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Luca Molinari: progettare non l’aspetto stilistico dell’edificio, ma il suo funzionamento.

Febbraio 2020

NAME:

Luca Molinari

WORDS:

Andrea Carloni e Carlotta Ferrati

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il mio studio si occupa di attività curatoriale.

Facendo una battuta una volta c’erano le recensioni adesso ci sono i like!

quello che progettiamo non è l’aspetto stilistico dell’edificio, ma il suo funzionamento.

In un epoca dove l’architettura e molte altre attività progettuali vengono percepite quasi esclusivamente attraverso le immagini, il lavoro che fa Luca Molinari oggi potrebbe quasi risultare insolito, infatti usa il le parole per esprimere la propria creatività e pensiero.  Luca Molinari esercita molteplici attività che hanno come tema comune l’architettura. Una parte del suo tempo è dedicata ad una vera e propria attività di ricerca intellettuale che ha come risultato la stesura di libri e l’attività di curatela di importanti mostre internazionali. Oltre a questo lo Studio Luca Molinari viene chiamato per impostare bandi di concorso internazionali; uno degli ultimi è quello redatto per Barilla. Un’altra importante attività che viene svolta dallo studio è quella di immaginare il funzionamento di un nuovo spazio museale e coordinare, oltre che assemblare, la struttura delle persone che dovranno realizzarlo.

Luca Molinari

Di cosa si occupa principalmente Luca Molinari Studio?

È una bella domanda, lo chiedono sempre anche i miei figli! Non hanno ancora ben chiaro che lavoro faccia loro padre. Comunque, a parte la battuta, il mio studio si occupa di attività curatoriale. 

Ce ne puoi parlare?

Ho una formazione da architetto e questa materia è il centro di ogni mia attività.
Anche se il termine curatore oggi è un po’ abusato, nel mio caso credo che sia corretto. Infatti quello che faccio si colloca tra una vera e propria attività di curatela e un lavoro teorico/critico sull’architettura. Negli anni abbiamo avuto la possibilità di essere curatori della Triennale di Milano, della Biennale di Londra e del padiglione italiano alla Biennale di Venezia. Con il tempo questa attività si è evoluta e oggi veniamo chiamati sempre più spesso per “immaginare nuovi musei”. 
Un’altra attività che svolgiamo è quella di consulenza per definire l’impostazione dei più importanti concorsi internazionali.
Un’ultima attività che svolgo individualmente e sento come vera e propria esigenza “carnale” è quella di scrivere.

Hai detto due cose che vorrei approfondire. La prima riguarda l’attività di immaginare musei…

Negli anni ho avuto modo di curare molti eventi e mostre importanti. 

Nel 2015 fui chiamato dall’architetto che aveva vinto il concorso per la costruzione del Museo della città di Istanbul ad intervenire sul progetto pensando al concept e ai contenuti da inserire in questo edifico. 

In seguito sono stato chiamato dal Comune di Parma per immaginare con loro il nuovo Museo Nazionale della Gastronomia. Attualmente siamo stati chiamati a sviluppare il masterplan per il nuovo museo del design dell’ADI a Milano

In pratica hai il difficile compito di far comprendere a tutte le figure che lavorano sul progetto cosa accadrà quando l’edificio inizierà ad essere vissuto…

Il mio lavoro è molto simile a quello di un direttore d’orchestra che coordina varie figure. 

In primis dobbiamo capire i desideri del committente, interpretarli proponendo contenuti e immaginare il funzionamento della macchina museale. Una volta compreso tutto ciò cerchiamo di trasmetterlo ai progettisti architettonici. 

Detto in altre parole quello che progettiamo non è l’aspetto stilistico dell’edificio, ma il suo funzionamento. 

L’attività di impostazione dei concorsi in cosa consiste?

Premetto che è un lavoro molto complesso perché veniamo chiamati dal committente per comprendere appieno i suoi desideri e bisogni e aiutarlo nella stesura di un concorso di architettura che gli permetta di raggiungere gli obiettivi preposti. 

I concorsi che impostate sono sempre su invito?

Non necessariamente.

