Mario Trimarchi: sul confine tra design e scultura

Mario Trimarchi: sul confine tra design e scultura

 

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Giugno 2019

Mario Trimarchi si forma con Franco Purini, per poi trasferirsi a Milano negli anni ’80. Da lì inizia la sua ricerca e il suo percorso professionale che lo porteranno ad intendere il design come una disciplina molto legata all’arte contemporanea, ed in particolare alla scultura. Abilissimo disegnatore, afferma che spesso non riesce a distinguere la differenza tra disegno e progetto. Nel 2015 si aggiudica il Compasso d’Oro, progettando “Ossidiana” per Alessi, una scultura più che una caffettiera.

Mario Trimarchi

Dalla tua biografia leggiamo che negli anni ’80 ti sei trasferito a Milano. Come hai vissuto e vivi tuttora questa realtà in ambito professionale?

Sono arrivato a Milano per frequentare il primo anno di corso alla Domus Academy appena fondata. È stata un’esperienza unica. C’erano tante persone che venivano da tutte le parti del mondo ed era la prima volta che ad insegnare c’erano solo progettisti, architetti, artisti, stilisti, con un continuo scambio di conoscenze. Negli anni successivi Milano si è aperta al Giappone, si creavano diverse opportunità di lavoro, si organizzavano seminari e workshop in giro per il mondo, sembrava insomma che tutto dovesse crescere all’infinito. Terminato il Master sono rimasto all’interno della Domus Academy, e dopo la direzione di Branzi e Manzini, ho diretto il corso di Design per quattro anni. Parallelamente è iniziato il mio percorso professionale e sono entrato a far parte di Olivetti Design Studio, in cui il futuro delle tecnologie e dell’ufficio veniva disegnato da un gruppo formidabile di progettisti, da Sottsass e Bellini, da De Lucchi a Sowden. In quel periodo il confronto culturale e l’attitudine alla sperimentazione progettuale erano davvero speciali.

Mario Trimarchi per De Castelli, SAMOTRACIA – Disegno inchiostro su carta – 2018

Restando in tema di cultura, ci puoi dire quali sono e quali sono stati i tuoi riferimenti nell’approccio ad un lavoro?

Parto sempre da spunti di progetto un po’ onirici e letterari, magari laterali rispetto alla consueta cultura del design, ma narrativamente intriganti. Aver condiviso per molto tempo tematiche culturali, di formazione e di progetto con persone come Branzi, Restany, De Lucchi è stato molto stimolante e mi ha costretto a guardare sempre un po’ al di lá. Nell’Olivetti Design Studio ad esempio c’era una conoscenza molto aggiornata sullo stato dell’arte nelle tecnologie dell’Information Communication Technology (in quegli anni Olivetti era il maggiore produttore di pc in Europa e vendeva prodotti in tutto il mondo), ma allo stesso tempo si scommetteva sulla costruzione di nuovi scenari di ricerca sul futuro digitale del mondo del lavoro. Poi ho iniziato a lavorare con il Giappone e quindi mi sono avvicinato alla cultura orientale del vuoto; ho diretto per quattro anni una joint venture tra Domus Academy e Mitsubishi per lo sviluppo del design italiano in Giappone, quindi ero molto spesso là, e anche questo è stato una fonte inesauribile di spunti e riflessioni progettuali.

Mario Trimarchi per De Castelli SAMOTRACIA – Photo: Santi Caleca – 2018

Di conseguenza, questo tuo approccio molto scultoreo nei confronti del design deriva anche da queste esperienze?

Per me il design è sempre stato molto vicino all’attitudine dell’arte contemporanea, che cerca di prefigurare il futuro più che di rappresentare il presente. In particolare, sto tentando adesso di scoprire i confini tra design e scultura, per realizzare un cortocircuito che rinfreschi un po’ le poetiche formali che siamo abituati a vedere.

Mario Trimarchi per Alessi OSSIDIANA SOGNA I SUOI ANTENATI – Disegno – 2014

Nel tuo processo progettuale appare molto evidente l’importanza del disegno a mano libera; direi che questo diventa parte integrante del risultato finale…

A volte per me è difficile distinguere nettamente la differenza tra disegno e progetto. Ho studiato e mi sono laureato con Franco Purini che allora stava più di otto ore al giorno a disegnare senza mai interrompersi. La pratica del disegno come riflessione onirica e come pensiero progettuale deriva proprio da quell’esperienza che è stata molto formativa. Oggi posso dire che il disegno mi serve a capire come sono fatte veramente le cose; per questo motivo disegno prima, durante e dopo il processo di costruzione dell’oggetto. Anche quando il prodotto esiste già, io continuo a disegnarlo, da punti di vista sempre differenti.

Lo faccio anche dopo anni, perché in realtà l’oggetto ha una sua vita propria; lo possiamo progettare solo fino ad un certo punto, diciamo fino all’80 per cento, poi il restante 20 per cento dipende da lui, dalle cose del mondo, dal marketing che magari gli assegna un colore non previsto, dalla gente che lo usa in modo inconsapevole. Ed è proprio questo il bello; noi diamo il via, accompagniamo l’oggetto fino alla sua nascita, poi forse scopriamo a poco a poco che anche gli oggetti hanno un’anima, una vita propria, una durata, alle volte si spostano da quello che avevi pensato e spesso dicono cose diverse rispetto a quello che volevi che dicessero. È un processo interessante e cerco di seguire questo cammino degli oggetti attraverso il disegno.

Mario Trimarchi per Alessi OSSIDIANA Caffettiera – Photo: Santi Caleca – 2014

Nei tuoi lavori si percepisce anche un forte legame con la natura, c’è sempre un riferimento ad essa…

Per me esistono il regno animale, il regno vegetale, il regno minerale e il regno degli oggetti; disegnare le foglie, o i rami, o le pietre o dei vasi da fiori è esattamente la stessa pratica. È come se gli oggetti ci dicessero in continuazione: “ci siamo sempre stati, ci saremo anche domani, sopravvivremo felicemente alla fine degli esseri umani…”.

Mario Trimarchi Manifesto per un’Architettura Omeopatica 01
[lab_divider title=”ULTIME INTERVISTE”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

Bad Schörgau – The Badl di Pedevilla Architects

ANNO:

20162017

Pedevilla Architects in questo progetto, realizzato per Bad Schörgau, si confrontano e interpretano la secolare tradizione del “bagno contadino” all’interno dello stabilimento termale.

INFO:

Cliente: Bad Schörgau

Superficie utile: 400 m²

Progetto e realizzazione: 2016-2017

Bad Schörgau – The Badl, Pedevilla Architects, Photo: Gustav Willeit

Ci può parlare del progetto Bad Schörgau – The Badl ?

