progetto che fosse in continuità con l’identità di Venezia. I materiali scelti hanno formato una grana differente e molto caratterizzante rispetto ai centri commerciali convenzionali. È come se avesse la preziosità di Venezia e l’energia di Rotterdam!

O nella Piazza del Cinema: sarebbe stato più facile realizzare un patchwork di molti materiali; in realtà, abbiamo utilizzato pochissimi elementi, solo ottone e pietra bianca di Apricena, che una volta messi insieme, costituiscono un racconto molto complesso, fatto di sfumature, incisioni, ombre, apprezzabili solo guardandole con attenzione.

C+S architects – Piazza del Cinema di Venezia – Lido di Venezia, Italy Photo: C+S architects

MAS: I nostri progetti sono spesso una sfida tra il vedere e il guardare: includono, senza esibirli una serie complessa di layers con i quali rintracciare l’identità del luogo dove ci innestiamo come se fossimo dei traduttori contemporanei dove il libro da tradurre è il nostro contesto. Il progetto per il nuovo museo di arte moderna e contemporanea GAMeC di Bergamo ne è un esempio interessante. La location è quella del palazzetto dello sport di Bergamo, che potevamo decidere di demolire o mantenere. Ricordo che abbiamo discusso molto sull’approccio e poi abbiamo deciso di mantenere l’edificio esistente perché parte della memoria collettiva e delle mappe mentali della comunità di Bergamo. Abbiamo ragionato sul concetto di retrofit; che significa far tornare in vita uno spazio aggiornandolo e  aggiungendovi tecnologia per farlo funzionare. Abbiamo perciò demolito la tribuna ovale lasciando la struttura esterna con i suoi pilastri in cemento e tamponamenti in mattoni e all’interno abbiamo inserito una scatola di vetro che controventa e sorregge anche l’esistente: un grande volume sospeso che ospita la galleria temporanea e riflette la matericità delle tessiture esistenti, rafforzando la relazione tra le due parti di museo e dando forma a questa idea di traduzione. Nel momento in cui decidiamo di tradurlo, decidiamo di dare nuovo senso alle parole del passato. Ma di un libro, non contano tanto le parole quanto il significato che hanno nel momento storico in cui sono state scritte. Se ha senso tradurre un libro, vuol dire che il suo messaggio vale anche ora. Per l’architettura succede lo stesso.

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