 Da poco abbiamo terminato un lavoro per Barilla che ci ha chiesto esplicitamente di organizzare un concorso di idee a livello mondiale e aperto. Negli anni ho organizzato almeno 5 concorsi di notevole importanza e ognuno era diverso dall’altro.

Quindi non c’è una tipologia migliore rispetto ad un’altra?

Immagina una spina dorsale composta da più punti che devono essere sempre rispettati.

Quali sono i punti?

Massima trasparenza; qualità nella produzione dei contenuti del concorso in modo che questo diventi un vero strumento di lavoro per il progettista; rispetto della professionalità del progettista e quindi riconoscimento di un giusto compenso economico; trasparenza delle regole; ascolto del cliente. Rispettati questi punti il concorso viene progettato a misura sulle necessità del committente. 

Sono in genere poco propenso ai concorsi anonimi perché appiattiscono la qualità. La commissione non sceglie il progetto che muterà, ma l’architetto che pensa. 

Nel caso di Barilla abbiamo fatto un concorso misto diviso in due fasi in cui la prime era anonima e dove il cliente ha premiato l’idea. Una volta scelte le 8 idee che ci piacevano abbiamo avviato la seconda fase che non era più anonima. In questo step è stato fondamentale il confronto tra committenza e progettisti al fine di farli conoscere e comprendere le rispettive visioni e necessità. 

Credo che una buona relazione personale tra progettista e committente sia fondamentale per ottenere un buon progetto. Committente e architetto devono avere la possibilità di conoscersi e capire entrambi se potranno lavorare insieme. Trovo ai limiti dell’assurdo che delle persone debbano lavorare insieme per anni e realizzare un’opera senza sapere se tra loro ci sia feeling.

Nel caso delle Amministrazioni questo approccio potrebbe diventare più complesso…

Abbiamo lavorato con alcuni Comuni, ma troppo spesso il progettista viene scelto soltanto in base all’offerta economica più vantaggiosa. Trovo questo approccio, per molteplici motivi, molto deludente e nemmeno efficace dal punto di vista economico. 

Nel libro Y08 edito da Skira, affermi di aver selezionato progetti che si contrappongono alla concezione di un’architettura pret-à-porter…

Adesso sta uscendo il mio libro dal titolo The sugar free architecture edito da Skira che tratta i soliti temi. 

Oggi abbiamo un positivo livellamento della qualità media dell’architettura. In parte questo è dovuto anche alla grande quantità di informazioni messe a disposizione dalla rete e dalla possibilità di avere, grazie ad i social network, un riscontro immediato sulla qualità del proprio lavoro. Facendo una battuta una volta c’erano le recensioni adesso ci sono i like!

Oggi è molto facile trovare delle architetture corrette che ti fanno capire di appartenere ad un mondo civilizzato, ma è quasi impossibile trovare delle costruzioni potenti capaci di spostare il dibattito in avanti. Siamo tutti stati conformati ad essere dei perfetti e corretti consumatori che si aspettano di avere cose piacevoli. Un’architettura perturbante capace di sconvolgere e creare meraviglia non si addice ai tempi che stiamo vivendo. 

Le architetture di oggi non stimolano domande, ma semplicemente consolidano il presente. 

La città si può ancora progettare? Com’è possibile evitare gli errori del passato?

Con il passare degli anni  la pressione esponenziale dei numeri demografici è diventata sempre più potente. Per capire cosa stiamo affrontando basta ricordare che siamo passati da 0 a 6 miliardi di popolazione mondiale in 20.000 anni e da 6 a 7 miliardi in 95 anni. Per la prima volta nella storia dell’umanità, l’architettura si è dovuta confrontare con la necessità impellente di dare una casa a chi non ce l’aveva. Le periferie con tutti i loro problemi sono state la risposta politica a questa richiesta di massa. Oggi ci troviamo in una fase diversa rispetto a quella degli anni Sessanta del Novecento perché non dobbiamo rispondere in modo così immediato alla pressione dell’onda demografica. Il tema è quello di bonificare ciò che è stato fatto in passato in attesa che arrivino nuove idee capaci di portarci avanti. Credo che l’architettura da sola non possa gestire le grandi megalopoli di oggi. Però può lavorare su quelli che chiamo i micro monumenti civili.

