Atlas House di MONADNOCK

ARCHITECT:

MONADNOCK

PHOTO:
 
Stijn Bollaert
 

YEAR:

2016

LOCATION:

Elburglaan 23, Eindhoven, The Netherlands

LINKS:
 
 

Atlas House si trova ai margini della città di Eindhoven, di fronte a una storica tenuta rurale. Il compatto edificio quadrato si manifesta come una torre. È ruotato di 45 gradi rispetto alla strada ed è staccato dai confini del lotto. Tutte le finestre sono raggruppate attorno agli angoli e talvolta consentono una vista diagonale attraverso il volume. Internamente, la rotazione offre panorami suggestivi lungo i bordi della foresta. La profondità delle aperture della facciata rivela che le dimensioni e il colore dei mattoni sono gli stessi sia all’interno che all’esterno. Questi definiscono il carattere degli interni grezzi e sobri. Le facciate esterne non offrono indizi sugli sfasamenti giocosi degli spazi interni. L’interno rivela una collezione di stanze di varie altezze e livelli di pavimento, ciascuna delle quali conferisce alle rispettive aperture delle finestre caratteristiche specifiche.

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Jean Moulin Atelier-House di Atelier NEA

ARCHITETTO:

NEA Atelier ( Nathalie Eldan Architecture )

PHOTO:
 
Lorenzo Zandri
 

ANNO:

2020

LUOGO:

Paris, Francia
 
LINKS:
 

 

 
 
Jean Moulin Atelier – House è un atelier di artisti su tre piani di 80 m2 situato nel 14 ° arrondissement di Parigi. Lo studio dell’artista è stato costruito alla fine degli anni ’40 del XX secolo. Fa parte di un piano di suddivisione degli studi di artisti, disposti su due file lungo un vicolo privato silenzioso e nascosto.
Poche caratteristiche originali erano le qualità principali di questo spazio; un infisso in acciaio molto grande che si affaccia su una terrazza privata, un vecchio acero, uno spazio a doppia altezza pieno di luce naturale e un lucernario.
Atelier Jean Moulin è stato concepito come una casa per una coppia, un’artista dell’Oregon e suo marito che lavorano nell’industria cinematografica. Avendo vissuto a Parigi per quasi un decennio, hanno incaricato Nathalie Eldan di Atelier NEA di creare uno spazio intimo che rifletta la loro personalità e il loro modo di vivere, un luogo in cui la domesticità e la forma d’arte si incontrano. Jean Moulin Atelier – House è il risultato di una bellissima collaborazione con i proprietari tenendo in considerazione ogni singolo oggetto e opera d’arte di loro proprietà.

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Silvia Camporesi: l’arte di fotografare la propria arte.

Febbraio 2021

NOME:

Silvia Camporesi

INTERVISTA by:

Andrea Carloni e Carlotta Ferrati

LINKS:

Silvia Camporesi

In realtà l’intervista a Silvia Camporesi è stata realizzata alcuni mesi fa, uno fra i tanti motivi per cui la pubblichiamo solo oggi è sicuramente il fatto che con questa intervista volevamo segnare l’inizio di una lenta mutazione di The Tree Mag da magazine di architettura a luogo dove è possibile trovare un punto di osservazione su alcuni aspetti della contemporaneità. Al tempo dell’intervista non eravamo ancora pronti.
Tornado a Silvia Camporesi mi piace ricordare della sua laurea in filosofia, cioè una materia che per esprimersi usa le parole e non le immagini. Ma come Silvia ci spiegherà la filosofia può essere un’ottima base per molte discipline.
La tecnica artistica di Silvia è abbastanza inconsueta infatti spesso le sue opere sono foto o video che ritraggono miniature di paesaggi realizzati da lei stessa. In questi casi il lavoro di Silvia non inizia con la macchina da presa ma con la costruzione delle realtà da ritrarre. Tra i lavori più celebri mi viene da ricordare “le città del pensiero” dove le architetture dipinte da De Chirico diventano piccole scenografie tridimensionali da poter essere ritratte. Non posso negare che alcune volte mi sono domandato come sarebbero queste costruzioni se ritratte da altri.

Tu sei laureata in Filosofia cioè una disciplina che usa il linguaggio delle parole per esprimersi. Come sei arrivata a fare la fotografa?

E’ stato un passaggio naturale, credo che la filosofia sia una radice che può alimentare qualsiasi forma di espressione. Io ho scelto la fotografia, perché l’ho sentita molto affine alle mie possibilità.

serie Almanacco sentimentale 2017

Cosa sono le conversazioni sulla fotografia?

Sono un format che ho ideato dieci anni fa: invito altri fotografi a raccontare, davanti ad un ampio pubblico (a Forlì, dove vivo), la loro carriera e i loro progetti, in un dialogo con me. Nel 2019, per il decennale del progetto, abbiamo pubblicato un libo con Contrasto che raccoglie 9 fra le conversazioni più interessanti, con autori come Guido Guidi, Nino Migliori, Mario Cresci, Olivo Barbieri.

Serie Atlas Italiae 2015

Oggi grazie al digitale ed ai social network è possibile vedere una quantità immensa di foto e di persone che si cimentano in questa disciplina. Che rapporto ha con questi strumenti?

Li uso, ma cerco di sfuggire dalla pratica compulsiva che generano nella maggioranza delle persone. Cerco di farne uno strumento di lavoro, di comunicazione, senza farmi invadere troppo dal loro “potere”.

Serie Mirabilia 2017

Hai degli autori che ritieni siano stati importanti per il suo lavoro?

Sono stata folgorata da Diane Arbus, la prima volta che vidi un suo libro, molti anni fa. Non sapevo ancora nulla di fotografia, ma decisi che avrei intrapreso quella strada. Nel mio lavoro non c’è nessuna traccia di quella folgorazione, però è stata una visione determinante. Oggi ammiro molto le opere di Jeff Wall, di James Casebere, i romanzi di Murakami Haruzki e di Javier Marias. Sono tutte fonti di ispirazione sottese.

Serie Le città del pensiero 2015

Ci sono dei soggetti che preferisci fotografare ? E’ possibile che con il tempo siano cambiati?

Ho iniziato dando molto spazio alla figura umana, poi l’ho persa completamente per strada e ora tutta la mia attenzione è dedicata al paesaggio, perlopiù italiano, reale o immaginato. Spesso ricorro all’uso di modellini, ricostruendo luoghi che poi fotografo come fossero reali, come nell’ultimo progetto “il paese sommerso”.

serie Il paese sommerso 2020

Oggi com’è il mercato nel ambito del tuo lavoro?

Il mercato va sempre tenuto vivo, con mostre, comunicazioni, partecipazioni di varia natura, ovvero con tutto che che dimostra l’attività instancabile dell’artista e ovviamente tanta parte è determinata da curatori e critici che hanno il compito di valorizzare l’operato dell’artista.

Serie Mirabilia 2017

Arrivando ai singoli progetti, mi puoi parlare del progetto Almanacco sentimentale?

Almanacco sentimentale è un lavoro di messa in scena di storie reali o finte, che mi incuriosiscono per il loro carattere di insolito. Spesso si tratta di enigmi irrisolti o di storie reali così’ assurde da sembrare finzioni. Prendo la storia e la sintetizzo in una immagine ricostruendo in studio, attraverso modellini in scala, i luoghi e gli oggetti necessari a raccontarla.

serie Almanacco sentimentale 2017

Mi puoi parlare del progetto Mirabilia?

Mirabilia è una ricognizione, iniziata nel 2017 e ancora in corso, di luoghi italiani poco conosciuti ma di grande fascio. Luoghi nascosti, misteriosi, legati ad una sensazione di felicità nel visitarli e di coseguenza nel fotografarli. Parlo delle vie Cave di Sovana, del minuscolo vulcano del Monte Busca, delle cave di marmo di Carrara e di tanti altri luoghi sparsi nelle regioni italiane.

Serie Mirabilia 2017

Cosa mi dici di “Le città del pensiero?

Le città del pensiero sono ispirate alle opere di De Chirico. Ho immaginato come sarebbero oggi, a più di cento anni di distanza, le città e le piazze dipinte da De Chirico. Così ho ricreato in studio, attraverso l’uso di modellini, edifici presi dai suoi quadri e li ho ambientati creando una città immaginaria.

Serie Le città del pensiero 2015

Couldrey House di Peter Besley

ARCHITECT:

Peter Besley

PHOTO:
 

Rory Gardiner

YEAR:

2020

LOCATION:

Brisbane, Australia

LINKS:
 
 

Ho progettato la Couldrey House per un membro della mia famiglia in Australia. La casa ha un approccio insolito alla realizzazione di architettura residenziale nel paesaggio australiano. Molte case tendono a librarsi sul terreno con materiali leggeri che necessiteranno di un nuovo rivestimento e sostituzione. Ho invece progettato la Couldrey House per farla scaturire direttamente dalla roccia sotterranea e per essere fatta di materiali pesanti che durino a lungo. La casa continua la tradizione locale di catturare le brezze di raffreddamento, ma aumenta questa aspetto con il raffreddamento radiante passivo dalla massa termica; quasi inaudito nelle case dell’Australia subtropicale.

Il sito per la casa si trova su uno sperone ai piedi del Monte Coot-tha nella parte occidentale di Brisbane, un massiccio formato dal movimento granitico nel tardo Triassico. È un luogo antico ed enigmatico, anche se non sempre visto così dalle persone che lo abitano. La casa in qualche modo continua il mio lavoro nel Levante, in particolare in Iraq. Gli edifici sembrano consapevoli delle dimensioni e della solennità del terreno in cui si trovano. Le forme e gli spazi sono convincenti, ma semplici. Si assestano pesantemente a terra. Sembrano dire al paesaggio: “Posso accompagnarti nel tuo lungo viaggio”. C’è una monumentalità condivisa tra edificio e paesaggio, anche quando quella monumentalità è intima, come nelle case. Attraverso di loro sono diventato particolarmente consapevole della qualità più profonda e inquietante dei paesaggi antichi di cui l’Australia è uno di questi. L’architettura di Couldrey House è progettata per consentire al rumore visivo di scomparire per aumentare la consapevolezza di queste qualità.

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JUST K di Amunt Architekten Martenson und Nagel Theissen

   

ARCHITECT:

Amunt Architekten Martenson und Nagel Theissen

PHOTO:
 
Brigida Gonzalez, Stuttgart
 

YEAR:

2010

 

 

JUSTK Passive House Massive Wood 064 Sustainable House Sufficient house Livingspace for 4 Childreen and 2 Adults

Il sito di 365 m2 si trova su un pendio esposto a sud con una splendida vista sulla città e sul castello di Tubinga. Il nostro cliente desiderava una casa familiare sostenibile che fornisse spazio vitale per due adulti e quattro bambini, costruita con un budget moderato. Abbiamo suggerito di impiegare la tecnologia della casa passiva ad alta efficienza energetica (e benefici solari) insieme a semplici materiali rinnovabili e di utilizzare con prudenza le risorse a disposizione. Il legno, quindi, per il suo impatto favorevole sul clima interno e per il suo buon bilancio energetico, è il materiale principale utilizzato per l’intera struttura e le sue superfici interne. Per limitare i costi, la superficie grezza industriale del legno riceve un trattamento di finitura minimo: gli elementi prefabbricati in legno a strati incrociati sono stati semplicemente levigati, trattati con liscivia e rifiniti con sapone per preservare il loro carattere leggero.