Bad Schörgau ha una tradizione secolare come bagno “contadino”, radicato nella cultura dei contadini di montagna della Val Sarentino

Nel bagno “contadino” al piano terra sono presenti una zona d’ingresso con servizi di consulenza e gli ambienti con le vasche da bagno, mentre al piano superiore ci sono le sale per i trattamenti e i massaggi.

L’ingresso alla zona termale avviene attraversando un portale in legno traforato a forma di viticcio ispirato al timpano decorato dello storico edificio dei bagni. La sala è completamente rivestita in larice locale, sul lato d’ingresso i prodotti sono esposti su chiodi forgiati a mano in ferro nero.

Una scala dalle forme fluide collega i due piani. La forma di quest’ultima e dei vari ambienti in successione, rimandano al tema dell’acqua. Il tutto si conclude in una sala relax, un ambiente caratterizzato da una forma organica rivestita con scandole di pino cembro.

Bad Schörgau – The Badl, Pedevilla Architects, Photo: Gustav Willeit

I materiali utilizzati per la costruzione sono forniti dalla natura: pietra e legno, materiali forti e durevoli, ma al contempo caldi e accoglienti. Il porfido sarentino locale viene utilizzato come pietra per la produzione di pavimenti e rivestimenti in gesso. Il larice locale viene usato per le porte, i pavimenti e gli arredi. Le pratiche artigianali tradizionali, come il ricamo con chiglia in piuma d’oca (o piume di pavone) per le maniglie in pelle delle porte, stabilisce un legame diretto con la cultura sarentina.

Bad Schörgau – The Badl, Pedevilla Architects, Photo: Gustav Willeit
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Apfelsauna: periodo del riposo di noa*network of architecture

PHOTO:

Alex Filz

ANNO:

2016

Stefan Rier ci racconta come è nata l’idea di realizzare la sauna dell’albergo all’interno di una piccola collina verde. Questo piccolo progetto dimostra come oggi un certo tipo di architettura sia più interessata a comunicare dei messaggi invece che cercare degli stili formali.

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Stefan ci puoi raccontare del progetto Apfelsauna per l’Apfelhotel Torgglerhof?

Il committente è una famiglia contadina che coltiva mele e tutti i suoi derivati. Una delle cose che mi è rimasta più impressa di quel periodo sono stati il succo di mele e l’aceto. Pensa che ogni volta che lo finisco devo tornare a Saltusio perché non me ne piacciono altri come questo! La vita di questa famiglia gira intorno alle mele e per loro lo stile di vita semplice e contadino è una filosofia di vita. Ti racconto tutto ciò perché volevamo che questo piccolo progetto rispecchiasse i valori cari a queste persone. È così che è nata l’idea della collina per Apfelsauna.

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Al suo interno si trova la sauna che affaccia sul meleto. All’esterno, sulla sua superficie, è ancora possibile piantarvi gli alberi. Questo intervento insieme ad una piccola zona destinata alle camere, ricavata dal vecchio fienile, è stato un primo intervento. Adesso stiamo facendo un ampliamento più importante che farà aumentare notevolmente il numero delle camere e dove avremo anche delle piscine.

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1186,1358,1170″]

Casa MH di Ruinelli Associati

PHOTO:

Ralph Feiner

ANNO:

2014

La forma di questa abitazione è stata concepita immaginando un masso erratico che scende dalla montagna. 

House MH- Ruinelli Associati – Photo: Ralph Feiner

Ci può raccontare il progetto Casa MH, in Lu Val Monastero?

L’edificio si trova in un prato molto ripido, in una zona di confine tra la fine del villaggio e l’inizio del paesaggio.

È stata fatta questa forma, non rettangolare e con gli angoli non retti, per suscitare l’idea di un masso erratico che scende dalla montagna e si ferma lì, nel prato.

Pensando a come costruire Casa MH, volevamo qualcosa di materico e massivo che esprimesse bene l’idea del masso erratico. Il calcestruzzo sarebbe andato bene, ma non altrettanto il suo colore grigio, perché volevamo una tonalità simile alle vecchie case della Val Monastero, il cui giallognolo degli intonaci ė dovuto all’uso delle calci di una volta, meno raffinate.

Qui vicino, nella Val Venosta, c’è una cava di marmo e un giorno, passandoci davanti, ho iniziato a pensare che potevamo provare a mischiare la polvere di marmo con il calcestruzzo.

House MH- Ruinelli Associati – Photo: Ralph Feiner

Come sappiamo, il calcestruzzo ha una granulometria di inerti che vanno da 0 a 32mm. Dopo una serie di esperimenti siamo riusciti ad ottenere l’effetto che volevamo sostituendo gli inerti di granulometria fino a 8mm con il marmo. Gli esperimenti non ci servivano solo per capire l’effetto estetico ma anche le proprietà meccaniche del materiale, in particolare dovevamo verificare il comportamento al gelo.

Un’altra caratteristica di questo calcestruzzo è la superficie non liscia; per ottenerla non sono stati usati ritardanti per lavorarlo a fresco ma abbiamo aspettato che fosse maturo per poi bocciardarlo. Questo trattamento ė stato eseguito su tutta la superficie esclusi i contorni delle finestre in modo da ottenere delle cornici.

House MH- Ruinelli Associati – Photo: Ralph Feiner
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Hotel Bühelwirt di Pedevilla Architects

ANNO:

20152017

Pedevilla Architects ci raccontano il progetto dell’Hotel Bühelwirt realizzato con materiali del luogo e dall’aspetto contemporaneo.

INFO:

Cliente: Hotel Bühelwirt

Cubatura: 5.300 m3

Progetto e realizzazione: 2015-2017

Bühelwirt – Pedevilla Architects – Photo: Gustav Willeit

Ci può parlare del progetto dell’Hotel Bühelwirt ?

Questo tradizionale hotel per escursionisti è situato sulla collina Bühel accanto alla chiesa, a 1.200m s.l.m. Il progetto di ampliamento è posizionato a nord del lotto in modo tale da non influenzare negativamente l’irradiamento solare e la vista sulla vallata dell’edificio esistente.

Il nuovo volume ha una particolare forma data dal tetto a falde asimmetrico con finestre bow-window sporgenti. Questo si estende su sei piani e contiene: venti stanze, un ristorante e un centro benessere. La facciata in legno nera con riflessi verdi assume il colore verde scuro del bosco facendo sì che l’edificio si fonda con la topografia e la natura circostante.   

Bühelwirt – Pedevilla Architects – Photo: Gustav Willeit

Gli interni dell’Hotel Bühelwirt sono ridotti all’essenziale per risaltare ancora di più la splendida vista sulle montagne. Numerosi elementi caratteristici della tradizione locale sono stati tradotti ed interpretati in una forma contemporanea. Il legno di larice proveniente dai boschi circostanti garantisce maggiore protezione. Il bagliore verde delle superfici intonacate con frammenti di pietra, proveniente dalla vicina miniera di rame, riflette il colore delle montagne e rende gli interni luoghi familiari. Anche le lampade fatte a mano sono in rame e le tende in tessuto “Loden” sono fabbricate da una manifattura del luogo.

