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Manuele Fior: fare un fumetto è come costruire un edificio!

Novembre 2020

NOME:

Manuele Fior

INTERVISTA by:

Nico Fedi e Paolo Oliveri

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Manuele Fior

Mi trasmettono molta freddezza i pensieri e le realizzazioni delle “archistar”

la mia maniera di guardare questo lavoro è assimilabile ad un gioco

penso che una matita vecchia e consumata o un pennello tutto spelacchiato abbiano un’infinità di potenzialità maggiori rispetto ad un pennello di Photoshop

L’illustrazione è veloce, mentre il fumetto richiede diversi mesi, a volte anni.

In maniera molto conscia, ho scelto di fare fumetto non per sbarcare il lunario ma per parlare di quello che mi interessa.

Come molti suoi colleghi, Fior è un architetto di formazione, che poi decide di occuparsi esclusivamente di fumetto e illustrazione. Sperimentatore di varie tecniche e soggetti, sostiene che l’errore grafico sia uno strumento potentissimo, capace di aprire nuovi immaginari e suggestioni. Usa il fumetto per parlare di ciò che lo interessa, e crede che questo sia un’avventura meravigliosa, ma piuttosto faticosa e alle volte molto lunga e dall’andamento variabile: un po’ come progettare e costruire un edificio! 

La tua formazione è quella di architetto, anche se poi hai deciso di portare avanti il lavoro da fumettista e illustratore. Da cosa dipende questa scelta?

La scelta è stata quasi obbligata; io avrei voluto fare degli studi artistici, ma i miei genitori non erano d’accordo e quindi sono stato indirizzato a fare architettura. Ho cominciato nella maniera più sbagliata possibile, e all’inizio avevo quasi una forma di rigetto, visto che non volevo più andare all’università; invece, proprio nel momento in cui volevo abbandonare tutto, ho seguito un corso di composizione architettonica con un professore che si chiama Augusto Romano Burelli che mi ha molto colpito. Addirittura, dopo l’esame il professore mi ha invitato a lavorare in studio da lui a Udine. Da quel momento, ho cambiato completamente la percezione che avevo di questa disciplina, proseguendo gli studi con molta passione. Lavorando nello studio di Burelli ho avuto la possibilità di seguire dei suoi lavori a Berlino, dove lui aveva vinto un concorso, e per me questo è stato molto affascinante, perché ho avuto modo di entrare in contatto con una realtà molto vivace e stimolante come quella di Berlino inizio anni 90, e questo mi ha fatto veramente appassionare all’architettura.

NEL FRESCO ORINATOIO ALLA STAZIONE - 2014

Con i tuoi occhi di disegnatore, come percepisci l’architettura contemporanea e cosa ne pensi? Ti senti attratto da qualcosa in particolare?

Non so aggiornatissimo sulle nuove tendenze in architettura, e poi, forse a causa del mio carattere, sono sempre un po’ scettico riguardo a certi nuovi movimenti che si formano in questi tempi. Io sono molto affezionato ad un periodo dell’architettura in particolare, che era quello in cui ho frequentato l’università, dove insegnavano certi professori che hanno dato delle sterzate importanti alla disciplina, come Gino Valle. Inoltre, sono molto affezionato alla corrente veneziana che veniva da Carlo Scarpa e Giuseppe Samonà, e lì mi ritrovo a cercare le cose che mi interessano, come ad esempio l’architettura organica in Italia, oppure Frank Lloyd Wright, o Angelo Masieri che in Friuli ha costruito parecchio. Mi trasmettono molta freddezza i pensieri e le realizzazioni delle “archistar”, come ad esempio Daniel Libeskind o Zaha Hadid, mentre continuo a seguire con grande interesse quello che per me è il miglior architetto vivente, cioè Renzo Piano, che non riesce quasi mai a deludermi! A me sembra che in generale manchi una scuola, come è stata ad esempio quella portoghese che ha prodotto grandi architetti, con Alvaro Siza il suo apice; in questo momento, forse per ignoranza mia, o forse perché non c’è, io non sento una scuola italiana; vedo molti professionisti che si agitano facendo a gara a chi fa l’edificio più alto o più strano, mentre l’architettura che mi interessa è quella in cui l’albero genealogico è molto chiaro. Per questo vedo l’architettura organica come una specie di grande albero, che viene dagli Stati Uniti ma che cambia forme in Italia; in questo caso riesco a percepire un tracciato. Poco tempo fa ho avuto modo di parlare con studenti di architettura di Venezia, e anche loro mi dicevano che adesso non c’è una rosa di professori come invece avevo io all’epoca, come ad esempio Francesco Venezia, Aldo Rossi, Gino Valle, ossia architetti che insegnavano ma che hanno anche esercitato molto la professione ad alti livelli.