Durante il processo di progettazione, abbiamo perseguito una serie di questioni che includono la questione di cosa significano realmente sostenibilità ed eco-sufficienza in relazione all’abitazione. L’ultima domanda è: cos’è un buon spazio vitale? Cosa lo definisce e di cosa ha veramente bisogno? Quali risposte può dare l’architettura stessa?

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JUSTK Passive House Massive Wood 064 Sustainable House Sufficient house Livingspace for 4 Childreen and 2 Adults
JUSTK Passive House Massive Wood 064 Sustainable House Sufficient house Livingspace for 4 Childreen and 2 Adults

Ceiling and Ellipse di mtka (murayama + kato architecture)

ARCHITECT:

mtka (murayama + kato architecture)

PHOTO:
 
Kenta Hasegawa
 

YEAR:

2018

LOCATION:

Kodaira, Tokyo, Japan
 
LINKS:
 
mtka, Kenta Hasegawa
 
Il progetto di ristrutturazione di una casa realizzata circa 20 anni, la cui carattereristica più originale è una grande finestra e un tetto spiovente esposto a sud. La nostra proposta è stata di inserire un altro soffitto con un vuoto ellittico a 1,8 m di altezza nel piano superiore, dove si trovano il soggiorno, la sala da pranzo e la cucina.
Questo soffitto non solo crea lo spazio, ma funge anche da elemento strutturale e ambientale, che ha consentito di rimuovere la controventatura esistente e di far entrare il vento dalla parte superiore della finestra.

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Floris: Un parco senza confini di noa*network of architecture

   

ARCHITECT:

noa*network of architecture

PHOTO:
 
Alex Filz
 

YEAR:

2020

LOCATION:

Siusi, South Tyrol (Italy)
 
LINKS:
 

Quando l’architettura si sposa con la vivacità e la diversità della natura, non viene mai percepita come un corpo estraneo. Per un progetto alberghiero speciale, noa* ha integrato elementi capaci di risvegliare in ogni ospite ricordi, sogni e perfino un pizzico di avventura.

Da molti anni il Parc Hotel Florian, situato ai piedi del paesino di Siusi allo Sciliar, offre con le sue confortevoli camere un’esperienza di vacanza perfetta sia d’estate che d’inverno. Il fiore all’occhiello della struttura è il suo magnifico parco, fatto di alberi secolari, un idilliaco laghetto e una piscina all’aperto: il luogo perfetto per rilassarsi. Di recente il complesso è stato integrato con dieci nuove suite, concepite sotto forma di corpo indipendente, che si collega all’edificio esistente e lo amplia, regalando all’insieme una ventata d’aria fresca con un linguaggio architettonico nuovo e ben distinto.

Incaricato dell’ulteriore sviluppo progettuale dell’hotel, lo studio d’architettura noa* si è inizialmente trovato ad affrontare una situazione costruttiva complessa. Da un lato, la necessità di preservare al meglio l’orgoglio dell’hotel – il parco unico nel suo genere – dall’altro lato un contesto cantieristico che, con l’adiacente casa unifamiliare, il parcheggio e, ovviamente, l’hotel richiedeva molto tatto e sensibilità: la sfida giusta per noa*.

PERFETTA INTEGRAZIONE

L’idea originale era di mantenere l’edificio con i nuovi locali sollevato da terra, per non compromettere la piena estensione del parco e occupare la minor superficie possibile. Un ampliamento al livello del suolo avrebbe infatti sottratto una fetta considerevole di parco. Il concetto però era tutt’altro che una semplice fila di stanze e porte, ma assomigliava piuttosto a un raggruppamento ordinato di piccole case sull’albero a sé stanti che, dall’alto dei loro tre metri, permettessero a tutti gli ospiti di godere del parco sottostante. Al contempo vi era un crescente desiderio che gli ospiti non si limitassero a “vivere” nelle nuove suite, ma che diventassero parte integrante dello stesso parco. L’intero progetto architettonico si è quindi sviluppato attorno al tema centrale del parco: la struttura ne sarebbe diventata un elemento costitutivo sotto ogni aspetto, come se ci fosse sempre stata.

Da semplici idee, le case sugli alberi hanno assunto forme sempre più concrete: lungo un corridoio di collegamento, che come una spina dorsale unisce i moduli del nuovo edificio alberghiero, si sviluppano i due piani delle suite, ciascuno con cinque camere, tutte orientate verso il parco. Per rendere ancora più vivace l’ensemble architettonico, le suite sono state sovrapposte, non a combaciare perfettamente, ma con un leggero scostamento, per dare l’impressione di una struttura cresciuta “naturalmente” e preservare la vista circostante. Gli ospiti hanno così la sensazione di vivere in una piccola casa, tutta loro. Nonostante la leggerezza dell’architettura, l’aspetto rimane quello di un unico edificio, dolcemente annidato nel paesaggio del parco. Un aspetto, questo, sottolineato anche dalla facciata in legno grigio, che a sua volta conferisce ordine e omogeneità al vivace scenario delle case sugli alberi.

FUSIONE ARMONIOSA

Ribattezzate “Floris Green Suites”, le nuove stanze sono tanto spettacolari all’esterno quanto all’interno. La classica suddivisione degli spazi in zona giorno, zona notte e bagno è stata reinterpretata in modo insolito. La zona giorno centrale termina in un balcone a tetto, da cui si può ammirare il magnifico paesaggio montano – uno dei grandi vantaggi offerti anche dalle ampie vetrate della zona notte. Qui tutto si fonde in un flusso armonioso: le stanze, le funzioni, gli spazi esterni e gli interni. Solo la toilette con bidet è stata concepita come un ambiente chiuso. Punto cardine d’impatto è un lavabo autoportante con specchio, che può trasformarsi in piccolo scrittoio. È proprio qui che la zona bagno si fonde con la zona giorno, meravigliosamente progettata con questo mobile ibrido. L’ambiente più intimo è pensato nella parte posteriore della suite, senza affaccio sul parco, dove si trova anche l’ingresso: un’elegante doccia aperta è sapientemente affiancata da un lato dalla cabina chiusa con WC e bidet e, dall’altro lato, da una sauna finlandese esclusiva, ad uso esclusivo degli ospiti della suite, senza limiti di tempo. Oltre alle numerose vedute e prospettive, c’è un altro cavallo di battaglia che rende irresistibile un soggiorno nella Green Suite: un patio aperto, ma protetto da occhi indiscreti, con vasca esterna completa in modo insolitamente affascinante l’offerta della sauna.

Il design interno delle stanze è dominato da un verde tenue inframmezzato da sfumature di grigio, in perfetta sintonia con la sensazione di casa sull’albero auspicata dagli architetti. Parte essenziale di questa idea olistica sono i rivestimenti in tessuto, le piastrelle e le superfici verniciate, che creano un legame indissolubile fra interno ed esterno, il tutto armoniosamente integrato da un pavimento in rovere fumé e da arredi e sanitari in sobrio nero. Fa eccezione la vasca da bagno indipendente nel patio, che con il suo bianco splendente rimane l’attrazione per eccellenza della suite.

UN TUTT’UNO

Gli ampi orizzonti, l’accoglienza famigliare e la libertà personale sono i tratti distintivi di ogni singolo aspetto di questo progetto. E così il patio privo di tende rimane un rifugio personale e intimo dell’ospite, come pure l’area privata all’aperto con terrazza fiancheggiata da aperture attraverso le quali crescono gli alberi ad alto fusto appena piantati nel parco e dove ci si può abbandonare, anima e corpo, su una rete stile amaca. A completare questo spazio assolutamente naturale sono i vasi di fiori sui balconi e sulle terrazze. Le numerose aperture nell’architettura conferiscono all’ambiente atmosfere di luce uniche.

L’armoniosa concezione cromatica degli interni, ma anche la coerenza progettuale dell’architettura – ad esempio il connubio degli intradossi delle suite rivestiti in legno di larice e l’irregolarità discreta, ma volutamente studiata, delle “case sull’albero” – reinterpretano radicalmente la qualità del soggiorno per gli ospiti dell’Hotel Florian. La passione degli architetti si avverte in ogni singolo dettaglio e viene trasmessa anche ai visitatori che, nonostante l’aggiunta di nuovi volumi, riescono a godere appieno del parco, che è stato sin dall’inizio il cuore pulsante dell’intero progetto.

Text provided by the architect

Landmark Nieuw Bergen di MONADNOCK

ARCHITECT:

MONADNOCK

PHOTO:
 
Stijn Bollaert
 

YEAR:

2015

LOCATION:

Nieuw-Bergen, the Netherlands

LINKS:
 
 
 

In un paesaggio in cui ogni piccolo villaggio può essere identificato da lontano dalla sagoma del suo campanile, a Nieuw-Bergen mancava un punto di riferimento così chiaro. Recentemente, questa esigenza è stata soddisfatta dal completamento di un edificio storico nell’ambito del piano di rinnovamento del villaggio. Questo “Landmark” costituisce il nucleo del piano e identifica chiaramente il mercato come uno spazio collettivo centrale. La torre pubblica offre una vista sulla riserva naturale circostante. È una combinazione di una torre alta e astratta e una base bassa. Ospita una struttura di ristorazione, come un bar o un ristorante; una caratteristica accessibile che fornisce un punto di incontro centrale nel piccolo villaggio.

La struttura è rivestita con una combinazione di mattoni verdi e rossi. La torre presenta un legame Brasiliano, con minuscole aperture, per consentire alla luce di risplendere la sera e quindi adempiere alla sua funzione di faro. L’intenzione del design è essere ottimista e accessibile: mira ad essere accessibile e tangibile. Per ottenere ciò, l’edificio è concepito come un piccolo oggetto: astratto da lontano e intimo a un esame più attento. Il mattone rosso è stato colorato di verde chiaro da un lavaggio di cemento, facendo emergere motivi che ridimensionano l’edificio e contemporaneamente lo animano.

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House in Restelo di Pedro Domingos Arquitectos

ARCHITECT:

Pedro Domingos Arquitectos

PHOTO:
 

Rui Cardoso

YEAR:

2020

LOCATION:

Restelo, Lisbon

LINKS:
 
 

La casa si trova a Restelo vicino a Belém. Un quartiere composto da case unifamiliari disposte a forma di anfiteatro verso il fiume Tago.

La casa si trova al limite nord di questo insieme, nel passaggio tra i due edifici residenziali e gli edifici multifamiliari di 4 piani.

La casa è per una famiglia di 5 persone e si trova in un piccolo appezzamento, a sud del complesso di edifici multifamiliari.

