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Modus Architects e l’approccio eterogeneo all’architettura

Giugno 2020

NOME:

Modus Architects

INTERVISTA by:

Nico Fedi e Paolo Oliveri

LINKS:

Modus Architects

la nostra identità è di essere “cittadini di ogni luogo”

la parola “contesto” per me vuol dire costruire il proprio presente, in maniera molto libera e senza confini precisi.

Se non ci fossero stati i concorsi, noi non saremmo mai diventati architetti.

Noi abbiamo sempre avuto un rapporto dirompente con il comune denominatore Alto Adige; i nostri progetti magari non sono bellissimi, ma sono delle “sberle” intellettuali,

Matteo Scagnol e Sandy Attia, prima che architetti molto abili e competenti, sono cittadini del mondo. Una formazione molto ampia e ramificata per entrambi, permette loro di trasportare in architettura tantissime suggestioni e immagini, senza fermarsi alla tradizione o al contesto, e lavorare con la giusta libertà e freschezza.

Portrait: Oskar Da Riz

Iniziamo dalle origini: volete raccontarci il vostro percorso formativo e quali sono stati gli episodi più significativi?

Matteo Scagnol: Sandy ed io abbiamo origini diverse. Io sono italiano, ho studiato a Venezia e lavorato a Napoli per due anni da Francesco Venezia, con cui mi sono laureato. Successivamente ho vinto una borsa di studio che mi ha portato negli Stati Uniti alla Harvard University a fare un post-professional master. Sandy invece ha origini egiziane e americane; ha vissuto la sua infanzia nel Kuwait per poi tornare negli USA, dove ha preso il bachelor presso la University of Virginia, per poi completare i suoi studi in architettura alla Graduate School of Design della Harvard University nel 2000, dove ci siamo incontrati nel primo giorno dei corsi. E da lì c’è stato come un grande innamoramento! Dopo gli studi, io non volevo restare negli USA, perché non mi piaceva il sistema, anche se c’erano grandi potenzialità, ma era molto complicato per gli architetti giovani, e quindi ho deciso subito di tornare in Italia, trascinando Sandy con me prima a Venezia e poi a Roma, perché qui avevo vinto un’ulteriore borsa di studio all’American Academy of Rome. Questo lo considero come il momento formativo più importante, perché abbiamo vissuto insieme per la prima volta in una grande città e in luogo spettacolare. A Roma abbiamo compreso che  la nostra identità è di essere “cittadini di ogni luogo”; questo è il motivo che ci ha permesso di vivere in Alto Adige pur guardando in continuazione fuori, “vivendo” altrove, ma avendo il nostro corpo qui. Questa nostra formazione così distante, la mia molto classica, veneziana, marchio IUAV, con insegnati importanti come Manfredo Tafuri, Massimo Cacciari, Gino Valle e Vittorio Gregotti, mentre quella di Sandy sempre classica, ma americana, a Roma si è unita in un’unica volontà di rapportarci nei confronti del mondo classico, lontano nel tempo, con il disincanto di idee lontane che si ripetono con cicli continui. Ci definiamo “idrorepellenti”, perché ci adattiamo alle condizioni, le comprendiamo ma non ne veniamo assorbiti, né dalla cultura e tantomeno “dall’identità” dei luoghi in cui viviamo. Nell’atto pratico, questo per dire che, sebbene molti nostri colleghi parlino dell’importanza del contesto, della tradizione, dell’uso dei materiali del luogo, noi siamo totalmente all’opposto! Cerchiamo di fare le cose con molta libertà, senza paranoie e imposizioni autoindotte.

Sandy Attia: io ho vissuto in paesi e luoghi molto diversi; la parola “contesto” per me vuol dire costruire il proprio presente, in maniera molto libera e senza confini precisi.

TreeHugger Bressanone, BZ Italy - 2019 Ph: Oskar Da Riz

Dal vostro profilo leggiamo che avete un approccio “eterogeneo” al progetto di architettura. Ci volete illustrare brevemente come si traduce nell’atto pratico questo modo di lavorare?