L’uso di materiali e tecniche locali produce una forte relazione con la cultura regionale e crea un’atmosfera accogliente e rilassante.

Bühelwirt – Pedevilla Architects – Photo: Gustav Willeit
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Pedevilla Architects: l’uso della materia come decoro

Pedevilla Architects: l’uso della materia come decoro

 

By Carlotta Ferrati & Andrea Carloni

Maggio 2019

Pedevilla architects è uno studio di Brunico che ha vinto numerosi premi tra cui il Best Architects Award e il German Design Award.
La loro architettura si caratterizza per l’impiego di pochi materiali, spesso trattati in modo semplice, ma capaci di diventare oggetto di decoro. Ne sono un esempio la grande roccia dell’Accademia di Cucina Bad Schörgau, il cemento armato della Caserma dei pompieri di Versciaco e la tessitura in legno del Bagno Bad Schörgau.

Alexander and Armin Pedevilla – photo: Mads Mogensen

Molte delle vostre architetture sono all’interno di affascinanti paesaggi di montagna. Cosa vuol dire costruire qui?

A differenza della pianura dove solo gli edifici alti possono essere visti da lontano, in montagna anche un piccolo edificio può essere scorto da grandi distanze. Questa peculiarità del territorio montano ci ha spinto a sperimentare con il colore creando contrasti ed assonanze con il paesaggio. Questo fa sì che il progetto sia leggibile ed interessante non solo da vicino, dove i dettagli sono visibili, ma anche quando lo si approccia da lontano. I nostri progetti sono inoltre spesso monocromi per rendere ancora più forte la loro leggibilità in lontananza e per aumentarne l’effetto plastico.

Un esempio di uso del colore come assonanza è l’Hotel Bühelwirt in Valle Aurina. Infatti, malgrado il rivestimento in legno nero sembri sulla carta una scelta azzardata, in realtà permette all’edificio di riflettere il verde molto scuro dei boschi circostanti e di fondersi con il contesto.

Abbiamo cercato invece un contrasto cromatico più netto nella Caserma dei pompieri di Versciaco in calcestruzzo rosso. Anche questa scelta cromatica e materica apparentemente azzardata è ispirata alle splendide montagne in porfido rosso dell’Alto Adige. Queste creano splendidi contrasti cromatici con le foreste ed il cielo azzurro tipico della montagna.

Pedevilla Architects – Bühelwirt- St. Jakob, Südtirol – Italy – 2016-2017 – photo: Gustav Willeit

Potreste raccontarci a grandi linee come nasce un vostro progetto?

I nostri progetti spesso si sviluppano partendo da una qualità particolare che vogliamo dare all’edificio. Nella progettazione dell’Hotel Bühelwirt, affascinati dalla bellezza del panorama circostante, ci siamo concentrati su come si potesse godere appieno di questa vista negli spazi interni dell’Hotel. Partendo da questo obiettivo siamo arrivati alla creazione dei particolari bow-window che caratterizzano così fortemente il progetto.

Per arrivare ad un risultato che ci soddisfa facciamo spesso molte prove e molti modelli, tuttavia, non lavoriamo facendo una composizione di elementi, ma piuttosto partiamo da un volume e ne aggiungiamo o sottraiamo delle parti.

Una buona architettura è per noi un edificio elementare nella sua materialità, forma e funzionalità. Nel processo progettuale cerchiamo sempre di chiederci se ogni elemento e funzione siano veramente necessari o non lo siano più. Da queste considerazioni ci liberiamo del superfluo ed esaltiamo l’essenziale, creando dei progetti studiati su misura per un determinato luogo ed una determinata funzione. Questo approccio porta a un linguaggio architettonico contemporaneo, espressione del mondo di oggi, ma in continuità con la tradizione.

Pedevilla Architects – Bad Schörgau – Cooking Academy, Sarentino / South Tyrol, Italy – 2016-2017 – photo: Gustav Willeit

Se penso a molti vostri progetti come Bad Schörgau, Kochakademie Schörgau ed anche le caserme dei pompieri vi è una forte attenzione alle superfici. Che rapporto avete con i materiali? Ce ne sono di preferiti?

Per il nostro modo di fare architettura la materia ed il suo aspetto sono molto importanti. Non abbiamo un materiale preferito, ma per ogni progetto cerchiamo di capire quale sia il materiale migliore. Cerchiamo di lavorare con esso secondo le sue regole costruttive per sfruttarne al meglio le possibilità e per valorizzarlo, facendo sempre una grande attenzione a come i materiali si evolvono nel tempo.

Quando abbiamo lavorato con il legno, ne abbiamo sfruttato la sua grande malleabilità. Si è utilizzato non solo come materiale costruttivo, ma anche come materiale decorativo. La sua peculiarità di essere tagliato e lavorato in piccoli elementi ci ha dato ad esempio la possibilità di creare un soffitto prezioso come quello della scuola di cucina Schörgau.

Quando invece abbiamo deciso di lavorare con il calcestruzzo abbiamo voluto esaltarne gli aspetti monolitici ed arricchirlo unendo al cemento aggregati speciali come frammenti di pietra locale. Questi fanno riflettere la superficie come la pietra delle nostre montagne.

Pedevilla Architects – Fire station in Versciaco ; Tirol, Province of Bolzano – South Tyrol, Italy – 2016 – photo: Gustav Willeit

Durante la vostra carriera avete partecipato a diversi concorsi di architettura, secondo voi qual è la miglior tipologia? Faccio un esempio: ristretto o aperto, fase unica o a più fasi.

Una soluzione interessante può essere il concorso a due fasi. Qui, nella fase iniziale, c’è una preselezione dei candidati in base a un book di presentazione. La giuria può valutare se il lavoro di uno studio può essere in linea rispetto a quello che cercano. Tutto questo senza che ci sia un grande dispendio di energie e di ore lavorative da parte degli architetti. Allo stesso tempo non è preclusa a molti la possibilità di partecipare.

Nella vera e propria fase di concorso, in cui si elabora una proposta progettuale, ci deve essere una corrispondenza tra la grandezza dell’opera ed il numero dei partecipanti. Così gli studi riescono ad investire il tempo necessario per formare una risposta adeguata.

Uno degli aspetti più importanti per un concorso, al di là della sua tipologia, è una buona composizione della giuria. Una giuria competente è infatti fondamentale per la buona riuscita di un concorso e questo è un aspetto talvolta sottovalutato.

Pedevilla Architects – Bad Schörgau – The Badl; Sarentino / South Tyrol, Italy – 2016-2017 – photo: Gustav Willeit

Adesso una domanda che non abbiamo fatto solo a voi, ma anche ad altri studi di architettura. Perché nelle zone del nord Italia che confinano con Austria e Svizzera ed in particolare nel territorio del Trentino-Alto Adige, è possibile trovare più facilmente, rispetto al resto del paese, studi di architettura di alta qualità?