Celestia - casa canal grande, 2019

Nei tuoi lavori sperimenti varie tecniche di rappresentazione; quando e perché senti il bisogno di passare da una all’altra?

Spesso provo la sensazione, molto soggettiva, di aver finito le cose da fare con una certa tecnica, anche se non è un’affermazione del tutto vera, perché con una tecnica si può andare avanti all’infinito, però per la mia maniera di fare, che definirei piuttosto giocosa, mi viene più facile prendere un nuovo strumento e tentare nuove strade. Per esempio, quando trovo che il carboncino è uno strumento efficacissimo per disegnare cieli notturni o per “squadrare” degli edifici, e mi rendo conto che riesco a farlo anche velocemente, penso che forse non è più il caso di usare altre tecniche. Ovviamente, ogni tecnica in sé è infinita e potresti portarla avanti in maniera illimitata, ma da almeno dieci anni ho ristretto il campo e lavoro quasi sempre con gli stessi materiali; non escludo di poter cambiare, perché la mia maniera di guardare questo lavoro è assimilabile ad un gioco, e trovare nuovi materiali per me è una forma di euforia, perché mi domando sempre:” con questo cosa si riuscirebbe a fare?”. Una nuova tecnica non è solo finalizzata a fare dei segni su un foglio, ma una maniera per aprire l’immaginazione, lo spazio e entrare in un nuovo mondo; queste sono le cose più belle! La tecnica in sé non è importante, ma lo diventa quando ti apre una porta verso una nuova dimensione; questa sensazione devo dire che l’ho provata almeno 2/3 volte nel corso del mio lavoro.

Con quale tecnica hai avuto queste sensazioni?

Per esempio col carboncino, oppure con le tempere, considerate le sorelle minori dei colori ad olio; venivano molto usate dai pittori dell’Ottocento per provare i quadri, perché sono economiche e veloci, molto adatte ad un lavoro come il mio, dove non si fanno quadri veri e propri ma immagini che devono essere realizzate con una certa velocità e riprodotte.

L'ora dei miraggi, 2017

Qual è il tuo rapporto con l’illustrazione digitale? Cosa ne pensi?

Ci sono dei grandi artisti che la fanno, ma penso che stia omologando molto l’immaginario, non perché il digitale sia cattivo o buono, ma semplicemente perché è così. Ad esempio, in altre epoche gli acquerelli hanno omologato molto le scene, oppure i pastelli. Ovviamente in questo appiattimento ci sono delle punte molto alte, con artisti bravissimi e che sanno sfruttare al meglio questa tecnica. Personalmente, ammiro molto alcuni illustratori e le loro opere, ma non riesco a trovare qualcosa che vada più in là di quando lavoro con le mani, perché con queste ho la sensazione di spingere la palla più in avanti; invece col computer, che uso moltissimo per fare altre cose, mi sembra di non uscire da un certo raggio d’azione.

L'ora dei Miraggi, 2017

Credi quindi che ci sia un rapporto più fisico con gli strumenti tradizionali…

Io penso che una matita vecchia e consumata o un pennello tutto spelacchiato abbiano un’infinità di potenzialità maggiori rispetto ad un pennello di Photoshop che cerca di imitarli. In genere, gli artisti digitali più “intelligenti” non cercano di fare una brutta copia di ciò che si può fare con le mani, e questa è secondo me la parte interessante. Poi c’è la questione dell’errore: in una tecnica manuale convivi sempre con gli errori, dall’inizio alla fine del lavoro, anche nelle illustrazioni più affascinanti, e se non vuoi, proprio queste sono quelle che sono riuscite a domare un grande errore e farne un punto di forza; invece nel lavoro digitale c’è la possibilità di tornare indietro, correggere l’errore e perfezionare quasi all’infinito l’immagine. Ecco io senza errore non godo abbastanza! Gli errori secondo me sono un qualcosa che può contribuire a creare dei nuovi immaginari; molte volte delle idee vengono da dei colori assolutamente improbabili o da imperfezioni anatomiche, oppure da delle pezze che devi mettere sul foglio. Io credo che la questione dell’errore sia la differenza principale che mi fa prediligere le tecniche manuali. Ho tanti amici che usano l’illustrazione digitale e spesso guardo come lavorano; un conto è fare un gesto sapendo che potrai sempre cancellarlo, e un conto è fare lo stesso gesto con un pennello o la punta di un pennino; è come lanciarsi nel vuoto senza la rete sotto, un duello tra te e il disegno che innesta una certa tensione, che secondo me si percepisce!