Sandy Attia: l’approccio eterogeneo è corretto da un certo punto di vista, dato che i nostri lavori sono sempre molto diversi tra loro. Però cerchiamo di partire sempre dagli stessi capisaldi, alle volte anche un po’ banali. In sostanza, i nostri lavori appaiono eterogenei, perché sono molto “curiosi” e liberi, seguiamo con amnesia un filone di coerenza, che in fin dei conti ha una serie di similitudini.

Matteo Scagnol: Abbiamo sempre tenuto alla base un semplice concetto, che lo si può descrivere attraverso le parole di Nietzsche oppure attraverso un nostro viaggio fatto in California qualche tempo fa. Vi diciamo entrambe le versioni. Nietzsche dice che l’aspetto umano è al contempo dionisiaco (passione e impeto) ed apollineo (precisione, regolarità e geometria); i nostri lavori sono dissimili l’uno dall’altro, ma hanno come limite questo “gioco” dove ogni tanto prevale un aspetto piuttosto che un altro, come nel nostro rapporto umano, dove ogni tanto prevale lei e ogni tanto prevalgo io; alla base c’è un contenuto logico, etico e umano. Quando abbiamo fatto questo viaggio in macchina da Los Angeles all’Oregon, attraversando la Big Sur, vedevamo gli alberi che da una parte, protetti dal vento, crescevano belli e perfetti, mentre quelli sul mare erano tutti piegati, anche se il seme che ha dato loro vita (l’idea…) ero il medesimo, solo che dipende dalle condizioni nelle quali si deposita e cresce. 

Nei nostri edifici ci sono quasi sempre tre temi: il primo è legato all’abbraccio, dove traduciamo il tutto in forme che assomigliano a delle “C”, per cercare di abbracciare una condizione; l’altro tema ha a che fare con la gravità, con cui ci piace giocare, quindi volumi sospesi, aggetti, rotazioni; l’ultimo aspetto invece, che per me non è ancora ben chiaro, è legato alla nostra “pigrizia”… Ci sono molti architetti contemporanei bravissimi, specializzati in dettagli, materiali innovativi, che riescono a creare edifici molto complicati; noi invece siamo piuttosto innamorati di tutta quell’architettura, legata più che altro agli anni 70, dove c’era un certo laissez faire, “va bene così”, senza questa mania attuale dove ormai l’architettura è diventata altro che il dettaglio super fighetto, perdendo spesso l’aspetto spaziale, che secondo noi è ciò che conta. Pigrizia vuol dire anche vivere senza preziosità, che non è necessaria; ciò che serve, più che altro, è un luogo che offra empatia.

School complex and Multi-Purpose Hall S. Andrea, BZ Italy - 2017 Ph: Oliver Jaist

Trovate che il sistema del concorso sia tutt’ora uno strumento valido per poter svolgere il mestiere dell’architetto?

Matteo Scagnol: Quando abbiamo iniziato a lavorare funzionava, adesso è una pazzia… Mi spiego meglio. Fin quando il concorso era per l’architetto, finalizzato principalmente ad ottenere un’alta qualità architettonica, senza aver bisogno di una miriade di consulenti, documenti, relazioni e requisiti, allora aveva un senso, adesso no. Abbiamo avuto la fortuna di vincere i primi due concorsi nel 2004, dopo due anni che avevamo aperto lo studio, ed erano concorsi piuttosto grossi, che adesso potresti fare solamente se tu avessi requisiti molto stringenti. Abbiamo vinto senza esperienza, senza requisiti, e poi siamo riusciti a costruirli! Adesso ci sono molti più vincoli, devi organizzare il gruppo di progettazione, compilare tutte le scartoffie scrivere relazioni sui CAM e sugli impianti tecnologici che possono benissimo essere eseguiti dopo anche perché quasi tutti i progetti partecipanti al concorso ricalcano la stessa linea su questi punti, non sono determinati la scelta sul progetto di architettura.