La facciata sud della casa è il “volto” del lungo blocco residenziale. Un monolite in cemento a vista che si sviluppa su 4 piani, cercando per ogni piano di stabilire rapporti diversi con la cisterna, il giardino e la vista verso il fiume.

Un programma convenzionale per una famiglia numerosa si sviluppa su quattro piani. I piani terra per le aree sociali e gli ultimi due piani per le aree private.

Le scale che collegano tutti i piani situati sul lato nord della casa stabiliscono diversi rapporti di complicità tra i piani, unendoli in un unico spazio.

Text provided by the architect, full text english version

R4 Office di Florian Busch Architects

ARCHITECT:

Florian Busch Architects

PHOTO:
 
Florian Busch Architects
 

YEAR:

2017

LOCATION:

Roppongi, Tokyo, Japan
 
LINKS:
 

Se giudicato esclusivamente dalla proliferazione, l’ufficio è, tra tutti i tipi di edifici predominanti di oggi, forse quello con la più grande storia di successo:
Quando l’idea dell’ufficio come (stanze in) un edificio appare per la prima volta nel XVI secolo, poiché sempre più funzioni amministrative sono collocate nei propri spazi appositamente costruiti, ci vogliono solo pochi secoli perché l ‘”edificio per uffici” diventare il tipo più onnipresente e definitivo di architettura urbana.

Entro il 20 ° secolo, le città, che hanno fretta di abbracciare il progresso attraverso la nuova costruzione, sono in gran parte definite da skyline realizzati quasi interamente dai loro grattacieli per uffici.

L’omogeneità della pianta e dell’altezza dell’ufficio (gli uffici non sono quasi mai così spettacolari o deliberatamente ostentati come altri tipi di edifici), incarna la comprensione prevalente dell’efficienza dei colletti bianchi: ripetizione di compiti solo marginalmente diversi. Le scrivanie sono i nuovi nastri trasportatori.

L’ufficio, forse più di ogni altro tipo di edificio singolare, porta le vere nozioni delle ideologie politiche o socio-economiche in cui è nato.

ROPPONGI
Quando ci è stato commissionato di progettare un piccolo edificio per uffici in una posizione privilegiata ma nascosta a pochi passi da Midtown e Roppongi Hills, due delle manifestazioni di uffici più importanti di Tokyo degli ultimi anni, abbiamo iniziato a dare un’occhiata più da vicino all’omogeneità ancora prevalente del grande edificio per uffici contro i tentativi deliberati e spesso ingenui di differenziazione negli ensemble “office-is-my-home” di dot-com.

I concetti per l’edificio R4 sono sempre tornati alla domanda su come le dimensioni e l’ubicazione avrebbero influenzato un tipo di ufficio nel centro città e, cosa interessante, come esattamente questa necessità contestuale potesse di fatto riflettere perfettamente un ambiente di lavoro non forzato, informale, forse anche di naturale efficienza”.

Text provided by the architect

CASA AGOSTOS II di Pedro Domingos Arquitectos

ARCHITECT:

Pedro Domingos Arquitectos

PHOTO:
 

Pedro Domingos Arquitectos, Fernando Guerra – FG+SG 

YEAR:

2018

LOCATION:

Santa Bárbara-de-Nexe, Faro, Portugal

LINKS:
 
 
 
 

La casa si trova sulle colline di Faro, di fronte alla valle di Agostos. Un luogo interno protetto dalla costa. Un paesaggio basato sulla tradizione mediterranea, strutturato da piccoli appezzamenti delimitati da muri in pietra, alberi, cisterne d’acqua e piccole costruzioni. La casa è impiantata in questo contesto incastonata nel pendio gemellata con un’altra casa esistente.

Un patio recintato è lo spazio centrale della casa, un soggiorno esterno che contiene un serbatoio d’acqua rialzato.

Il programma della casa è organizzato su due livelli. Il livello d’ingresso: il patio, la cisterna, la cucina e quattro camere da letto. E il livello superiore: il soggiorno e il solarium.

La casa è costruita con un sistema elementare simile all’architettura popolare locale: pavimenti in cemento bianco, pareti e soffitti bianchi, infissi in legno e porte scorrevoli in acciaio. I contenitori dell’acqua della casa: vasca da bagno, banconi, lavabi e docce, sono realizzati in massiccia pietra locale.

L’atmosfera della casa è definita da un insieme di spazi di luce e ombra dove l’acqua è la materia primordiale.

Text provided by the architect

House on Krokholmen di Tham & Videgård Arkitekter

ARCHITECT:

Tham & Videgård Arkitekter

PHOTO:
 

Åke E:son Lindman, Lindman Photography

YEAR:

2015

LOCATION:

Krokholmen, Värmdö Municipality, Stockholm Archipelago, Sweden

LINKS:
 
 
 
Krokholmen

Il sito è un promontorio sull’isola relativamente piccola di Krokholmen nell’arcipelago esterno di Stoccolma: un tipico paesaggio dell’arcipelago con pini nani spazzolati dal vento e morbidi affioramenti montuosi prodotti dal ghiaccio interno. Il terreno gode di una vista aperta, a est fino al faro Almagrundet in mare aperto, ed è talvolta esposto a forti venti. La famiglia voleva una casa per le vacanze esente da manutenzione ad un unico livello con uno spazio sociale sia all’interno che all’esterno.

Abbiamo proposto un piano in due parti. Attraverso una parete centrale che sorregge il camino, una stretta apertura dà accesso alle camere da letto, bagno e ripostiglio, orientate verso il bosco a ovest. L’ampio soggiorno con cucina e ingresso poteva così essere rivolto verso il mare con luce naturale e vista in tre direzioni. Uno schermo di legno e vetro corre intorno alla casa e unisce gli spazi interni ed esterni su una base di calcestruzzo gettato in opera. Il soggiorno si apre attraverso grandi porte scorrevoli su tre terrazze, di cui una riparata dai venti ed esposta a sud e una completamente aperta verso l’acqua ad est. La sezione dell’edificio con un tetto arcuato unificante crea la qualità spaziale degli interni ma definisce anche l’intero carattere dell’edificio. L’apertura orizzontale dello spazio principale verso il mare è bilanciata dalla sua verticalità, un’altezza di cresta interna di 6 metri (18 piedi).

Text provided by the architect

Krokholmen
Krokholmen

Casa Hualle di Ampuero Yutronic

ARCHITECT:

Ampuero Yutronic

PHOTO:
 

Felipe Fontecilla

YEAR:

2017

LOCATION:

Pucon, Chile

LINKS:
 

Posizione

Casa Hualle è una casa familiare situata vicino alla città di Pucon nella regione dell’Araucania del Cile, a circa 900 km a sud della capitale Santiago. La zona è rinomata per la sua bellissima campagna aperta, foreste pluviali temperate, laghi e vulcani che sono delimitati dalle Ande a est.

La casa si trova su un terreno in leggera pendenza alle pendici rurali del vulcano Villarrica a sud e del lago omonimo a nord. L’edificio è stato progettato per abbracciare questo ambiente naturale e le viste eccezionali offerte dalla sua posizione privilegiata.
L’edificio a due piani è un unico volume scultoreo che fornisce 230 m2 di alloggi. La sua forma e il suo orientamento sono una risposta sia al terreno in pendenza del terreno, massimizzando le viste verso il lago e il vulcano, sia al particolare microclima della zona.

Adagiata in solitudine su mezzo ettaro di terreno aperto, la casa è delimitata su tre lati da pascolo agricolo. Vi si accede dalla strada attraverso un piccolo bosco di querce e castagni maturi, che funge anche da barriera al traffico di passaggio.
Il terreno naturale digrada gradualmente verso l’alto dal punto di accesso meridionale al punto centrale della proprietà, quindi scende più ripido verso il lato del lago a nord. La casa si trova su questo fronte centrale del terreno, sfruttando l’aspetto offerto su tutti i lati da questa posizione elevata.

Avvicinandosi dalla strada, la casa appare come una semplice forma nera prominente sul fianco della collina, che ricorda le tradizionali grandi tettoie agricole a falde presenti nella zona. Al contrario, se visto dalla valle principale a nord, l’edificio si annida e si fonde con i suoi dintorni pastorali rurali.

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Ketelhuis di Studio Modijefsky

ARCHITECT:

Studio Modijefsky

PHOTO:
 

Maarten Willemstein

YEAR:

2020

LOCATION:

Zaandam, The Netherlands

LINKS:
 
 

Sul terreno Hembrug a Zaandam, un’area di 42,5 ettari, un monumentale sito industriale è stato trasformato dallo Studio Modijefsky nella casa e nello studio di una coppia di artisti. Lo studio ha collaborato con l’atelier del cliente, Studio Molen, per la progettazione e realizzazione di dettagli in bronzo ed elementi luminosi personalizzati; questa collaborazione ha portato a un perfetto equilibrio tra il design spaziale e gli elementi scultorei per questo edificio del patrimonio industriale recentemente restaurato.

La consistente volumetria di questo edificio ricco di potenzialità è stata sapientemente suddivisa in due livelli, consentendo così di accogliere diverse funzioni: un ufficio e un laboratorio al piano terra, uno spazio galleria e un’abitazione al primo piano. I due piani sono collegati da due scale scultoree, una delle quali conduce alla casa attraverso la cucina, l’altra porta i visitatori dal laboratorio allo spazio della galleria.

Il piano terra è stato progettato in modo da implementare tutte le funzioni dell’officina. Questo piano può funzionare da solo servendo tutte le necessità per la produzione e le attività quotidiane.

Mentre sali la scala principale e attraversi la soglia, Ketelhuis (tradotto come “locale caldaia”) si presenta come aperto ai visitatori. Appena entrati, l’interno appare sobrio e accogliente, essendo definito da tre finiture principali: materiali verniciati bianchi, legno di rovere e ottone. Le pareti completamente bianche rivelano sottilmente la griglia strutturale, esaltata da un gioco di rilievi che diventano traccia della funzione, celebrazione dell’edificio.

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K House in Niseko di Florian Busch Architects

ARCHITECT:

Florian Busch Architects

PHOTO:
 
Florian Busch Architects, Glen Claydon
 

YEAR:

2017

LOCATION:

Niseko, Hokkaido, Japan
 
LINKS:
 
 

In un mondo inondato di distrazioni, la casa diventa un semplice filtro: chiudi il disordine e apri visioni mirate sulla serena bellezza che si trova dietro: la natura incontaminata fino al Monte Yotei.

Il brief per questa casa in quella che viene spesso definita una delle migliori destinazioni invernali del mondo era semplice: semplice, efficiente dal punto di vista energetico, esente da manutenzione. Di gran lunga il pezzo migliore rimasto in uno sviluppo abbastanza ampio di variazioni per lo più pittoresche del tema “chalet di montagna”, Il sito ha aggiunto a quella semplicità: la sua risorsa: la vista senza ostacoli del vulcano Yotei  dettava l’orientamento verso est della casa.