Direi che ci sono delle ragioni sia di tipo economico che di tipo culturale.

Dal punto di vista economico, il territorio alpino ha subito un boom del turismo di montagna e dei suoi prodotti enogastronomici. Questo, unito ad un grande spirito imprenditoriale, è stato capace di valorizzare il nuovo interesse. Ha trasformato un territorio che fino a cinquant’anni fa era molto povero in un territorio ricco di opportunità. Qui si costruisce molto di più di quanto si costruisca in altre zone d’Italia.

Dal punto di vista culturale, nell’arco alpino l’importanza di preservare il paesaggio è molto presente da sempre. Il nostro territorio non è fatto di grandi centri urbani, ma di piccole cittadine e borghi immersi nella natura. Questo fa sì che la popolazione senta un grande senso di attaccamento e responsabilità per il proprio territorio e ha sicuramente un influsso positivo sulla qualità della produzione architettonica della regione.

Nelle Alpi ci sono splendidi villaggi e castelli, ma non c’è una tradizione architettonica così ricca come in gran parte del resto d’Italia. Questa situazione è spesso un vantaggio invece che uno svantaggio. Ci fa sentire liberi di sperimentare e allo stesso tempo più motivati a creare della bellezza con una nuova architettura.

Pedevilla Architects – Bad Schörgau – Cooking Academy, Sarentino / South Tyrol, Italy – 2016-2017 – photo: Gustav Willeit
[lab_divider title=”ULTIME INTERVISTE”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

Rifugio Zallinger: Hotel diffuso ad alta quota di noa*network of architecture

PHOTO:

Alex Filz

ANNO:

2017

Stefan Rier ci racconta il progetto e la costruzione di questo albergo collocato a oltre 2000 mt di altezza su un altopiano delle Dolomiti. 

INFO:

Tipologia : Hotel
Luogo: Seiser Alm/Alpe di Siusi, Saltria, 2054 m (I)
Cliente:Berghaus Zallinger, Luisa Schenk & Burger Markus
Architettura: noa* (network of architecture)
Interior Design: noa* (network of architecture)
Inizio lavori: Giugno 2017
Lavori completati: Dicembre 2017
Realizzazione: Ristrutturazione e nuova costruzione
Volume: 9.608 m3
Superficie: 1.870 m

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Stefan ci puoi raccontare del progetto Rifugio Zallinger?

Questo è stato un progetto molto particolare per diversi aspetti.

Il primo sicuramente l’iter burocratico perché siamo all’interno di un parco naturale; ci sono serviti circa due anni e mezzo per ottenere l’approvazione.

Un altro problema è stata la gestione del cantiere perché lavorando ad alta quota, ad oltre 2000 metri sul livello del mare, ti ritrovi con 20 cm di neve anche ad agosto.

A livello progettuale inoltre sapevamo che l’Alpe di Siusi è chiusa al traffico, ci possono transitare solo i clienti e gli impiegati degli alberghi. Insieme alla committenza credevamo che non fosse appropriato arrivare con le auto in queste zone. Abbiamo deciso che i clienti avrebbero parcheggiato a valle e che sarebbero stati prelevati con un appositi mezzi. Il garage che potevamo costruire per legge lo abbiamo collocato a valle, a 3,5 km di distanza. Insieme a tutti i proprietari della zona è stata firmata una lettera d’intenti per far lasciare le macchine degli ospiti in questo garage.

Nel disegno delle ante esterne ci sono tanti blocchi di legno massello appoggiati l’uno sopra l’altro che si ispirano alla struttura dei fienili. La scelta di queste ante ci ha permesso di avere delle facciate omogenee e di evitare le fastidiose superfici riflettenti dei vetri.

Anche la struttura portante del Rifugio Zallinger è in legno.

Sapendo che eravamo ad alta quota abbiamo deciso di fare delle camere di circa 22 mq nonostante questo ci avrebbe penalizzato con il numero di stelle dell’albergo.

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Puoi spiegarmi meglio questa cosa delle stelle?

C’è una legge europea per le stelle in cui hanno aderito un po’ tutti i paesi, mentre noi in Trentino-Alto Adige a seconda delle province abbiamo degli standard diversi.

In Alto Adige per un 4 stelle S servono 30 mq netti, mentre qualche anno fa ho fatto un progetto a Bormio dove per un 5 stelle S bastavano 21 mq. Anche per questo motivo ritengo la classificazione delle stelle ormai obsoleta e quasi nessuno dei nostri alberghi mette il numero di stelle sul loro logo.

In questo progetto le camere doppie sono di circa 22 mq, ben arredate, tutte in legno e con una particolare attenzione ai dettagli. Inoltre il contesto paesaggistico è bellissimo, anche questo aspetto credo sia importante per la valutazione di un albergo.

Zallinger Refuge – Alpe di Siusi (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1186,1358,1170″]

Casa ME di Ruinelli Associati

ANNO:

20132018

Due piccole costruzioni rurali sono state unite in modo invisibile per fare una abitazione. L’involucro esterno praticamente lasciato intatto si contrappone agli interni contemporanei.

House ME – Ruinelli Associati – Photo: Marcello Mariana

Ci può raccontare il progetto di Casa ME? – (Isola 2013 – 2018)

Casa ME si trova in un piccolo villaggio a 1800 metri d’altezza. All’origine la costruzione era un maggese con nessun particolare pregio architettonico. In questa zona le regole urbanistiche impongono che non si possa costruire niente di nuovo, ma solo trasformare ciò che c’è.

Lo stato preesistente non era in buone condizioni ed abbiamo dovuto fare diversi interventi strutturali. L’impianto ė diviso in due volumi distinti, il primo ė una stalla con travature in legno, il secondo una piccolissima cascina dove si faceva il formaggio.

Uno degli scopi del progetto era creare una connessione tra questi due volumi, ma non potendo costruire nulla di nuovo, abbiamo deciso di realizzare un collegamento sotterraneo.

La stalla al piano terra ha le superfici delle pareti intonacate invece al piano superiore sono state rivestite all’interno con doghe in massello di larice. All’esterno le pareti del piano superiore sono caratterizzate da delle travi tonde leggermente distanziate tra loro, perché in origine qui si trovava il fienile e quindi il luogo doveva essere ben areato ed asciutto.

Il tetto ė in piode, si tratta di una tecnica antica, dal granito si ricavano lastre che vengono spaccate manualmente ed installate a secco sulla copertura. Il tutto ė sostenuto da un orditura di legno.