Sandy Attia: Se non ci fossero stati i concorsi, noi non saremmo mai diventati architetti. Abbiamo costruito quasi tutti i nostri lavori anche privati attraverso il sistema concorsuale. Diciamo che il concorso, se lo prendi come una sorta di allenamento e una forma di stimolo a confrontarti prima di tutto con te stesso, e ti togli di dosso la sensazione di dover fare “la cosa migliore”, il tuo miglior progetto, la tua miglior prestazione, diventa una semplice esercitazione. Adesso però le valutazioni sono molto più quantitative che qualitative, legate a dei punteggi sciocchi. Se i concorsi continuano così, non ha più senso farli.

Mentre se il concorso si eleva a fenomeno culturale, ossia che oltre a parteciparvi, tu lo presenti alla cittadinanza, allora assume un valore sociale. Far capire che si possono dare più risposte, ma allo stesso tempo che si deve scegliere, che vi deve essere la responsabilità di una scelta condivisa, come atto di persone qualificate che rappresentano una comunità.

Psychiatric Center Bolzano, BZ Italy - 2016 Ph: René Riller

Ecco una domanda che non faremo solo a voi ma anche ad altri studi: come mai le zone del Nord Italia, che confinano con Austria e Svizzera, ed in particolare nel territorio del Trentino Alto-Adige, è possibile trovare più facilmente, rispetto al resto del Paese, degli studi di architettura di alta qualità?


Matteo Scagnol: Sono due gli aspetti fondamentali. Come primo aspetto, c’è stata per un lungo periodo una volontà politica della provincia di utilizzare le risorse economiche (che sono state per molti anni notevoli) per dimostrare l’efficienza dell’apparato politico locale, utilizzando i fondi pubblici in maniera efficiente, e il mezzo migliore per dimostrare questo è l’architettura, realizzando scuole, ospedali, ecc., ed è stata una grande opportunità per gli architetti locali. Inoltre, la Provincia Autonoma di Bolzano ha assunto una chiara posizione, marcando la prossimità culturale non all’Italia, bensì all’Austria e alla Germania, utilizzando e scegliendo per i propri edifici un linguaggio architettonico molto prossimo a quello di questi stati, che parla di efficienza, precisione, solidità, ecc. In secondo luogo, la Provincia ha dato il via con l’uso del concorso ad una buona pratica seguita dai committenti privati, i quali hanno colto il valore dell’architettura quale veicolo nella definizione della propria identità. Si è creato un corto circuito che ha fatto capire che investire soldi in architettura aveva un enorme ritorno d’immagine che mescolata alla passione del mondo nordico per la costruzione eseguita a regola d’arte, l’amore per la propria casa, per la precisione, per i dettagli, ha prodotto uno stimolo enorme in tutti gli architetti che hanno colto questo impeto verso l’architettura. Questo non vuol dire che l’Alto Adige è più avanti culturalmente o intellettualmente, anche se ha nel suo territorio progetti molto belli e di ottima fattura. Noi abbiamo sempre avuto un rapporto dirompente con il comune denominatore Alto Adige; i nostri progetti magari non sono bellissimi, ma sono delle “sberle” intellettuali, perché dentro di noi ci portiamo dietro la libertà di cui parlavamo prima, che ci permette di non doverci soffermare solo sul dettaglio.

Scialoia School Campus Scialoia, MI Italy - 2019

Molto spesso i vostri edifici sono caratterizzati da una sperimentazione geometrica, che si traduce in volumi piuttosto scultorei. Da cosa deriva questa impostazione al progetto?

Sandy Attia: A noi piace molto lavorare con i modelli, perché ci permette di usare le mani…Di conseguenza, usando questo tipo di approccio, è molto facile che vengano fuori dei progetti con volumi e forme più scultoree. E’ molto diverso rispetto al lavoro con un modello digitale al computer.