Di cosa si tratta?

L’architettura può collaborare a costruire luoghi in cui la gente può costituire forme di comunità diversa. Inoltre è possibile lavorare sulla sperimentazione abitativa e sul recupero del patrimonio esistente proponendo soluzioni tecniche e tipologiche. Basti pensare a come è cambiata la famiglia nucleare e alla scomparsa della privacy.  È possibile lavorare sul paesaggio e sul landscaping. Inoltre è possibile operare sul recupero di infrastrutture esistenti propendendo per nuove visioni e un uso alternativo di quello che abbiamo. Tutto ciò obbliga l’architettura a fondersi con altre discipline. 

Oggi la città viene sempre più vista come un organismo unico fatto di uomini, animali, piante etc. Progettare le città pensando esclusivamente al benessere degli uomini non può funzionare, dobbiamo capire la complessità dell’ecosistema che la costituisce e che ormai si sta ribellando. I giovani hanno capito bene questo messaggio e manifestano nelle piazze per sensibilizzare le comunità. Se la politica non ascolta e comprende queste richieste sempre più pressanti, non mi stupirei di assistere in futuro a delle forme di terrorismo ecologista. 

Adesso una domanda che non ho fatto solo a te. Da sempre uno dei ruoli principali dell’architetto è stato quello di immaginare lo spazio per l’uomo del presente. Oggi, per la prima volta nella storia, l’uomo vive molto del suo tempo in uno spazio comune e illimitato che è quello della rete. L’architettura contemporanea si confronta con questo tema?

Sicuramente la rete, in quanto fenomeno antropologico e sociale, sta smantellando l’idea tradizionale di privacy. Sta cambiando il mondo in cui noi vivremo e costruiremo le nostre case. Questo è un tema progettuale molto serio. Però credo anche che la rete in quanto impalpabile e pervasiva non possa diventare un linguaggio architettonico. 

L’idea molto novecentesca che sei moderno se vivi in una casa moderna è stata oltrepassata ed oggi puoi vivere nel presente anche abitando in una caverna! 

Prendendo spunto anche dal tuo libro Architetture Resistenti, qual è la vera architettura sostenibile?

Oggi c’è una grande pressione sociale su questo tema, trasformato in una sorta di panacea capace di risolvere ogni problema. Basta rivestire un edificio di alberi o pannelli solari per dire che è un capolavoro. L’aspetto delle sostenibilità legato alla tecnologia lo do per scontato. Mentre credo si debba lavorare anche sulla sensibilizzazione della società creando dei paradigmi di riferimento. 

L’insegnamento nelle scuole potrebbe aiutarci?

Assolutamente sì. Le scuole costruiscono i cittadini di domani. 

Per affrontare l’architettura fai un ampio uso della parola scritta. In contrapposizione, oggi molti studi utilizzano Instagram come unico mezzo di divulgazione dei propri contenuti e pubblicano foto praticamente prive di parola scritta. Tu cosa ne pensi?

Una volta parlando con Bjarke Ingels mi disse che da giovane studiava le sceneggiature dei film di successo per capire il perché non riusciva a comunicare adeguatamente i propri progetti. Quello che lo ha sempre attratto non era la storia dell’architettura, ma il giusto modo di colpire l’immaginario e per fare questo ha studiato alcuni dei più grandi creatori di immaginario, cioè i film. E in particolare le loro sceneggiature cioè la parola scritta. 

Sono nato negli anni Sessanta e dalla mia generazione in poi abbiamo iniziato a ragionare per immagini. Il grande problema che abbiamo oggi sta nel fatto che ogni giorno processiamo migliaia di immagini, ma quasi nessuna riesce a sedimentare.

Altra cosa interessante è che molte parole che abbiamo tradizionalmente sempre usato non traducono più i fenomeni che viviamo. 

Puoi fare un esempio?

Quando parliamo di città, di casa, di piazza, di interno/esterno, di cosa stiamo parlando? Se non abbiamo parole con significati condivisi come facciamo a trovare soluzioni comuni?

Tornando a Instagram?