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Casa Rancho Avándaro di Chain + Siman

ARCHITECT:

Chain + Siman

PHOTO:
 

Rafael Gamo, Jaime Navarro

YEAR:

2020

LOCATION:

Valle de Bravo, State of Mexico

LINKS:
 
 

Nei dintorni della Valle de Bravo, Casa Rancho Avándaro è un rifugio per il fine settimana progettato principalmente per sfruttare al massimo il suo vasto ambiente naturale. La casa è una presenza autorevole sul paesaggio, sorprende per il suo equilibrio tra i giardini ben curati e gli importanti edifici in pietra con tetti a due falde.

Il progetto si compone di tre volumi, ciascuno contenuto da muri in pietra che fungono da partizioni interconnesse. La struttura centrale comprende la zona giorno e la sala da pranzo, e le ali laterali hanno la camera da letto principale (di cui uno studio su un soppalco), la cucina e altri ambienti di servizio. La costruzione comprende anche una dependance con camere da letto per gli ospiti, uno spazio che offre privacy pur appartenendo chiaramente al programma generale del progetto

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Summerhouse Lagnö di Tham & Videgård Arkitekter

ARCHITECT:

Tham & Videgård Arkitekter

PHOTO:
 

Åke E:son Lindman, Lindman Photography

YEAR:

2012

LOCATION:

Lagnö, Sweden

 
LINKS:
 
Tham & Videgård Arkitekter, Åke E:son Lindman, Lindman Photography
 
Lagnö House, Tham & Videgård Arkitekter 2012 10

Lo scenario di questa casa è l’arcipelago di Stoccolma, terreno naturale che digrada dolcemente verso il mare a sud, per lo più aperto con pochi alberi e cespugli. A differenza di altri progetti su cui abbiamo lavorato situati su isole più isolate dell’arcipelago senza accesso in auto dalla terraferma, questo sito è stato relativamente facile da raggiungere anche con trasporti pesanti. Questo, insieme al desiderio del cliente di una casa senza manutenzione, ci ha spinto a cercare un modo per progettare la casa come parte integrante della natura, dove il peso del materiale e la scala dei colori si collegano alla roccia granitica dell’arcipelago, piuttosto che una luminosa e leggera casetta in legno. I due volumi edilizi sono affiancati e formano una linea che ne chiarisce la posizione nel paesaggio, proprio al confine dove il bosco si apre sulla baia. Quando vi si avvicina da nord, l’ingresso si presenta come un’apertura tra gli edifici che inquadra la luce e l’acqua. È uno spazio esterno protetto dalla pioggia da una tettoia in vetro a falde.

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Lagnö House, Tham & Videgård Arkitekter 2012 10
Lagnö House, Tham & Videgård Arkitekter

House in the Forest di Florian Busch Architects

ARCHITECT:

Florian Busch Architects

PHOTO:
 
Florian Busch Architects
 

YEAR:

2020

LOCATION:

Rankoshi, Hokkaido, Japan
 
LINKS:
 
 

Questo progetto inizia con quasi tre ettari di foresta quasi intatta. A poca distanza dalle piste da sci di Niseko, il silenzio qui è l’antitesi del trambusto vacanziero che ha trasformato molte delle rinomate località sciistiche in una distesa casuale di dimensioni sempre più suburbane.

##Solitudine
Incantati dalla bellezza della regione ma turbati da questa pseudo-periferia inesorabilmente invadente, i proprietari, una famiglia numerosa, cercano fuga nella solitudine della foresta. Di conseguenza, il brief non è per una casa ma per un periodo di tempo nella e con la foresta.

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House Husarö di Tham & Videgård Arkitekter

ARCHITECT:

Tham & Videgård Arkitekter

PHOTO:
 

Åke E:son Lindman

YEAR:

2012

LOCATION:

Stockholm archipelago, Sweden

LINKS:
 

La collocazione è l’arcipelago esterno di Stoccolma. Gli alti pini conferiscono al sito boscoso un carattere intatto. La casa è posta in una radura con una posizione elevata rispetto al  paesaggio, su un altopiano fronte mare a nord. La proprietà appartiene ad una famiglia da molto tempo insieme ad un paio di piccoli edifici complementari, una darsena e una foresteria, che è stata utilizzata per soggiorni di vacanza. Man mano che la famiglia cresceva di generazione in genrazione è venuta la necessità di una casa più grande con più spazio.

Le condizioni di luce, la vista sul mare e il substrato roccioso piatto e levigato erano alcune delle qualità che costituivano il punto di partenza della casa. Un budget relativamente basso ha influenzato anche la progettazione, dando origine all’idea di utilizzare la razionalità tettonica per supportare una specifica struttura spaziale.

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Edificio di Servizio al Passo di Monte Croce di Pedevilla Architects e Willeit Architektur

ARCHITECT:

Pedevilla Architects and Willeit Architektur

PHOTO:
 
Gustav Willeit
 

YEAR:

2020

LOCATION:

Sesto in Val Pusteria / Alto Adige, Italia

LINKS:
 
 

Secondo il concept dell’amministrazione del parco naturale, alcuni edifici distintivi e riconoscibili devono essere realizzati in luoghi strategicamente importanti nell’area “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità UNESCO”. Tra questi vi è il Passo di Monte Croce, che con i suoi 1.636 m s.l.m. è la porta più orientale del parco naturale ed è un importante punto di partenza per numerose escursioni e altre attività per il tempo libero in montagna.

Lo scopo principale del nuovo edificio è quello di ospitare diverse funzioni di servizio, come ad esempio fornire informazioni sui sentieri escursionistici, sui rifugi alpini, sulla natura e sul patrimonio mondiale dell’UNESCO e allo stesso tempo offre riparo dalla pioggia e dalla neve.

Avendo la forma di una cima di montagna, l’edificio crea una stretta relazione con il paesaggio circostante. Il tetto a falda alto e scosceso che si erge in modo perpendicolare rispetto alla strada migliora la visibilità da lontano, rendendo il nuovo edificio un importante punto di riferimento e di orientamento. Con la sua bassa tettoia, l’edificio sembra ridurre il suo aspetto esterno quando viene avvicinato enfatizzandone la funzione di stabile di servizio. Questo crea un effetto invitante e piacevolmente protettivo.

Due passaggi sono accessibili dal lato lungo: il più grande ospita uno spazio espositivo con un chiosco informativo, mentre il più piccolo conduce ai servizi igienici e agli spazi di servizio.

L’involucro esterno è realizzato in calcestruzzo bianco a vista con aggregati provenienti da rocce dolomitiche locali, mentre il nucleo interno è costituito da legno di larice tagliato a mano. Elementi di vetro massiccio color ambra collegano i due materiali di cemento e legno. Il loro aspetto ricorda la resina degli alberi di larice. 

Attraverso la combinazione di questi materiali naturali, insieme all’abilità artigianale, l’edificio fornisce una sensazione di sicurezza e di valore, anche in questo luogo duro.

Text provided by the architect

Simone Subissati: l’architettura delle relazioni

Gennaio 2021

NOME:

Simone Subissati

INTERVISTA by:

Nico Fedi, Paolo Oliveri

LINKS:

Simone Subissati

Ho così imparato ben presto a immaginare e sognare a occhi aperti, un’abitudine che mi porto addosso tuttora.

L’atteggiamento mentale di critica dei radical sarebbe preziosissimo oggi

una progettazione che favorisce un proliferare di relazioni, interconnessioni

Sentirsi in equilibrio con l’ambiente che ci circonda è una sensazione rara di benessere

Le case concepite finora non rispondono più alle nostre esigenze, sia come individui sia come società, al punto di contribuire a creare segregazione, solitudine, depressione

Architetto a tutto tondo, Simone Subissati si forma presso la Scuola Fiorentina, dove viene influenzato dal movimento Radical e in particolar modo da due suoi esponenti, Remo Buti e Gianni Pettena. Crede fermamente nel progetto di architettura come risultato di interazione tra più discipline, e pone particolare attenzione alle relazioni umane e come queste possano essere influenzate (o influenzare) lo spazio circostante. Vive e lavora tra Milano ed Ancona.

Ci vuoi parlare brevemente della tua formazione, non solo in ambito accademico e lavorativo, ma anche personale e artistico?

La mia ‘formazione’ credo nasca da lontano, da bambino solitario (solo e solitario, anche giocoforza); il giocare senza giocattoli ‘comprati’, mi ha portato a coltivare una grande capacità di immaginare (gli unici giocattoli che ho amato sono stati quelli costruiti artigianalmente da mio nonno e da amici di famiglia che me li regalarono). Ho così imparato ben presto a immaginare e sognare a occhi aperti, un’abitudine che mi porto addosso tuttora. Poi relativamente alla mia infanzia due ambienti che mi si sono stampati in mente indelebilmente: le case rurali, dei contadini e i magazzini che mi capitava spesso di frequentare e di starci molte ore per via del lavoro di mio padre e mia madre. Poi è stata importante l’attrattiva esercitata da altre discipline, in primis dalle varie forme di arte contemporanea; passione che ho sempre coltivato sia cimentandomi personalmente che frequentando mostre e amici artisti oltre che i viaggi continui, veder l’architettura da dentro è fondamentale; l’architettura contemporanea va vista da dentro.

Casa di Confine - photo by Alessandro Magi Galluzzi

Leggiamo dal tuo sito che le figure di Buti e Pettena sono state molto importanti nel tuo percorso. Quali sono gli aspetti che ti hanno colpito maggiormente dei loro insegnamenti e perché? Come credi si possano tradurre certi temi della poetica “radical” nella progettazione contemporanea?

L’atteggiamento mentale di critica dei radical sarebbe preziosissimo oggi, oserei dire fondamentale, in un’epoca di crisi dell’architettura (perché tale è), di crisi del costruito e riduzione del mestiere di architetto. Quella che era una critica sociale, un affronto al potere borghese, all’eredità razionalista e convenzionale oggi potrebbe essere tradotta in una critica alla burocrazia, alla tecnocrazia, alla volontà di informatizzare tutto, in un mondo sempre meno umanistico, dove tutto deve essere riconducibile a parametri, pseudo-oggettivi e logaritmi.

I Radical, oltre a propugnare stili di vita anticonformisti, suggerirono una ‘terza via’ alternativa a modernismo/razionalismo di maniera da una parte e a storicismo/’revival’/architettura vernacolare dall’altra e ciò varrebbe oggi come capacità di risalire agli archetipi, come capacità di concentrarsi nel Progetto (P maiuscola) come introduzione di significati, impostazioni progettuali con contenuti nuovi, non semplici maquillage, che nascono come ricomposizione continua di stilemi e figure dai quali sembra non si riesca a fuoriuscire (la cosiddetta ‘architettura del rendering’) o progetto (stavolta con la “p” minuscola) come mero risultato di norme e parametri, infimo tassello di un processo fatto per la stragrande parte di tutt’altro, burocrazia in testa; perché oggi -ahinoi- è così, soprattutto nell’ambito dell’architettura ‘pubblica’.