Matteo Scagnol: Solitamente ci sediamo ad un tavolo ed iniziamo a fare degli schizzi molto semplici, e poi c’è subito il passaggio al modello fisico, per trovare subito le proporzioni giuste. Questo ci porta a gestire il progetto in maniera scultorea. Le nostre architetture, in termini di aspetto visivo, non sono mai troppo complesse. E poi fare i modelli è l’unico momento di gioia e liberazione nel nostro lavoro, ci divertiamo davvero!!

TreeHugger Bressanone, BZ Italy - 2019 Ph: Oskar Da Riz

Ci volete raccontare dell’esperienza legata alla Biennale dello scorso anno, “ArcipelagoItalia”?

Sandy Attia: Dal punto di vista dell’esperienza, scoprire le Marche, confrontarsi con quella realtà, il tema del post-terremoto, che poi abbiamo portato avanti l’anno scorso a Princeton come visiting professors portando tutti i ragazzi a Camerino, è stato incredibile. Si è aperto un mondo che, progettualmente, ha avuto un effetto dirompente, bellissimo: nel modo in cui abbiamo operato, prodotto i modelli, lavorato con i fotografi, cosa che abbiamo continuato a fare anche in seguito. Non è una novità lavorare con la fotografia però è un modo per approfondire certi temi grazie al dialogo fra le parti.

Matteo Scagnol: per quanto riguarda poi il lavoro di partecipazione alla manifestazione vera e propria, è un peccato che per fare emergere le diverse realtà italiane, sia stato tutto messo sotto un unico cappello indefinito nel quale non era più comprensibile chi avesse fatto i vari progetti. Questo è un atteggiamento italiano, legato forse a invidie, gelosie. Fino a qualche anno fa l’università aveva un suo peso nella manifestazione, ora si è un po’ sciolta su se stessa. La formula adottata per la Biennale non riesce a spingere sulla qualità di poche figure e presentare pochi progetti ma cogenti: si trasforma in un calderone nel quale hai troppe opere presentate e non comprendi il filo logico. Sarebbe più sensato decidere di anno in anno, “tale provincia ha quattro architetti bravissimi”, come fanno quasi tutti i padiglioni dei paesi partecipanti; si scelgono quattro architetti, altri quattro due anni dopo, e così via, dando vanto e aiutando anche realtà specifiche. Se c’è questa melma continua, nessuna idea può mai emergere, diviene un continuo almanacco delle più recenti realizzazioni. Non vengono esaltate le qualità e le capacità dei singoli. Questo è purtroppo il livello culturale dell’Italia oggi: si vive di grandi storie con una miriade di mini protagonisti. Siamo contenti di aver partecipato al Padiglione Italia, orgogliosi, ma allo stesso tempo rimane l’amaro in bocca per essere stati delle ombre. C’è ancora questa idea perversa che la parte fondamentale è il curatore, colui che deve emergere. E non è solo Cucinella, è un problema di chiunque entri nel sistema Biennale gestito dal Ministero. È il meccanismo complicato e troppo controllato. Io sarei più contento se il curatore facesse come avete fatto voi, scegliere 5 figure e ritornare prettamente all’architettura: chiedersi cosa fanno gli architetti su questo tema specifico? Un chiaro e semplice statement. C’è qualcosa da imparare oppure no? Il problema sorge quando è più importante il curatore del contenuto.

Sandy Attia: il problema è che al curatore stesso viene richiesta quantità e non qualità, più progetti ci sono e più si crede  ci sia qualità. Non è così.

Ci definiamo “idrorepellenti”, perché ci adattiamo alle condizioni, le comprendiamo ma non ne veniamo assorbiti,

questa mania attuale dove ormai l’architettura è diventata altro che il dettaglio super fighetto, perdendo spesso l’aspetto spaziale

Adesso però le valutazioni sono molto più quantitative che qualitative, legate a dei punteggi sciocchi. Se i concorsi continuano così, non ha più senso farli.

A noi piace molto lavorare con i modelli, perché ci permette di usare le mani…

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