House ME – Ruinelli Associati – Photo: Marcello Mariana

Nella cascina, sia al piano terra che nell’interrato, le pareti sono in calcestruzzo a vista, armato e vibrato. Il cassero ė stato realizzato con tavole grezze di 13cm per imprimere e rendere visibile la venatura del legno sul cemento bianco. Il pavimento di Casa ME ė spatolato a mano con malta di calce mescolata a polvere di marmo. Una volta realizzato è stato trattato con sapone di marsiglia e olio di oliva per creare una naturale protezione. All’esterno il muro è in intonaco di calce fatto a mano. Nella parte stondata si vedono sul prospetto dei piccoli buchi, che  corrispondono al camino interno. Mi piaceva creare una situazione dove di sera, quando il camino fosse acceso, i passanti potessero vedere la luce prodotta dal fuoco.

House ME – Ruinelli Associati – Photo: Marcello Mariana
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Armando Ruinelli: come reinventare le cose semplici

Armando Ruinelli: come reinventare le cose semplici

 

By Carlotta Ferrati & Andrea Carloni

Maggio 2019

Armando Ruinelli è stato più volte premiato con il Häuser AWARD e il Best Architects Award. Questa è un’architettura che per essere compresa richiede tempo e attenzione perché fatta di cura nei dettagli e sperimentazione delle tecniche costruttive. Nelle architetture di Ruinelli l’artigianalità diventa strumento di progettazione.

Armando Ruinelli – photo: Marcello Mariana – 2019

Lei ha eseguito diverse riqualificazioni; che rapporto ha con il preesistente?

Il preesistente ha a che fare con la memoria. Senza memoria è difficile sviluppare il futuro, per questo mi piace farmi influenzare da ciò che già esiste.

 

Nelle sue architetture due materiali ricorrenti sono il calcestruzzo e il legno. Ce ne può parlare?

Non ho pregiudizi nei confronti dei materiali, ma ho una preferenza per materiali come il calcestruzzo, il legno o il ferro, perché sono immediati e vivono il tempo. Per me è molto importante sapere che in futuro, quando diventeranno vecchi, saranno comunque belli. Un altro concetto a cui tengo è il rapporto tra materiale e lavoro dell’artigiano. Oggi sempre più assembliamo architettura più che costruirla. Io preferisco invece utilizzare quei materiali dove gli artigiani non si limitano semplicemente a montare una forma, ma possono e devono plasmarla.

Ruinelli Associati SA – Casa RM – Soglio – 2009

Ci può raccontare il suo metodo progettuale?

Parto dall’esistente. Cerco di capire per esempio se il paesaggio, la luce, il vento o una casa vicina mi comunicano qualcosa e mi danno una traccia da seguire. Mi interessa molto lo spazio vuoto, cioè quella parte del sito che non sarà edificata. Lo spazio pubblico per così dire. Inoltre non mi piace iniziare un cantiere finché non sono sceso nei dettagli con il progetto. Nel mio studio ancora oggi lavoriamo molto con i plastici fatti di carta, di legno, gesso o anche di lamiera. Mi fido molto più di un plastico reale che di un modello creato al computer. Spesso le inquadrature dei render vengono fatte da posizioni impossibili come a volo di uccello o simili e, anche se belle, nella realtà non saranno mai visibili.

 

Durante un progetto quando capisce che è il momento di alzare la matita dal foglio?

Questa percezione varia molto a seconda del progetto. Alcune volte si ha subito l’impressione di essere sulla giusta strada, in altri casi il processo diventa macchinoso. Quest’ultima situazione credo avvenga quando si insiste su una soluzione che non è quella giusta. Spesso accade che ci dispiace abbandonare quella che credevamo essere una bella idea nonostante l’approfondimento del progetto ci dica che non lo è.

Ruinelli Associati SA – Casa Me – Isola – 2013-2018

Oggi le nuove tecnologie legate ad internet stanno cambiando le abitudini sociali delle persone, ma se guardo le sue architetture mi sembrano distanti da questi avvenimenti. È una giusta interpretazione?

Mi interessa moltissimo capire le abitudini sociali delle persone e in che direzione ci muoviamo come società, però sono più interessato alle interazioni dove c’è uno scambio immediato. Per fare un esempio preferisco capire come realizzare un angolo dove leggere un libro, dove sedermi a parlare e bere un bicchiere di vino con qualcuno piuttosto che immaginare il luogo dove mi collego ai social media. Da un certo punto di vista credo che il mondo dei social sia entrato in funzione prima che noi avessimo ben capito cosa fossero. Per fare una similitudine è come le centrali nucleari che abbiamo messo in funzione prima di sapere cosa venisse fatto con gli scarti. Nel mondo dei social credo sia successa la stessa cosa, e molte persone hanno grandissime difficoltà a gestire questa realtà.

Ruinelli Associati SA – Casa Mh – val monastero – 2014

Le sue architetture hanno molti tratti in comune. Mi sto riferendo al contesto extraurbano e all’utilizzo di materiali naturali e spesso usati esaltando il loro aspetto materico. Anche nella sua committenza è possibile trovare dei tratti comuni?

Ho avuto la fortuna di avere molti committenti interessanti. Spesso sono persone con un certo impegno culturale. A me piacciono quei committenti dove si instaura un confronto sul progetto. Non mi piace quando il committente delega completamente tutto al progettista ed ė poco interessato ad instaurare un dibattito costruttivo. Di un progetto ė indispensabile conoscere il contesto, ma ė allo stesso modo importante sapere chi sono le persone che lo vivranno.

Ruinelli Associati SA – Casa Me – Isola – 2013-2018

Quando affronta un nuovo progetto ci sono dei valori o significati importanti che desidera sempre tenere presenti?

L’approccio ad un progetto ė sempre lo stesso. Il primo passo ė un ragionamento urbanistico, poi iniziò ad immaginarmi gli spazi, quello che vedrò da vari punti di vista e poi i materiali. Infine sento il bisogno di creare quello che in tedesco si dice Stimmung, che ha un significato molto più ampio di atmosfera o stato d’animo.

Casa RM – Ruinelli Associati SA – Soglio – 2009
[lab_divider title=”LATEST INTERVIEWS”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

American West di Emiliano Ponzi

AUTORE:

Emiliano Ponzi

ANNO:

2018

Nel 2018 Emiliano Ponzi ha passato 21 giorni on the road nella costa Ovest degli USA. Dal suo taccuino di viaggio è nata la raccolta di disegni “American West”.

Emiliano Ponzi – American West – 2018

In American West, uno dei tuoi ultimi lavori, rappresenti una parte degli Stati Uniti molto suggestiva; il tutto nasce da un tuo viaggio attraverso luoghi e ambientazioni leggendarie, descritte attraverso altri mezzi da Steinbeck, Hockney, ecc. Ci vuoi dire il perché tutto ciò ti affascina così tanto e hai deciso di approcciarti ad un lavoro di questo tipo?