Parlando davvero di Progetto, comunque, ancora oggi come negli anni ferventi dei movimenti radical ha senso avere come brief, come imperativo, la rinuncia alla logica deterministica e funzionalista, ricercando il principio nel passato (l’archè) ma senza considerare la storia come lineare (Heritage without Replica come ho detto in forma di slogan in altre occasioni) per una progettazione che favorisce un proliferare di relazioni, interconnessioni, da cui può scaturire una serie di spazi, di ‘dispositivi’, non riconducibili a un’unica funzione e che suggeriscono essi stessi una modalità di fruizione e di godimento degli stessi. Si pensi ai vantaggi conseguenti in periodi di lockdown come quelli che stiamo vivendo.

È il vero lusso (“Zero luxury”): il progetto può evitare l’obbligatoria introduzione di materiali ed arredi preziosi o di design “griffato”. Poi al posto del serioso mondo dell”architettura dei rendering’ devono trovar posto il Gioco, l’elemento ludico, la relazione con il nostro lato intimo represso, anestetizzato (gioco come ‘stratagemma per non perdere la meraviglia dell’infanzia’) e l’Arte (Contemporanea) come allargamento, estensione, dei significati di occupare, costruire, abitare. In ultimo, oggi del pensiero Radical sono sicuramente attuali una certa concezione dell’ambiente che ci circonda; in qualche modo è come se avessero già prefigurato il concetto di sostenibiltà…

Casa di Confine - photo by Alessandro Magi Galluzzi

Sulla homepage del tuo sito Internet, veniamo accolti da immagini che hanno a che fare con la natura e il paesaggio, e solo in seconda battuta percepiamo foto di architettura e design. Da cosa deriva questa scelta?

Costruendo il nuovo sito mi sono accorto che il vecchio sito era ‘monco’ e che mancava qualcosa; mancava un soggetto, un protagonista del discorso, dei miei progetti: quindi ho pensato di introdurre alcune mie foto che non fossero progetti o architettura ma che rappresentassero il mio rapporto con la natura, con il paesaggio, citando l’ispirazione primigenia. Gaston Bachelard dice in “La poetica dello spazio” sui quattro elementi classici: aria, acqua, fuoco, terra. “Ciascuno di questi elementi è come una patria per ogni uomo, il sacramento naturale che gli arreca forza e felicità”. Ogni spazio costruito è sempre un micrococosmo, ponte, medium tra focolare domestico e natura, elementi naturali; non spazio in cui ci si apparta e basta (si pensi all’appartamento); è un pezzo di mondo infinitesimale ma è in rapporto con il tutto.

Nel profilo del tuo studio leggiamo che “il nostro punto di partenza è una comprensione del corpo, delle relazioni interpersonali e, in particolare, delle relazioni che stabiliamo con lo spazio circostante…”; come credi saranno (o sono già) queste relazioni dopo il periodo storico che stiamo vivendo, legato in particolare alla crisi pandemica? 

Credo che occorrerà sempre partire dalle relazioni, dal corpo dalle relazioni come corpi e dalla relazione con la materia, con gli elementi naturali, anche dopo questa fase pandemica che stiamo vivendo; anzi a maggior ragione. “La serietà dell’esistenza umana consiste nel suo legame con la terra (…) nel suo essere come corpo” dice D. Bonhoffer in Creazione e Caduta. Sentirsi in equilibrio con l’ambiente che ci circonda è una sensazione rara di benessere ma che è necessario ricercare continuamente. Spesso è sentita come un’esigenza fisica ma nasconde in realtà un bisogno primordiale dell’essere umano; è una ricerca personale e anche collettiva ma il problema è che la maggior parte delle persone si sono desensibilizzate, anestetizzate, hanno perso la capacità di nutrirsi degli elementi naturali, dell’ambiente fisico che ci circonda; che poi ciò è la prima cosa che ci viene offerta dalla vita, gratuitamente.

Credo che uno spazio costruito ci deve far riprendere il contatto con gli elementi, in una consapevolezza di essere corpo. L’uomo oggi ha una sorta di vergogna per la sua condizione fisica, di terrestre, che “sente” fin troppo la sua fisicità; i propri limiti, la sua finitezza ed è sempre più vulnerabile, debole sofferente di fronte agli elementi. Per cui è meno tollerante agli elementi naturali, agli sbalzi di temperatura (vedendoli sempre come anomali) e pensa che l’ideale sia vivere in una bolla ambulante climatizzata a temperatura e umidità regolata e costante. L’eccesso di protezione ci indebolisce le difese immunitarie, ci rende più vulnerabili e il trattamento dell’aria meccanizzato è veicolante per certi virus. Le case concepite finora non rispondono più alle nostre esigenze, sia come individui sia come società, al punto di contribuire a creare segregazione, solitudine, depressione, problemi di salute e persino la tendenza a consumare in eccesso (ripeto, facciamo caso alla parola appartamento, spazio in cui ci si apparta, non ci si relaziona). In particolare come vivi la casa vivi il tutto, la “madre terra”, il rapporto con l’ambiente e con gli altri. Siamo portati a credere che il confine delle nostre case stia sulla soglia, ma ci dimentichiamo che fanno parte di uno spazio fisico più ampio, di uno scenario allargato, globale (flussi di energia, infrastrutture, ecosistema, ambiente) La Casa (visto che si parla di abitare) o l’edificio in generale: è un pezzo di mondo infinitesimale ma è in rapporto con il tutto.

Oggi viene spacciata per innovativa un’architettura che è ancora pienamente novecentesca e industrialista, che malgrado il suo travestimento “green” continua a propagandare e avallare stili di vita e abitudini profondamente insostenibili. Bisogna pensare a delle architetture che per come sono disposte, concepite, conformate, per prima cosa riducano al minimo le necessità energetiche e le dotazioni impiantistiche; innanzitutto partendo ad esempio dalle antiche regole della bioclimatica passiva… che stanno sempre lì e che si possono riprendere ogni volta attualizzandole, con originalità e intelligenza, prima ancora di calcolare la stratigrafia dei muri per la legge 10 e di ricorrere a quell’orrendo strato di polistirene che è il “cappotto” (e che in un futuro prossimo ci troveremo a dover smaltire).

Tra le ipotesi più accreditate come causa dell’attuale virus, sembra ci sia l’alterazione degli ecosistemi naturali a opera dell’uomo. La deforestazione, l’antropizzazione e avvicinamento degli animali all’uomo creano un ambiente propizio allo sviluppo di malattie infettive e la mobilità umana ne aumenta la diffusione, com’è il caso di Covid-19. Credo in una progettazione totale in cui l’architetto torni ad essere regista e possa sostenere, nell’ambito di un umanesimo perduto, un processo fatto di relazioni profonde e fruttuose con le scienze, la tecnologia e la biologia in primis.

Casa di Confine - photo by Alessandro Magi Galluzzi

Scorrendo i tuoi progetti sul sito, notiamo che le prime immagini sono quasi sempre schizzi a mano libera. Quanto è importante questo tipo di approccio per te in un periodo storico come questo, dove quasi tutto è demandato al computer?

Il progetto emerge, prende forma nei pensieri (costanti e continui che mi accompagnano ovunque) ‘modellando’ il progetto nella mia testa. Questo processo è intervallato dal disegno, dal veloce appunto, dallo schizzo, che spesso più che una verifica è un modo per fissare, appuntare, quanto mi sono costruito e immaginato in testa. Poi questo serve per comunicare, passare le informazioni ai miei collaboratori con cui si innesca, un dialogo, un contraddittorio, sempre fruttuoso. Poi si passa al computer, ma il progetto è tutto lì in quegli schizzi in quegli appunti, preziosi fino alla fine del processo; in quei pochi tratti vi si può scorgere fino alla fine del processo l’essenza, la natura l’idea che il progetto deve rappresentare e mantenere fino alla fine senza snaturarsi.

Ti va di parlarci della tua “Casa di Confine”?

Il Progetto Casa di Confine è stato sviluppato attraverso un processo che si rifà anche alle esperienze Radical. All’interno dell’apparente linearità monolitica, è un insieme complesso fatto di sottospazi e relazioni; interrelazioni tra essi e relazione con l’esterno, con quello che non è l’edificio privato, evitando i canonici elementi aggiunti: verande, tettoie, pergolati, terrazze eccetera. È una casa che va attraversata e percorsa longitudinalmente e nel percorrerla si fa l’esperienza di abitare, rifugiarsi, relazionarsi a diversi gradi e livelli; di essere completamente scoperti al vento, agli elementi e -a seconda della posizione nella linearità dell’edificio- di essere perfettamente protetti (anche con dei gradi intermedi, come ad esempio nello spazio chiuso dalla membrana microforata), in un processo esperienziale che è quasi un percorso educativo, formativo. 

Casa di Confine è anche (ed è ‘ancora’, come nella storia furono le prime dimore) protezione, rifugio, “capanna”; ma essa si connette, ‘sfuma’ dal chiuso all’aperto; suggerisce nuovi usi dello spazio, nuove abitudini di vita. Non ci sono semplici stanze, ma spazi, ‘dispositivi’, aperti a un utilizzo e a funzioni imprevisti. Serie di “opportunità” (si pensi alla tanto paventata flessibilità degli spazi domestici in questi periodi di ‘domesticità forzata’). È un’architettura che si raccorda, che si accorda con la natura. I prospetti sono “a fisarmonica”. La modularità delle pannellature e delle aperture risponde a una regola ciclica sinusoidale, la più vicina alle leggi della natura; una partitura regolare si sarebbe imposta come molto rigida. Non si tratta di un guscio/’acquario’ sigillato, come nelle glass houses (prototipo della contemporanea villa modernista di lusso) con cui si pensava di ottenere un rapporto simbiotico con la natura. Qui c’è ‘porosità’; la casa può essere vissuta realmente completamente aperta (aperta non solo alla vista, ma aperta agli elementi naturali, all’aria). Un’ ideale linea di energia (un “asse cosmico”) di cui l’abitante si può nutrire, passa, attraversa la casa da sud-ovest a nord-est, dai monti Sibillini al mare. Nel progetto è presente in maniera evidente il gioco, relazione con il nostro lato intimo represso. Le ‘finestre caleidoscopio’, dispositivi e stratagemmi, introducono l’elemento ludico e artistico nel medesimo tempo, aprendo ad altro (vedi Metrocubo d’infinito di Michelangelo Pistoletto) con un gioco di specchi in quello che normalmente è solo un buco sulla muratura.