Come ti approcci ad un nuovo lavoro, che sia un’illustrazione o un fumetto?

L’illustrazione e il fumetto sono molto diversi come modo di lavoro. L’illustrazione è veloce, mentre il fumetto richiede diversi mesi, a volte anni. L’illustrazione è soggetta a critiche e osservazioni da parte di chi la vuole, deve adattarsi ed è impossibile improvvisare completamente. Invece il fumetto, che secondo me è l’opera d’arte più completa che riesco a fare, ha bisogno di un grande campo di libertà, perché dentro può succedere di tutto; puoi fare cose che conosci ma devi fare anche cose che non conosci, e ogni fumetto deve spingere un po’ più avanti il tuo lavoro, perché altrimenti non ha senso investire tutto questo sforzo, perché fare fumetti è molto faticoso. Io lascio all’improvvisazione una parte molto importante del mio lavoro, e questo non vuol dire che non prepari niente, anzi prima di partire mi documento molto e dentro di me ho una tecnica di disegno che è quasi già pronta, perché devo sapere con quale armatura andrò in battaglia! Poi quando si “combatte” non si sa quello che succede; ci sono dei momenti dove ti sembra di vincere e hai il vento in poppa e altri dove ti senti scoraggiato. Il fumetto è una grande avventura perché dura molto tempo, cambia forma dall’inizio alla fine e cambi anche tu stesso durante questo periodo; non c’è un metodo quindi! Devi farcela con tutti gli strumenti che hai e che provengono anche dall’esperienza.

L'Ora dei Miraggi

Come consideri la relazione tra disegno e testo nel fumetto? Ovvero, quanto riesci a utilizzare un’immagine senza il bisogno di inserirvi un testo e quando invece non è possibile, secondo te, prescindere da una parte testuale?

Dipende molto da cosa stai raccontando, sapendo che comunque l’immagine ha un grande potenziale narrativo, come avviene anche nella pittura; se osservi un quadro di Hopper osservi un frammento di un racconto, oppure nei dipinti di Balthus si desume una storia da un’immagine. Il fumetto sviluppa una storia col disegno e il rapporto con il testo dipende da vari aspetti; per esempio, io sono stato influenzato dalla scuola giapponese dei manga, dove ci sono molte pagine anche solo di disegno, che danno un aspetto quasi contemplativo al fumetto, rispetto invece a quello italiano o americano molto didascalico. In altre parti del fumetto invece il personaggio, una volta disegnato, “chiede” di dire una cosa, dell’espressione che ha; in certi momenti i disegni non stanno in piedi da soli ma solo se dicono qualcosa. Questa è un’alchimia all’apparenza molto semplice ma in realtà delicata e complessa. I personaggi dei fumetti hanno un loro modo di parlare, molto teatrale e poetico, perché il testo ha importanza secondo il posto in cui è messo, a differenza invece di un romanzo. Anche per i testi ci sono regole non scritte, lo senti tu disegnatore quando un personaggio vuole parlare e quando invece è giusto andare avanti soltanto con le immagini.

Le variazioni d'Orsay

Quando disegni in libertà, senza scadenze editoriali o commerciali, quali sono i tuoi soggetti preferiti? 

Sono quelli che tratto, perché cerco di lavorare in una condizione di maggiore libertà possibile. In maniera molto conscia, ho scelto di fare fumetto non per sbarcare il lunario ma per parlare di quello che mi interessa. Per esempio, quando ho fatto “L’intervista” volevo approcciare il tema classico del contatto nella fantascienza e vedere cosa ne veniva fuori ambientando la storia in una provincia italiana come Udine; oppure “Celestia”, l’ultimo fumetto che ho fatto, è nato da una grandissima voglia di rioccuparmi di Venezia, il posto dove ho studiato e vissuto. In sostanza faccio quello che ho voglia di fare!

Mercurio Loi

Ci vuoi parlare della tua opera “Le variazioni d’Orsay”?