Credo che ultimamente la situazione sia cambiata e molti autori stiamo usando immagini abbinate al testo. L’immagine può diventare il veicolo di un contenuto da leggere. Un ottimo esempio è il lavoro che sta facendo Alice Rawsthorn, la critica di design del New York Times, che ogni settimana pubblica una sola immagine con sotto un testo di ben 1500 battute. Instagram è una morfogenesi che muta continuamente sotto la pressione del cambio di abitudini dei suoi utenti. 

Invece riguardo a Facebook credo che sia ormai diventato una sorta di dinosauro lento incapace di avviare una mutazione e animato sempre più di persone desiderose di sfogare le proprie rabbie e frustrazioni. 

Le immagini, anche se potenti, non credi che spesso possano andare meno in profondità all’interno dell’immaginario umano?

Sì, ecco perché tornando al mio libro uso la parola resistente. Resistente non nel senso che è contro, ma piuttosto come un sasso nel fiume che è in grado di contrastare e deviare il corso dell’acqua. Il ruolo della parola è quello di rallentare il pensiero. 

Nel 2016 hai pubblicato Le case che siamo. Me ne puoi parlare?

È un libro che ho molto amato. Figlio di un momento particolare della mia vita in cui viaggiavo molto. Mi era stato chiesto di redigere un concorso per un museo a Beirut e la mia committente mi chiese di poter conoscere personalmente 25 architetti europei e visitare i loro studi al fine di invitarne 7 a partecipare al concorso. Durante questo periodo passavo molto tempo in aereo e avevo una serie di interrogativi con me stesso su cosa fosse una casa. Tutte le prime bozze del libro sono state scritte praticamente in volo. 

La ragione del libro è che tutti parlavano di piazze, di aeroporti, di non luoghi, di mercati e spazi pubblici in modo sempre più banale ma nessuno parlava mai della casa, che io trovavo essere un luogo in profonda e sottile trasformazione politica e sociale.

Nella tua attività didattica ci sono alcuni temi che ritiene fondamentali da far comprendere ad i suoi studenti?

Ho smesso di insegnare storia dell’architettura circa tre anni fa e adesso tengo solo corsi di progettazione. All’interno del corso uso delle parole chiave capaci di ampliare la visione degli studenti e poi le applichiamo all’interno di progetti molto concreti in modo da renderle più comprensibili. 

Puoi raccontarne qualcuna?

Possono essere rapporto con il vuoto, rapporto di gerarchia tra gli spazi, la dimensione erotica dello spazio progettuale, il tema della meraviglia. Usiamo il progetto come una forma di consapevolezza.

Facci un esempio…

Premetto che insegno alla Vanvitelli di Anversa e nelle campagne ci sono molti edifici con telaio a vista.Quest’anno agli studenti ho chiesto di partire dalla Maison Domino di Le Corbusier e cioè da un telaio vuoto da riempire. Partendo dall’idea di scheletro dovevano progettare una casa come autoritratto. Questo tema è doppiamente sottile perché da una parte tratta un soggetto di grande attualità e dall’altro ti dice che se non ti conosci non puoi progettare. 

Un’altra cosa su cui insisto molto è quella di invitare i miei studenti a disegnare con la matita e fare modelli a mano.

Perché?

Questi sono strumenti che da una parte li obbligano a essere più consapevoli di quello che stanno facendo e dall’altra rallentano enormemente il loro tempo produttivo. Diventando più lenti il tempo si dilata e sono costretti a riflettere più profondamente sulle loro azioni. A me interessa sviluppare dei corsi dove si lavora sulla consapevolezza.  

Cosa ne pensi delle nostre università?

Credo che formiamo degli ottimi autori di talento che appena laureati prendono e se ne vanno all’estero! Questo è uno dei grandi temi di oggi. Un altro è come insegnare la progettazione nei prossimi 20 anni. L’architetto classico che costruisce le case e le palazzine sarà meno necessario mentre verranno sempre più richieste persone capaci di pensare e immaginare soluzioni in vari campi dell’architettura.

Il mio lavoro è molto simile a quello di un direttore d’orchestra che coordina varie figure.

Un’ultima attività che svolgo individualmente e sento come vera e propria esigenza “carnale” è quella di scrivere.

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