Casa di Confine si pone come soglia da attraversare, che favorisce il nutrimento dello spirito in forza dell’attraversamento che il progetto permette (agli abitanti e agli elementi naturali). Da ogni ambiente principale della casa si possono traguardare contemporaneamente i due versanti, permettendo allo sguardo di spaziare dal mare ai rilievi montuosi, per un’esperienza abitativa immersiva, simbiotica, di fusione con la natura, traendone beneficio, nutrimento. La possibilità di attraversamento è fisica, non solo dello sguardo: la casa si apre e può essere vissuta aperta. Tanto che grazie alla ventilazione naturale e all’effetto camino il raffrescamento naturale, non c’è aria condizionata. Casa di Confine fa entrare lo spazio limitrofo, lo spazio agricolo e naturale. Lo spazio esterno privato in continuità con quello agricolo, non ci sono recinzioni, delimitazioni. Fa entrare anche il territorio allargato, il paesaggio. Anzi ‘ne ha bisogno’. La sua ‘scarnificata levità’ ne ha bisogno (e ancora entrano in gioco le “finestre caleidoscopio”, posizionate contrapposte a coppie nel blocco più chiuso, ‘notte’, permettono ancora l’attraversamento, il controllo sul paesaggio esterno; riflettono, frammentano e moltiplicano quello che si vede all’esterno fanno entrare dentro il paesaggio, lo incorporano; la casa non ha opere d’arte, raffigurazioni. Le parti della casa che mancano sono riempite dall’intorno, dai campi circostanti da ‘le colline di fronte’ tanto amate da Tullio Pericoli.

In termini puramente costruttivi e architettonici Casa di Confine è concepita, fin da i suoi pezzi costitutivi minimi, elementari, per essere vissuta aperta. Le lesene strutturali verticali, in cui passano anche gli impianti, servono a tenere tutte le ante in posizione aperta senza che questo costituisca una forzatura, pratica ed estetica, senza che costituiscano intralcio fisico e visivo. Il vetro è usato al minimo, secondo la sua prerogativa fisica e non ‘tanto per dare trasparenza’. Il vetro deve essere “apribile”. Nessun altro sistema avrebbe consentito di aprire interamente certi spazi come il living con la stessa semplicità e immediatezza nel gesto, nel controllo ‘aperto-chiuso’. Tramite un filtro in tessuto incorporato -retrattile- nelle stesse lesene, si può regolare ulteriormente aria e luce. Da questa apertura, da questa porosità ne deriva un modo diverso di relazionarsi con le persone, con i vicini, con la comunità, con l’alterità; un nuovo modo di relazionarsi con la terra e con gli elementi naturali. La casa, la proprietà privata, si contamina. L’ARIA entra in casa, l’attraversa in vari gradi; l’ACQUA permea tutto il terreno lambendo la casa, entra in alcune porzioni di essa -attraverso la membrana microforata-; le semine dei campi vicini entrano, contaminano la proprietà privata; il paesaggio entra e attraversa ogni stanza; il SOLE genera naturalmente un effetto serra controllabile per un riscaldamento naturale). In alcune parti, nel “fienile”, la porzione chiusa dalla membrana microforata, entrano perennemente aria, SUONI e ODORI dall’esterno. 

Nell’area a verde privata, ma aperta, c’è una sorta di “terzo paesaggio”, di “jardin de résistence”, esso altro non è che un ecotono. Una preziosa fascia di transizione (che vuole essere anche una proposta “bandiera” di approccio al progetto delle aree verdi). Questa zona che separa il giardino ad erba gramigna dai campi può essere intesa anche come un vero e proprio ‘terzo paesaggio’, un paesaggio incolto (per Gilles Clement il terzo paesaggio va dalla scala dell’aiuola incolta a quella della foresta) lasciato a sé stesso, alla sua vita biologica vegetale e animale naturale.

Casa di Confine usa gli elementi naturali per riscaldarsi, raffrescarsi e irrigarsi. (dotazioni tecnologiche separate dall’architettura, non visibili e ridotte al minimo). D’inverno sfrutta anche l’energia del sole per riscaldarsi, c’è un effetto serra controllato (ventilazione e membrane retrattili nelle aperture per controllarla); nei mesi caldi si raffresca naturalmente tramite ventilazione incrociata ed effetto camino che funziona anche negli spazi notte. Le acque pluviali in eccesso si raccolgono in serbatoi interrati ad uso l’irrigazione. La casa è staccata dalla rete gas cittadina. Una batteria di pannelli fotovoltaici è disposta ordinatamente in posizione remota e non visibile nel paesaggio; facile così la manutenzione -per ottimizzarne l’efficienza- e per una futura facile sostituzione (la tecnologia invecchia rapidamente).

Casa di Confine - photo by Alessandro Magi Galluzzi

Ci vuoi parlare del tuo sgabello “Mattarello”?

Lo sgabello Mattarello fa parte del progetto Cucinoteca con cui abbiamo ricevuto una menzione d’onore Premio Compasso D’Oro Internazionale nel 2015. Un laboratorio creativo di cucina, un nuovo concept per vendere utensili e oggetti per cucinare, ospitare corsi di cucina, showcooking ed eventi culturali sul cibo e l’arte conviviale. Nel progetto sono evidenti i rimandi ai grandi “spazi cucina” di memoria rurale, in cui il momento conviviale era la partecipazione ad una “vita” che prevedeva molteplici attività: dalla preparazione e consumazione delle pietanze fino al momento conviviale di incontro tra i componenti della famiglia e di accoglienza degli ospiti. Al tempo stesso, ogni elemento progettato ha dentro una dimensione ludica: l’arte di preparare i cibi, infatti, tra gli atti creativi da adulti è quello che è più simile al gioco e proprio per questo la cucina è l’alveo del momento creativo e ri-creativo dell’attività domestica. Lo sgabello fa parte di questo concept.

Mattarello ph: Alessandro Magi Galluzzi

Ci vuoi parlare del “Centro Sportivo Conero Wellness”?

Siamo a Ancona e si tratta di uno dei nuovi progetti che sto portando a termine e che saranno realizzati prossimamente. Ho messo in pratica ed esercitato quanto detto nei principi anche in un tema “minore”, se vogliamo, come una palestra, un centro sportivo nello specifico. Il brief chiedeva un centro per attività sportive che fosse per tutti non solo per gli atleti. Abbiamo quindi evitato i cliché degli spazi di questo genere e creato un paesaggio interno lieve, colorato, variegato; invece delle seriose tonalità di grigio abbiamo lavorato con il colore e con la freschezza di alcuni materiali come il legno naturale tramite pannelli in derullato di betulla.

l’architettura contemporanea va vista da dentro

un mondo sempre meno umanistico, dove tutto deve essere riconducibile a parametri

Credo che uno spazio costruito ci deve far riprendere il contatto con gli elementi, in una consapevolezza di essere corpo.

L’uomo oggi ha una sorta di vergogna per la sua condizione fisica, di terrestre

House LO di Lina Koníček Bellovičová

ARCHITETTO:

Lina Koníček Bellovičová

PHOTO:
 

BoysPlayNice

ANNO:

2018

LUOGO:

Chřiby, Czech Republic

LINKS:
 
 

Ondřej ama la natura e le foreste. Prima di avere figli ha condotto una vita da nomade moderno. Possedeva un sito in mezzo ai boschi e ha sempre sognato di costruire una capanna lì. Durante l’inverno viveva in città e in primavera si è trasferito nella capanna dei suoi genitori vicino al futuro cantiere della casa LO. Voleva che la sua casa fosse collegata alla natura circostante, fosse ecologica e avesse lì la sua camera oscura, per trascorrere le sue serate invernali sviluppando le sue foto. Aveva anche un’idea chiara del materiale da costruzione. Poiché il mattone di canapa non è mai stato utilizzato come materiale da costruzione nella Repubblica Ceca, è stata una grande sfida per me come architetto. Le prime sfide si sono evolute in una preziosa esperienza e nel fascino per le sue caratteristiche e la sua storia. Costruire con i mattoni di canapa è facile e consente al costruttore di costruire la propria casa da solo. Il materiale si pietrifica in diversi anni e durante questo processo attira anidride carbonica dall’aria circostante. Hempcrete ha ottime caratteristiche isolanti, è riciclabile e resistente anche a parassiti, fuoco e muffe.

La casa LO è definita da tre elementi: due pietre perforate e un sottile foglio di legno. Il vuoto tra le pietre è lo spazio vitale della casa. E ‘separato dalla natura circostante da ampie finestre scorrevoli che permettono allo spazio di diventare parte dell’outdoor e incorniciare scorci suggestivi. Le due pietre contengono ingresso, due camere da letto e un bagno. 

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Cais da Rocha di António Costa Lima Arquitectos

ARCHITETTO:

António Costa Lima Arquitectos

PHOTO:
 

Francisco Nogueira

ANNO:

2020

 

Nel cuore pulsante di Lisbona si trova il Cais da Rocha do Conde de Óbidos, costruito solo due secoli fa. Fortunatamente rimasto in attività ed in permanente trasformazione ha dato vitalità e scopo all’anima stessa della città.
Il progetto consiste nel recupero di due vecchi magazzini con caratteristiche molto diverse.
Il primo è costruito su solide pareti di mattoni che sostengono il tetto fatto di 4 capriate metalliche e un soppalco in ferro/ legno.
La seconda presenta un ampio spazio a doppia volta. Il soffitto a forma iperbolica è costruito su un set di 6 archi metallici rivestiti con una lamiera ondulata.
Lo spazio è stato diviso in una serie di 5/6 uffici debitamente compartimentato, servito da uno spazio comunitario al centro con una caffetteria, sala riunioni, dispensa e servizi igienici.
L’idea consiste nell’unione dei due volumi in un insieme equilibrato.

Text provided by the architect, full text english version.

Chata Pod Bukovou di Mjölk architekti

ARCHITETTO:

Mjölk architekti

PHOTO:
 
BoysPlayNice
 

ANNO:

2020

LUOGO:

Jiřetín pod Bukovkou, Czech Republic
 
LINKS:
 
 
 

L’aspetto originale del cottage incompiuto degli anni ottanta è cambiato al di là della possibilità di riconoscerlo. L’intonaco grigio è stato sostituito da pannelli in legno nero, tinteggiati direttamente dai proprietari. Il legno si estende anche alle zone del tetto e alla casa principale. Concetti come tetto, muro o camino si fondono in un’unica forma.

Text provided by the architect

House in Krkonoše di Fránek Architects

ARCHITETTO:

Fránek Architects

PHOTO:
 

Petr Polák

ANNO:

2018

LUOGO:

Krkonoše, Czech Republic

LINKS:
 
 

Progettare una casa nella natura incontaminata di Krkonoše è stata una sfida entusiasmante, soprattutto sapendo di farlo per il mio amico di vecchia data e la sua giovane famiglia, una persona che ama la natura, l’arte e la vita. Inoltre, il progetto della casa corrisponde per dimensioni all’edificio esistente, che si trova in quest’area protetta fin dall’antichità. La responsabilità verso il contesto e la rigida regolamentazione hanno dato vita ad una forma archetipa. Inoltre, l’investitore richiedeva un approccio sofisticato verso lo spazio, che sarebbe stato focalizzato spiritualmente, insolito e puro.

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Villa Atrium di Kren Architektur

ARCHITETTO:

Kren Architektur

PHOTO:
 

M. Kren, A. Gempeler, T. Bisig  

ANNO:

2011

LUOGO:

Arlesheim, Switzerland

LINKS:
 

 

Villa Atrium, Arlesheim/BL

Il sito che è più di 1600 m2 ha la rara caratteristica di essere a pochi minuti a piedi dal Duomo e dal centro della città. 

