Casa Kostner di Modus Architects

ARCHITECT:

Modus Architects

PHOTO:
 
Marco Zanta, Alessandro Gandolfi
 

YEAR:

2013

LOCATION:

Castelrotto, BZ Italy
 
LINKS:
 

Torniamo all’architettura. Vorremmo parlare ora dei vostri lavori. Ci potete raccontare di casa Kostner?

Matteo Scagnol: una delle poche residenze che non abbiamo realizzato su concorso. L’artista Kostner aveva organizzato un concorso chiedendo a tre architetti delle proposte, ma non gli piacevano. Come è nato il progetto? C’è un aneddoto che si basa su una cartolina; Il progetto si è sviluppato molto velocemente: il tema dei due volumi che riprende la tradizione, delle due casette affiancate e la pianta di casa Fischer di Kahn, trasposizione di un concetto planimetrico di un altro mondo. I temi alla base sono fondamentalmente tre: l’abbraccio, la gravità e la dualità. Confezioniamo il progetto e invece di chiamare Hubert per presentarlo, stampiamo una cartolina con un fotomontaggio che fa capire e non capire. Mandiamo la cartolina e diciamo “se vuoi continuare con noi, veniamo; ma a quel punto, continuiamo” (Ride – n.d.r.). E capisci che la curiosità è il più grande mezzo di persuasione; questa cosa del far vedere / non vedere lo ha così intrigato che si è convinto; è stato un gioco, legato anche al metodo espressivo che lui stesso usava in alcune opere. Essere architetti significa anche essere psicologi, e capire molto bene tutte le dinamiche. Quando vinci un concorso l’idea è quella e non torni indietro. Non è che stai a discutere con il committente rimettendo in gioco l’idea. Se un committente parte da zero a fare una casa, inizi e la cambi molte volte. In questo caso, il committente ha scelto, e se ha preso quella scelta, quella è. E come architetto sei molto avvantaggiato nel continuare. Avendo capito che Kostner come artista è un personaggio molto complesso, giocare di vantaggio era la vera motivazione della cartolina. “Ti va bene? Se ti va bene continuiamo su questa strada, sennò non vedi cosa abbiamo fatto”. E quindi è stato un po’ un diktat. Non avendo la possibilità di fare un concorso, tu presenti un’immagine e dici questa è l’idea. O l’accetti e io vengo da te, o non l’accetti e non ti faccio vedere tutto il mondo che sta dietro. È la curiosità che ha stimolato la decisione. Naturalmente l’architettura in questione nasce anche dalla sua capacità di artista di essere provocatore. Gli diamo credito che dovevamo fare un’opera per un provocatore. Come artista, irride il turismo, la tradizione, il mondo sudtirolese trasformato per far stare bene i turisti. Con il suo atelier voleva dare un segnale personale, fisico, alla comunità. Noi, avendo capito questo impulso, abbiamo usato il materiale della tradizione, il legno, però sotto una luce POP: le strutture non sono solo delle X di rivestimento. L’edificio appare semplice, ma strutturalmente è molto complesso perché sta insieme come una trama, una rete che lavora per torsione. Ho dovuto mandare via due ingegneri che dicevano che l’edificio non si reggeva e non volevano prendersi la responsabilità. È un progetto potentissimo perché è debolissimo: è una architettura classica, un peristilio, un tempietto, ed è debolissimo, perché con la motosega fai il giro alla base e crolla tutto. Ha la potenza della fragilità, piccolo ma monumentale, allo stesso tempo capisci che è debole. I primi schizzi che facevamo erano di un nido, un nido ribaltato, il tema della dualità funzionale, atelier e casa. Due mondi, con la compagna e i due figli. Le ultime due stanzette in alto che non si vedono, non comunicanti, messe sotto un unico tetto, come se vivessero in due mondi separati; poi scendi e nello spazio comune ti rimetti insieme. Ha un racconto interno molto intenso. È stato bellissimo lavorare con lui perché l’ha vissuto come una parte del suo corpo, come un’estensione. Di solito quando progetti gli edifici, fai veloce a pensarli e poi devi tirarli su. Lui l’ha vissuta proprio come se gli stesse crescendo un altro orecchio. 

Sandy Attia: La pianta è della Fischer House di Kahn, quindi, sappiamo copiare bene! (ride – n.d.r.).

Matteo Scagnol: è una strada sicura (ride – n.d.r.)…..non ci vergogniamo di dirlo. Tornando al discorso iniziale, abbiamo due culture diverse e sono entrate in simbiosi. Noi siamo in simbiosi e ci siamo arricchiti a vicenda; questo è il vantaggio nostro.

Sandy Attia: anche avere due teste aiuta molto, ti dà molto di più e diverte. Come si pongono in maniera critica le persone che lavorano da sole?Matteo Scagnol: no no, io sarei contento! (ridono – n.d.r.)

From our interview with Modus Architects

THE TREE MAG – The Fruits of Ideas