Emiliano Ponzi – American West – 2018

La prima cosa che volevo fare durante questa vacanza era non disegnare su committenza; volevo ritornare alle origini, anche grazie alla bellezza dei paesaggi e dei luoghi che ho visto. Volevo farmi suggestionare dalla luce, dalle architetture, dalle ambientazioni naturali. Poi questo è diventato un lavoro su commissione, perché ho fatto vedere alcune immagini al creative director del New Yorker, mio amico, che mi ha subito chiesto di fare un Instagram takeover del New Yorker Art account per una settimana, pubblicando le mie storie e i relativi disegni . Tutto è nato dalla volontà di andare a disegnare qualcosa di diverso, e quindi ritrovarmi all’interno di ambientazioni molto caratteristiche; ad esempio, a Page in Arizona ho visto il più bel tramonto della mia vita, così carico di striature, di colori e nuvole impressionanti, oppure la luce che si riflette all’interno dei canyon, piuttosto che l’atmosfera di Los Angeles… In questo senso credo che il disegno sia un vettore di conoscenza del mondo, perché disegnandolo assimili in qualche modo ciò che hai di fronte, come quando uno scrittore riempie un taccuino di viaggio e scrivendo si porta via un pezzo di ciò che ha visto, perché non basta solo vedere, ma poi riuscire a raccontare nuovamente la propria esperienza.

[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Trasformazione di Casa HE di Wespi de Meuron Romeo

PHOTO:

Hannes Henz

ANNO:

2010

Un’antica colonica trasformata in una casa di villeggiatura dove rilassarsi tra le campagne delle Marche.

House HE. in Treia- Photo: Hannes Henz

Ci può raccontare il progetto della Casa he. a Treia nelle marche ?
E’ la casa di una famiglia che spesso per motivi lavorativi è in giro per il mondo ed il loro desiderio era avere un luogo, una casa, dove potersi incontrare per le vacanze. Questo era un vecchio casale parzialmente distrutto e vi erano diversi vincoli urbanistici da rispettare, in alcune parti non esistevano più i solai e si poteva vedere direttamente il tetto, in queste zone abbiamo deciso di mantenere tale visuale ed abbiamo creato dei doppi volumi. Le parti esistenti sono state lasciate prive d’intonaco invece quelle nuove sono bianche. Le pareti perimetrali erano tutte esistenti e ci siamo limitati soltanto a consolidarle.
Anche se l’abitazione sembra che abbia subito un lieve intervento, in realtà siamo dovuti intervenire a fondo per rispettare tutte le normative, in particolare antisismiche. Per fare questo abbiamo fatto un vero e proprio lavoro di taglia e cuci talvolta anche demolendo parti e ricostruendole sempre utilizzando materiali vecchi.

House HE. in Treia- Photo: Hannes Henz
House HE. in Treia- Photo: Hannes Henz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Atmosfere di Giacomo Costa

AUTORE:

Giacomo Costa

PHOTO:

Giacomo Costa

ANNO:

2018

LINKS:

Giacomo Costa

Questa serie di opere invecchiano lentamente nel tempo insieme a noi. Ecco alcuni fotogrammi.

Giacomo Costa – Serie Atmosfere, Timescape 10_275 – 2018

Ci puoi parlare della serie Atmosfere del 2018?

Si chiama così perché immagino un mondo privo di atmosfera come se fossimo nello spazio. Quindi non c’è più la densità dell’aria e nemmeno i suoni.

Il progetto all’inizio doveva essere una serie di inquadrature, poi lavorandoci ho deciso di trasformarlo in immagini che mutassero nel tempo.

Mi spiego meglio con un esempio, il cliente che acquista una di queste mie opere compra una foto retroilluminata con cornice, come se fosse un semplice lightbox. Nella realtà all’interno della cornice c’è un grande monitor ad altissima risoluzione e l’immagine giorno dopo giorno cambia leggermente. Accade questo perché quello che vediamo è un video fatto di 1000 fotogrammi e ne viene passato uno ogni diverse ore, se ne passasse uno ogni 24 ore servirebbero circa tre anni per assistere a tutta mutazione! Una città giorno dopo giorno crolla lentamente, oppure un vulcano erutta, questa opera nell’arco di vita del collezionista cambia insieme a lui.

Giacomo Costa – Serie Atmosfere, Timescape 12_350 – 2018

Private Garden di Giacomo Costa

AUTORE:

Giacomo Costa

PHOTO:

Giacomo Costa

ANNO:

2009

LINKS:

Giacomo Costa

Una serie ispirata al libro “Un mondo senza di noi” di Alan Weisman. La razza umana scompare all’improvviso, la natura si riprende il pianeta!

Giacomo Costa – Private Garden n.3 – 2009

Ci puoi parlare della serie Private Garden del 2009?

Questa serie riassume molte delle cose che ci siamo dette durante l’intervista.

In passato avrei sempre voluto rappresentare la natura, ma la tecnologia non me lo permetteva, finalmente nel 2008 arrivarono dei programmi che mi mettevano in grado di farlo.

L’idea di questo soggetto nasce dal libro Un mondo senza di noi di Alan Weisman. L’autore si immagina un mondo dove l’uomo all’improvviso si estingue e la natura in breve tempo conquista e cancella la sua opera come se non fosse mai esistito.

Noi crediamo di essere eterni ma in realtà siamo ben più deboli della natura che maltrattiamo costantemente.

Quest’opera diventa importante nella mia carriera perché è quella con cui sono stato invitato alla Biennale di Venezia del 2009.

Giacomo Costa – Private Garden n.5 – 2009

Emiliano Ponzi: l’uomo del presente narrato attraverso le illustrazioni

Emiliano Ponzi: l’uomo del presente narrato attraverso le illustrazioni

 

By Nico Fedi & Paolo Oliveri

Maggio 2019

Emiliano Ponzi è un grande illustratore italiano. Dai suoi disegni possiamo avere una visione sintetica e profonda sull’uomo di oggi. Le sue opere hanno conquistato le copertine di testate come il The New York Times, Le Monde e The Economist. La monografia The great New York subway map è stata pubblicata dal MOMA di New York. Ha vinto numerosi premi tra i quali l’International Design Award.

Nel tuo lavoro colpiscono molto il carattere metafisico e solitario dei soggetti delle illustrazioni. Ci vuoi dire da cosa derivano questi aspetti?

Ogni disegnatore ha il proprio tono di voce, il suo vocabolario con il quale si esprime e che sta sopra a tutto. A me piace molto restituire un aspetto di verosimiglianza, ossia né una forma astratta dove le cose non sono più riconoscibili né una mimesi totale della realtà. Grazie a questo aspetto metafisico riesco ad immaginarmi una cosa che è credibile ma non è vera; in questo senso mi affascina molto la linea di confine fra questi due aspetti. Tu hai citato la solitudine, ma forse è più una visione di “uomo al centro”, dove c’è sempre uno o più soggetti per catalizzare meglio l’attenzione, ai quali succede qualcosa di immaginario.