La scelta concettuale è stata una decisione unanime del committente e degli architetti, mentre il carattere introverso di una casa atrio è stata una delle vie per la privacy vivendo vicino al centro. Gli usi esterni sono stati integrati nel contorno del volume 20x30m, per lasciare intatto l’esterno e sottolineare il carattere monolitico dell’edificio. Ad esempio, la piscina esterna: la lastra continua a racchiudere lo spazio.

Anche la planimetria stessa è introversa. Le funzioni si allineano attorno al nucleo centrale dell’atrio vetrato. La zona giorno ad est è collegata con ingresso, biblioteca, ufficio. Si aprono verso il lato sud ben illuminato: la cucina e la sala da pranzo. Troviamo lo spazio privato per i bambini e una camera degli ospiti dall’altra parte dell’atrio a nord, così come la camera da letto principale a ovest.

 

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Villa Atrium, Arlesheim/BL

Detached House di Gautschi Lenzin Schenker Architekten

ARCHITETTO:

Gautschi Lenzin Schenker Architekten

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Andreas Graber

ANNO:

2020

LUOGO:

Vordemwald, Switzerland

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La proprietà che comprende una casa costruita negli anni ’70 è situata su un pendio con una bellissima vista sul paese.
La casa originaria non meritava di essere conservata e fu quindi demolita ad eccezione del seminterrato. Dopo la riqualificazione del soffitto del seminterrato, su di esso è stato realizzato un nuovo spazio abitativo utilizzando elementi prefabbricati in legno. La pianta si trova congruentemente al di sopra del seminterrato, il che si traduce in transizioni strutturalmente semplici tra vecchio e nuovo.

L’intera zona giorno è leggermente rialzata rispetto al livello del giardino, il che crea una piacevole e leggera sensazione di spazio. Le camere da letto, i bagni e l’offset esistente sulla facciata verso valle, insieme alle tre sezioni ingresso / soggiorno / pranzo, generano un ambiente fluido.
La sala da pranzo con la sua altezza extra è una zona centrale per la vita familiare. La vista del paese è sottolineata da una lunga vetrata fissa nel soggiorno. Il davanzale sottostante può essere utilizzato come panca e ripostiglio.

 

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Lù Chatarme di Deschenaux Architectes

ARCHITETTO:

Deschenaux Architectes

PHOTO:
 
Joël Tettamanti
 

ANNO:

2019

LUOGO:

Arolla, Val d’Hérens, Switzerland
 
LINKS:
 
 
 

Il progetto si trova nella frazione Lù Chatarme, nei pressi del villaggio Arolla, all’estremità della valle denominata Val d’Hérens. Dall’origine della sua costruzione, questo tradizionale chalet di montagna ospita il suo proprietario alcuni mesi all’anno. Qui sale a 1850 metri sul livello del mare per pascolare le sue mucche. Il progetto si radica nel dialogo con il contadino, nei costumi del luogo, nella sua storia. Come mantenere le caratteristiche specifiche di un rifugio di montagna, valorizzandone le potenzialità ricettive, l’abitabilità e il comfort?

La prima idea è stata quella di preservare la stanza principale in legno. E’ stata creata solo una scala, che permette di arrivare al primo piano dove ora sei persone possono passare la notte. Il legno utilizzato per la costruzione del primo piano contribuisce a ricordare la storia della zona e persino la storia della famiglia. Il legno proviene infatti da un piccolo bosco di larici di proprietà della famiglia, i cui alberi sono stati piantati all’epoca della prima costruzione dello chalet. È come se gli alberi fossero cresciuti accanto allo chalet, per farlo durare. Sembra una forma di solidarietà della natura verso la costruzione. Un regalo, che chiede un ritorno?

 

 

 

Text provided by the architect

Casa Rio di Paulo Merlini Architects

ARCHITETTO:

Paulo Merlini Architects

PHOTO:
 

Ivo Tavares Studio

ANNO:

2020

LUOGO:

Gondomar, Portugal

LINKS:
 
 
Casa Rio em Paredes do Atelier de Arquitectura Paulo Merlini Architects com fotografia de arquitetura Ivo Tavares Studio

Il progetto nasce dalla ristrutturazione di una vecchia casa colonica situata in una città ancora molto rurale. Smontando i materiali poveri della vecchia facciata abbiamo scoperto che la casa era in realtà composta da tre piccole case costruite secondo le esigenze dell’ex proprietario. Questa è stata la premessa fondamentale per la realizzazione del nostro progetto, mantenendo la struttura dei volumi originari e assumendo la loro forma originaria scoperti, unificandoli attraverso una lastra forata da un patio centrale che riempie di luce l’intera area sociale, posta al piano terra . La realizzazione di un giardino su questa lastra centrale offre un nuovo spazio verde intimo e funzionale a tutte le stanze e le aree private della casa.

Text provided by the architect, full text english version

Casa Rio em Paredes do Atelier de Arquitectura Paulo Merlini Architects com fotografia de arquitetura Ivo Tavares Studio
Casa Rio em Paredes do Atelier de Arquitectura Paulo Merlini Architects com fotografia de arquitetura Ivo Tavares Studio

Lorenzo zandri: fotografare la dimensione umana del progetto.

Gennaio 2021

NOME:

Lorenzo Zandri

INTERVISTA by:

Andrea Carloni e Carlotta Ferrati

LINKS:

Lorenzo Zandri

 

 

esplorare la dimensione umana del progetto

 

 

 

l’architetto  attraverso la fotografia scopre dei punti di vista del tutto originali sul progetto

 

 

I social media sono un’arma a doppio taglio… pericolosamente possono minare o direzionare fortemente la nostra  idea estetica.

 

 

 

 

 

Lorenzo Zandri è un giovane fotografo che formatosi da architetto (nasce a Roma nel 1992) ha preferito costruire immagini invece che cose. Oggi per esigenze lavorative e personali vive tra Parigi e Londra ed il viaggiare è sicuramente una componente importante del suo lavoro. Lorenzo Zandri ha uno stile colto ed esplicitamente rivolto al passato, ma tutto ciò non è il fine del suo lavoro ma solo il mezzo per scoprire la dimensione umana dei soggetti che ritrae.

 

Secondo te un fotografo di architettura cosa dovrebbe trasmettere di un’opera?

Ci sono architetture che parlano alla città, o al paesaggio in maniera univoca e diretta, altre invece sono composte di diverse parti, altre infine guardano dentro se stesse.
Come fotografo, provo a cogliere queste diverse sfumature e unicità e tradurle in immagine.

Molto spesso diventa una lettura tra le righe del progetto, in cui si instaura un dialogo personale tra soggetto ed oggetto, un racconto di un momento dell’architettura nel tempo.
A questo proposito, l’atto del fotografare per me sta diventando un momento sempre molto intenso, proprio per la necessità di tradurre questo dialogo.

Un altro fattore che ritengo fondamentale trasmettere è una buona dose di incognita dell’architettura che si fotografa. Cerco di accendere un pretesto nel fruitore dell’immagine per andare alla ricerca dei luoghi fotografati. A riscoprire l’architettura, di persona.

Strada Provinciale della Principessa - Lorenzo-Zandri ©2020

Oltre a progetti personali eseguì anche molti lavori su commissione, solitamente come ti rapporti con l’architetto che ti chiede di fotografare un suo progetto?

Il momento di condivisione del progetto è per me cruciale. Data la mia formazione da architetto, cerco di instaurare sin da subito un rapporto diretto e personale con il committente, preferendo esplorare la dimensione umana del progetto e capire quali sono state le scelte che hanno dettato il processo creativo, invece che informarmi sugli aspetti più tecnici.
Nel migliore dei casi, il rapporto che si instaura fra fotografo ed architetto diventa di fiducia e altamente produttivo, in quanto permette al fotografo massima libertà di espressione e interpretazione. La collaborazione quindi aumenta di valore perché – come spesso mi è successo – anche l’architetto attraverso la fotografia scopre dei punti di vista del tutto originali sul progetto stesso.

Hai un tipo di architettura che preferisci?

In generale sono interessato ai luoghi o agli spazi con un’anima, o meglio quelli che esprimono una poetica, una memoria, un’identità. La fotografia in questo caso – come strumento di rappresentazione e riduzione del reale – riesce a svelare, o meglio suggerire, il carattere immaginario, identitario o poetico di un luogo o di un spazio.

Personalmente questo tipo di luogo può essere un’università in pieno centro città, un convento semi-abbandonato, una serra in un edificio brutalista, un casolare in costruzione nella campagna.
A livello di ricerca invece, nell’ultimo periodo mi sono soffermato sull’architettura d’autore del secolo scorso, soprattutto quella costruita tra gli anni ’30 ed ’80. Più specificamente, sulle opere di autori che si sono interrogati in maniera profonda su temi fondamentali dell’architettura, come l’abitare moderno, la gestione dello spazio e della luce, la matericità come strumento di ricerca.

Upper Lawn Pavilion - Smithsons - Lorenzo Zandri

Nanni Moretti in una recente intervista ha detto “che noia i giovani registi che sembrano già vecchi” . Partendo da questa provocazione, secondo te perché molti dei più interessanti ed apprezzati fotografi contemporanei, e fra questi sicuramente metterei anche il tuo lavoro, hanno un così esplicito legame con il passato?

Il mio approccio al passato è spesso dato dal mio subconscio, rispetto ad una cultura all’immagine che mi sono costruito nel tempo e che continuo ad alimentare studiando riferimenti ed immagini storiche. Penso sia un’attitudine tipica dell’uomo in realtà, quella di cercare dei riferimenti dal passato, soprattutto nelle arti figurative o visive. Per me guardare al passato è cercare un punto di vista lontano dalla facile fruizione e dal rapido consumo d’immagine dei nostri tempi. Il più possibile sincero, genuino, artigianale. Anche per questo, in molti lavori personali o commissionati, lavoro attraverso la fotografica analogica.

Torres Satelite - Luis Barragan - Lorenzo Zandri ©2020

Oggi i social media possono dare dei feedback immediati sul consenso da parte del pubblico sul proprio lavoro. Tu come ti rapporti con questi mezzi? Avere risposte così immediate è per forza un vantaggio?

I social media sono un’arma a doppio taglio per chi li utilizza sistematicamente anche in maniera lavorativa. Certamente sono mezzi che attivano relazioni professionali e interdisciplinari molto più forti di un tempo, ma sono anche mezzi che pericolosamente possono minare o direzionare fortemente la nostra idea estetica.

Personalmente cerco di farne un uso moderato, principalmente volto alla condivisione del mio lavoro, cercando di non diventare schiavo dei feedback immediati e di essere il meno influenzato possibile dal continuo bombardamento di nuove immagini, trend ed estetiche.

Convento San Bernardino de Siena | Valladolid MX | Lorenzo Zandri © 2020

Potresti raccontarmi qualcosa del tuo viaggio in Messico?