Questo libro è nato dalla collaborazione tra il mio editore e il Musee d’Orsay, che avevano già fatto delle pubblicazioni a fumetti con tema centrale il museo parigino. Anche a me è stata proposta questa opportunità, che mi ha permesso di girovagare nel museo per più di un anno e accedere anche a luoghi non aperti al pubblico. E’ stata un’esperienza molto bella e irripetibile, che ha dato come frutto il libro che è una specie di tour de force di immagini, storie, pitture e pittori. Una cosa mi ha divertito molto scoprire in questa esperienza mentre mi documentavo, ovvero la condizione da cui provenivano molti Impressionisti, che fondamentalmente erano degli scalzacani, dei rigettati da parte dell’arte ufficiale; in questo senso molto simile alla situazione fumettistica, dove gli artisti sono considerati di serie b. Questa credo sia una cosa molto vitale, perché si considera il fumetto un’arte molto immediata, popolare, che non ha bisogno di mediazioni per arrivare al suo obiettivo. Per questo mi è venuto voglia di sviluppare la storia concentrandomi sulla fase iniziale degli Impressionisti e in particolare su Degas che è il mio pittore preferito all’interno di questo gruppo.

Ci vuoi parlare della tua opera “L’ora dei miraggi”?

“L’ora dei miraggi” una raccolta di illustrazioni che ho fatto nell’arco di quindici anni di lavoro. Il libro contiene anche dei testi, che all’inizio dovevano essere molto sporadici, ma poi c’ho preso gusto e ho imbastito una piccola storia, nella quale volevo far capire cos’è il mio lavoro dietro le quinte, mischiandolo tra immagini e parole. E’ una sorta di dialogo con il lettore appassionato di disegno, e mi ha fatto molto piacere sapere che molti disegnatori l’hanno trovato interessante e gli è piaciuto; il nostro lavoro è molto solitario e a me piacciono molto i pittori o i disegnatori che parlano del loro, come Picasso o De Chirico, che descrivono cosa passa nel loro cuore e nella loro mente. Ho cercato anch’io di fare qualcosa di simile.

Ci vuoi parlare del tuo ultimo lavoro “Celestia”?

“Celestia” è il mio ultimo fumetto; è diviso in due parti, la prima uscita a novembre 2019 e la seconda a febbraio 2020, ed è un grande racconto fantastico ambientato a “Celestia”, che è un nome alternativo per un’isola molto simile a Venezia, ma il fatto di cambiarle nome mi ha permesso di svincolarla dalla sua vera storia e riguardarla con obiettività, perché quando la osserviamo adesso la diamo quasi per assodata, scontata in certi aspetti, come anche la sua sopravvivenza,  e invece guardandola con questo filtro ci si lascia ancora stupire da questo posto che è una singolarità geografica, urbanistica, architettonica, artistica mondiale, un punto irripetibile. In questa “Celestia” si svolge un’avventura con due protagonisti, Dora e Pierrot, che scappano poi dall’isola e vanno a vedere cosa c’è intorno e scoprono un paesaggio quasi surreale, popolato da castelli futuristici che in realtà sono opere di Ricardo Bofill, costruiti in Spagna negli anni ’70/’80. Nel fumetto ho giocato molto con l’architettura: c’è uno scorcio che sembra l’ospedale di Venezia progettato da Le Corbusier, oppure la Fondazione Masieri che era un bellissimo progetto di Frank Lloyd Wright, ricostruita e abitata dai personaggi. Mi sono divertito a prendere un po’ tutto quello che l’architettura aveva previsto per Venezia e che non è riuscita ad attuare, per poi riempirla con tutto il mio bagaglio architettonico per costruire l’avventura e il senso di stupore. Una cosa che mi diverte molto, quando metto nei miei fumetti degli edifici conosciuti dagli architetti ma non dal grande pubblico, spesso la gente mi chiede come sono riuscito ad inventare questi edifici così futuristici, che in realtà esistono e sono stati costruiti negli anni ’40 o ’50. L’architettura ha ancora questo grandissimo potere di forgiare l’immaginario futuro, anche quando parla al passato; è per questo che per me è bello usarla!

continuo a seguire con grande interesse quello che per me è il miglior architetto vivente, cioè Renzo Piano

Una nuova tecnica non è solo finalizzata a fare dei segni su un foglio, ma una maniera per aprire l’immaginazione

Gli errori secondo me sono un qualcosa che può contribuire a creare dei nuovi immaginari

lo senti tu disegnatore quando un personaggio vuole parlare e quando invece è giusto andare avanti soltanto con le immagini.

THE TREE MAG – The Fruits of Ideas