NY times book review cover – Emiliano Ponzi – dec 2017

Anche l’ironia è un tema al quale ricorri spesso per esprimerti. Pensi che nel periodo storico che stiamo vivendo approcciarsi a temi molto delicati tramite l’ironia possa essere un modo per sdrammatizzare paure e insicurezze?

Sicuramente si, anche se forse quella più esplicita riguarda più il mondo delle vignette da magazine, come possiamo trovare per esempio sull’Espresso o sul New Yorker. Nel campo dell’illustrazione, io ho uno stile un po’ ironico ma mai caratterizzato con un colore politico, perché la mia volontà è quella di comunicare in maniera più universale, piuttosto che andare a raccontare ciò che avviene quotidianamente. Ma l’ironia sicuramente è utile: ci sono diversi esempi anche piuttosto forti, soprattutto negli Stati Uniti, da quando Trump è al potere. Come spesso accade quando c’è una situazione lievemente autoritaria, l’arte è quella forma di espressione che produce di più, a dispetto di una società dove sembra tutto rose e fiori. L’ironia la trovo molto più efficace vista da lontano; quella su Trump negli USA la trovo molto più incisiva di quella fatta in Italia, perché essendo più distante riesco a riderci un po’ sopra, mentre fatico ad immaginare l’ironia nel nostro Paese, in riferimento alla situazione attuale.

D di La Repubblica  cover – Emiliano Ponzi – oct 2018

L’illustrazione, come l’architettura, nasce perché ha dietro una committenza. Quali sono le principali differenze, a tuo dire, fra i committenti italiani, come ad esempio Feltrinelli o Internazionale, e quelli stranieri come New York Times, Le Monde ecc.?

Fino a circa quindici anni fa, quando ho iniziato questa professione, le differenze erano molto evidenti in termini di approccio, tra il mercato statunitense e il resto del mondo, compresa anche l’Europa e quindi l’Italia. Negli USA vi erano già diverse scuole di formazione legate al mondo del graphic design, e quindi c’era già una storia, mentre da noi stava iniziando a nascere. Il divario era legato all’educazione all’immagine, e questo lo si percepiva soprattutto nella differenza tra le richieste fatte dal mercato USA rispetto a quello europeo. Oggi, con il mondo sempre più piccolo e connesso, molte differenze sono calate, anzi c’è una sorta di somiglianza. I pregi e i difetti adesso sono molto più visibili sulla singola persona, che non sul piano geografico.

AD Bacon Final – Emiliano Ponzi

Appena ricevuta una commessa, come ti approcci al lavoro? Come si svolge la tua ricerca e la successiva applicazione pratica?

Con i clienti che conosco già, entrambi sappiamo bene cosa posso dare e cosa chiedermi, evitando richieste che non posso soddisfare. Nell’ipotesi di un nuovo cliente e di conseguenza un nuovo lavoro, la prima cosa che faccio, ancor prima di mettere la matita sul foglio, è cercare di capire cosa si aspetta quella persona da me, capire se ha delle idee e fargliele esprimere, senza mai farsi dire cosa disegnare, ma bensì cosa vuole comunicare. Il modo con cui veicolare il messaggio è compito mio, dell’illustratore; altrimenti, rischia tutto di diventare troppo arte applicata. Certo, questo lavoro è arte applicata, ma nelle mie illustrazioni c’è tanto della mia personalità e del mio stile. Capire cosa vuole il cliente è la prima cosa, cercare di far convergere le visioni su quell’argomento è la seconda, dopo inizia il lavoro di studio, ci si documenta su ciò che non si conosce, per riuscire anche a riportare determinate atmosfere all’interno del lavoro. Faccio una ricerca molto iconografica, costruendomi una sorta di moodboard, cercando di capire i colori e le forme che ci sono e che mi interesserà utilizzare; in seguito mi approccio al testo per trovare alcuni slogan o parole chiave, in modo da riuscire a sintetizzare tre o quattro concetti base e su quelli costruire dei primi schizzi.

Charles Bukowski, Il grande – Universale Economica Feltrinelli – Emiliano Ponzi

Inizi il tuo lavoro con carta e matita, ovvero utilizzando strumenti classici, e successivamente trasferisci tutto sul supporto digitale, oppure direttamente con quest’ultimo?

Dipende molto; a mano libera, solitamente, non vado oltre uno schizzo di base a matita, che mi serve principalmente per fissare le idee, e non per definire gli elementi dell’illustrazione. In digitale disegno tutto in maniera più precisa, con le giuste proporzioni e dimensioni.

Robinson – La Repubblica – Emiliano Ponzi – oct 2018

Quando crei un’ambientazione, quanto sei influenzato dall’architettura e dal design che andrai a comporre? Hai dei riferimenti particolari?

Sicuramente c’è sempre un dato di referenza per l’architettura. Mi sono documentato molto, ad esempio su Antonio Sant’Elia fino ad arrivare all’architettura giapponese, o quella bellissima dei maestri svizzeri; ho dei libri che periodicamente vado a consultare in base alla circostanza. Per me i riferimenti in architettura diventano fondamentali quando mi devo approcciare agli interni; un ambiente interno, ben calibrato e progettato, ti fa evadere dalla banalità delle quattro mura. In particolare, sono molto affascinato dagli schizzi di Sottsass, dove ritrovo pavimenti, muri e colonne colorati con textures molto particolari; pochi dettagli, ma disegnati da un architetto e guardati da me con grande interesse e voracità, sicuramente arricchiscono moltissimo l’illustrazione.

[lab_divider title=”LATEST INTERVIEWS”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

Hotel Hubertus: Galleggiante tra Cielo e Terra di noa* network of architecture

PHOTO:

Alex Filz

ANNO:

2016

Una piscina sospesa nel vuoto e sorretta da tronchi d’albero fa nuotare il visitatore tra le montagne e a contatto con il cielo.

Hotel Hubertus- Valdaora (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Ci può raccontare il progetto dell’Hotel Hubertus che si trova a Valdaora, ai piedi del comprensorio sciistico Plan de Corones in Val Pusteria?

L’edificio era già esistente. Questi grandi tronchi di legno appoggiati all’edificio li abbiamo inseriti per ricordare la vicinanza al bosco.

Ovviamente il focus principale del progetto è la piscina. L’ospite che nuota galleggiando nel vuoto e con le bellissime montagne sullo sfondo ad un certo punto vede sotto di sé un pezzo di vetro che in teoria potrebbe anche crollare e farlo precipitare nel vuoto! Ovviamente mi piace scherzare però nuotare in questo monoblocco di pietra sospeso nel vuoto è molto emozionante.

Hotel Hubertus- Valdaora (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Strutturalmente com’è stata realizzata?