Il viaggio in Messico ha rappresentato una opportunità davvero unica e rivelativa. Oltre ad entrare in contatto con un’identità culturale ed architettonica forte e molto variegata, sono stato fortunato perchè ho avuto modo di visitare alcune delle architetture di Barragan. In quell’occasione ho compreso davvero il senso dell’esperienza della luce come strumento di distribuzione spaziale. Un momento profondamente intenso in termini di percezione dello spazio. Barragan ha utilizzato la luce insieme al colore – che muta al cambiare della luce stessa – per suggerire diversi spazi, dei sistemi di percorsi suggeriti, livelli mai sovrapposti ma conseguenti l’uno all’altro.

L. Barragàn - Casa Estudio - Lorenzo Zandri

Perché hai scelto di trasferirti a Londra?

Aldilà di profonde motivazioni personali, ho scelto Londra come base del mio studio perché avevo necessità di rinfrescare il mio occhio sul tema urbano e architettonico, e di responsabilizzare un percorso professionale individuale. Penso che Londra offra un punto di vista sempre originale e innovativo – dalla città, alla fotografia, all’arte più in generale- e permette di spaziare molto nelle opportunità lavorative e di collaborazione.

Greenwich Peninsula | Neiheiser Argyros | Lorenzo Zandri © 2020

Il progetto ROBOCOOP di cosa si tratta?

Iniziato e portato avanti con un collega architetto, ROBOCOOP è un progetto di sperimentazione artistica, che ricrea scenari architettonici non reali – attraverso installazioni urbane effimere e temporanee – spesso partendo da fonti storiche e pittoriche. ROBOCOOP mi permette di investigare in maniera più libera e sperimentale il tema dell’immagine dell’architettura.

Caruso St John - Gagosian Gallery - Lorenzo Zandri

l’architetto  attraverso la fotografia scopre dei punti di vista del tutto originali sul progetto

 

 

in molti lavori personali o  commissionati, lavoro attraverso la fotografica analogica.

 

 

esperienza della luce come strumento di distribuzione spaziale.

 

 

Multigenerational House di Gautschi Lenzin Schenker Architekten

ARCHITETTO:

Gautschi Lenzin Schenker Architekten

PHOTO:
 

Andreas Graber

ANNO:

2018

LUOGO:

Teufenthal, Switzerland

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La casa per famiglia, compreso un appartamento in muratura, si trova in una posizione di pregio e genera un punto di riferimento per l’inizio del villaggio. Gli edifici circostanti hanno tutti uno stile e un aspetto diversi, ponendo quindi le basi per un linguaggio architettonico indipendente.
L’edificio è stato progettato come un semplice blocco di pietra. Parte della facciata è stata realizzata in calcestruzzo faccia a vista e tradizionale intonaco grezzo a spatola, i cui colori si armonizzano tra loro per creare un volume omogeneo. La terrazza al piano superiore, ritagliata con precisione all’interno del volume e le aperture delle finestre di dimensioni diverse e non allineate, così come il cambiamento del materiale della facciata conferiscono al volume di taglio piuttosto semplice e netto un’espressione architettonica emozionante e calma.

 

Text provided by the architect

Casa Bottega di Chris Briffa Architects

ARCHITETTO:

Chris Briffa Architects

PHOTO:
 
Aldo Amoretti
 

ANNO:

2019

LUOGO:

La Valletta, Malta

LINKS:
 
 

Lo studio di Chris Briffa Architects ha ideato un progetto per un edificio che avrebbe funzionato sia come studio di architettura che come domicilio. Lo stesso Briffa aveva vissuto per otto anni accanto a questa proprietà d’epoca. Fatiscente, strutturalmente insicuro e abbandonato, quando gli fu offerta l’opportunità di acquistarlo tramite un’asta giudiziaria, Chris colse l’occasione e acquistò la casa del XVII secolo, situata all’estremità inferiore della penisola di La Valletta. In cinque anni, con una miriade di permutazioni concettuali, la struttura è stata trasformata nella sua casa e studio, mantenendo identità distinte e rispondendo a esigenze diverse, entro i confini di un quartiere urbano e storico.

 

Text provided by the architect

House in La Place di Deschenaux Architectes

ARCHITETT=:

Deschenaux Architectes

PHOTO:
 
Rasmus Norlander
 

ANNO:

2019

LUOGO:

Ayent, central Valais, Switzerland
 
LINKS:
 
 

La casa si affaccia sulla frazione di “La Place”, ad Ayent, nel Vallese centrale. Il progetto si radica nella memoria del sito, reinterpretando l’atmosfera e la materializzazione della sua architettura vernacolare. Come i granai del borgo, la casa si trova in un prato lasciato vuoto. Così, il progetto si libera da tutti i confini. L’erba cresce secondo le stagioni e il bestiame può venire a pascolare. La terrazza principale è in cima alla casa, lontano da occhi indiscreti e offre una vista mozzafiato.

La matericità del progetto ricorda quella dei granai, con una struttura minerale dall’aspetto freddo e un tetto in legno aperto su entrambi i timpani. Il tetto della casa, spostato longitudinalmente e libero da qualsiasi struttura portante mediana, sembra fluttuare sull’abitazione, che le richiede di assolvere la sua funzione primaria che è quella di ricovero di una casa.

 

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Casa Biblioteca di Atelier Branco

ARCHITETTO:

Atelier Branco

PHOTO:
 
Ricardo Bassetti, Gleeson Paulino, Jaqueline Lessa
 

ANNO:

2016

LUOGO:

Vinhedo, São Paulo, Brazil
 
LINKS:
 
 
 

Program: Private residence to accommodate the need for a place to read; and the need of a place to think

Structural system: In-situ cast concrete, all cast within a single working day

Major materials: Cast concrete, Steel, Glass, and Garapeira wood

Site area: 5.500 sqm

Building area: 150sqm

Total floor area: 200sqm

Cost of construction: R$ 400.000,00 (U$ 125.000,00)

 
 
 

 

Quando nell’estate del 2014, i membri fondatori di Atelier Branco, Matteo Arnone e Pep Pons sono stati contattati per progettare un piacevole ritiro nel piccolo paese di Vinhedo, il brief di progetto ha ipotizzato che la casa fosse in grado di soddisfare almeno due tipi di esigenze: necessità di un luogo per leggere, immerso nella vibrante vegetazione del sito; la necessità di un luogo per pensare, riposato sotto la placidità degli sconfinati cieli subtropicali della zona. Il cliente, attivista del blocco di sinistra contro la dittatura militare brasiliana in gioventù e ora famoso studioso di storia del pensiero politico, aveva concepito la casa come un rifugio temporaneo tra San Paolo e Campinas, dove per l’Università statale ha ricoperto incarichi di insegnante da allora l’inizio degli anni ottanta. Non doveva quindi essere né un luogo di residenza permanente né una casa per le vacanze come convenzionalmente inteso, ma un luogo di réverie e contemplazione, occasionalmente di lavoro, lontano dal trambusto della frenetica vita metropolitana brasiliana. giovane duo italo-ispanico, Casa Biblioteca incarna l’attenta ricerca dello studio sulla forma architettonica, maturata sia negli anni formativi in ​​Svizzera, dove erano stati studenti dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, sia nella formazione professionale sotto la guida di professionisti del calibro di Christian Kerez, Kengo Kuma e i due fratelli Aires Mateus. Si tratta di uno schema audace, quasi interamente realizzato in calcestruzzo gettato in opera, di cui l’acume costruttivo e l’attenzione ai dettagli sono in qualche modo caratteristici di tutte le ricerche architettoniche dell’Atelier Branco. Avendo stabilito lo studio a San Paolo nel 2012, i due hanno, infatti, costruito un portafoglio allettante e notevolmente vario il cui contenuto spazia dall’attenta realizzazione di prodotti di arredamento e accessori, alla progettazione di showroom commerciali e spazi per uffici, a la realizzazione di numerosi progetti residenziali sparsi in tutto il Brasile in cui il loro talento si è forse espresso al meglio in questi pochi anni. Appartenente a questa serie successiva, Casa Biblioteca è senza dubbio la più idiosincratica del gruppo, sia per l’eccentricità della sua committenza che per il contesto da cui è nata. 

 

Text provided by the architect, full text english version.

Baita MV di Luconi Architetti Associati

ARCHITETTO:

Luconi Architetti Associati

PHOTO:
 
Marcello Mariana
 

ANNO:

2020

LUOGO:

Madesimo, Sondrio, Italy

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Il progetto consiste nell’ampliamento e nel completamento interno di una baita esistente, già ristrutturata limitatamente all’involucro. Le modifiche architettoniche esterne si risolvono nella sostituzione del rivestimento fisso in legno con un sistema di ante apribili che svelano nuove grandi vetrate consentendo di godere, dal piano rialzato, dei suggestivi scorci sul panorama alpino.

Al piede del fabbricato, sui fronti sud e nord, sono annessi due modesti ampliamenti che per giacitura e caratteristiche architettoniche consentono di preservare l’identità del fabbricato principale.

Il progetto è giocato sull’ambivalenza dei due livelli; quello superiore destinato alla zona giorno è un open space aperto sul panorama e sulla nuova terrazza in legno che copre l’annesso sul fronte soleggiato; il livello sottostante, adibito alla zona notte, prevede spazi piu’ intimi ed aperture misurate.

 

 

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Casa Módico di Atelier Branco

ARCHITETTO:

Atelier Branco

PHOTO:
 
Federico Cairoli
 

ANNO:

2019

LUOGO:

São Miguel do Gostoso – RN – Brazil
 
LINKS:
 
 

Nel nord-est del Brasile, sulle sponde di São Miguel do Gostoso sorretto dalle cose più morbide: il vento e le nuvole, sorge casa Modico, uno dei recenti e caratteristici progetti di Atelier Branco. L’influenza del territorio e il suo legame con il vento ha sviluppato nel committente e ideatore la volontà di immaginare una risposta adeguata alle tradizioni architettoniche locali. Pertanto l’edificio è rispettoso nella tecnologia di costruzione, è ecologicamente sostenibile ed è un punto di riferimento per il paesaggio.

Osservando la sezione longitudinale si eleva l’intenzione di creare una ventilazione naturale percorrendo ogni spazio della casa. Infatti le separazioni tra gli spazi comuni e quelli privati ​​sono definite da una composizione di mattoni che crea un filtro che facilita la ventilazione. La leggerezza nel vivere questi spazi è scandita dal ritmo della danza dell’aria, plasmata dal vento. La leggerezza è da sempre associata all’arte della danza. Eppure anche quest’arte esuberante è molto collegata al suo opposto, la disciplina. Data la topografia del sito, la sezione determina la risoluzione del progetto, due volumi simili posti su un paesaggio pianeggiante, ad un metro sopra il livello del mare.

Nel progetto sono definiti due assi principali, il primo taglia perpendicolarmente l’oceano e collega tutte le aree comuni definendo la sequenza la simmetria della casa. Il secondo parallelo alle acque dell’oceano avvantaggia le risorse naturali per la ventilazione, sia come vuoto che come filtro.

 

Text provided by the architect,  full text english version