Il lavoro dell’ingegnere è stato molto complesso. La piscina in pratica non può muoversi più di un centimetro e mezzo perché altrimenti potrebbe smettere di funzionare il sistema del ricircolo dell’acqua.

Le colonne portanti sono in acciaio, rivestite con dei tronchi di legno, mentre la vasca è in cemento armato rivestito con piastrelle. In questa zona era fondamentale che la piscina fosse a tenuta stagna perché in inverno l’acqua ghiaccia e la presenza di infiltrazioni sarebbe stato un bel problema per la struttura.

Visto il grado di precisione richiesto complessivamente, questo progetto non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di bravissimi artigiani che amano cimentarsi su cose nuove e particolari.

Hotel Hubertus- Valdaora (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1186,1358,1170,1188″]

Landscape di Giacomo Costa. Il mare fatto di roccia

AUTORE:

Giacomo Costa

PHOTO:

Giacomo Costa

ANNO:

20122013

LINKS:

Giacomo Costa

Questi scatti di Giacomo Costa ci lasciano disorientati perché non permettono di capire la consistenza di quello che stiamo vedendo.
Acqua, montagne, magma? Il fascino di queste opere è proprio nel senso di incertezza che fanno nascere in noi.

Giacomo Costa – Landscape 1_2_5 – 2012

Ci puoi parlare della serie Landscape del 2012 – 2013?

La cosa che un po’ mi diverte di queste inquadrature è che molte persone guardandole ci vedono delle acque in tempesta, mentre io quando le ho disegnate le ho sempre considerate delle montagne! Nel tempo a forza di ascoltare l’opinione degli spettatori ho iniziato anch’io a considerarle dei mari, o meglio un mondo dove ormai non c’è più nulla e questo che vediamo è una sorta di magma innaturale in movimento.

Questa serie di opere rappresenta bene un concetto a me caro che è quello di usare la forza della fotografia e i programmi di computer grafica per portare le persone in mondi che non esistono. Queste opere sembrano quasi degli scatti fotografici, invece sono una realtà parallela costruita da me.  Lavorare su questo confine tra reale e irreale e lasciare nell’osservatore una prima sensazione di disorientamento è uno degli obiettivi del mio lavoro.

Giacomo Costa – Landscape 1_5_2 – 2012

Hotel Gloriette: Un Hotel da Viaggi nel Tempo di noa*network of architecture

PHOTO:

Alex Filz

ANNO:

2018

In questo piccolo boutique hotel i tanti riferimenti al passato diventano il sottofondo del nuovo. Il grande cilindro della piscina a sbalzo e i cubi delle camere sono stati innestati nel palazzo.

INFO:

Cliente: Famiglia Alber, Gloriette Guesthouse
Inizio lavori: Gennaio 2018
Lavori completati: Luglio 2018
Realizzazione: Demolizione e nuova costruzione
Volume: 6.400 mc
Superficie: 2.000 mq

Hotel Gloriette – Renon (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz

Ci può raccontare il progetto dell’Hotel Gloriette collocato sull’Altopiano del Renon?

Puoi arrivare sull’Altopiano di Renon direttamente da Bolzano con la cabinovia. L’hotel è un mini boutique hotel e la famiglia che lo gestisce lavora nel campo della gastronomia. Non avevamo molto spazio edificabile, quindi dopo una serie di valutazioni abbiamo deciso di inserire la piscina non a terra ma sul tetto.

L’Altopiano di Renon è un posto dove i bolzanini vengono sin dall’Ottocento per trovare un po’ di aria fresca rispetto a Bolzano. Qui si trovavano molte case stile secessione viennese o neoclassiche.

La scelta di disegnare i loggiati in facciata è stata fatta per trovare un legame con la storia e da qui siamo partiti per trovare una relazione con il presente. Per far questo abbiamo incastonato dei volumi su tutti i prospetti e la piscina sul tetto.

Hotel Gloriette – Renon (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz
Hotel Gloriette – Renon (BZ) – Italia – Photo: Alex Filz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1186,1358,1170″]

Casa RI – Wespi de Meuron Romeo

Casa RI – Wespi de Meuron Romeo

Una cosa vacanze con una corte interna e una splendida vista sul Lago Maggiore.

House RI. in Brissago – Photo: Hannes Henz

Ci può raccontare questo progetto?
È una casa vacanze costruita su un pendio che si affaccia sul Lago Maggiore. L’abitazione si sviluppa su 4 piani e l’accesso avviene dall’alto. Qui abbiamo lavorato sull’idea di avere un unico volume, di scavarlo per ricavare i vari spazi abitativi e i cortili interni disposti su più piani. Il concetto di massa scavata possiamo anche ritrovarlo nella composizione delle facciate dove la disposizione delle finestre sembra quasi casuale.

House RI. in Brissago – Photo: Hannes Henz

La struttura è stata realizzata in calcestruzzo lavato. È una particolare tecnica in cui poco dopo il getto viene asportata una parte superficiale di cemento e in questo modo l’inerte rimane a vista. Ci piaceva l’idea di avere un manufatto nuovo ma “già consumato dal tempo”.
All’interno invece abbiamo usato dell’intonaco grezzo tradizionale.
Per quanto riguarda la zona piscina, questa è stata progettata applicando la stessa filosofia: avere un unico blocco monolitico e scavarlo.

LATEST ARTICLES

Lo studio Wespi de Meuron Romeo parla di House GR sul Lago Maggiore

PHOTO:

Hannes Henz

YEAR:

2012

Questo progetto sembra un grande monolite di cemento posto sulle colline del Lago Maggiore che è stato scavato per costruire una casa.

Il progetto sembra un grande monolite di cemento posto sulle colline del Lago Maggiore che è stato scavato per costruire una casa.
House GR./ER. in S.Abbondio – Photo: Hannes Henz

Casa GR./ER. a S.abbondio sembra essere tutta in C.A. come è stata costruita?
Questa casa si trova a San Abbondio un paese sul Lago Maggiore. L’approccio progettuale è simile a Casa RI. che si trova anche lei sul Lago Maggiore, ma sull’altro versante. L’idea è quella di partire da un monolite e di sottrarre dei volumi per ricavare tutti gli spazi funzionali e le varie aperture.
Anche la loggia è stata ricavata sottraendo dei volumi dal solido iniziale. La loggia è stata concepita come se fossero un continuo degli spazi interni. Su i prospetti gli affacci hanno una disposizione apparentemente casuale ed a un primo sguardo non si riesce ben a capire l’abitazione quanti piani abbia.
L’ingresso avviene dal basso dove si trovano le varie camere. Attraverso la scala rettilinea è possibile salire all’ultimo piano dove si trova la zona giorno.
Per la struttura abbiamo usato un C.A. a vista e la casseratura è stata fatta con tavole grezze come si faceva una volta in modo da leggere l’impronta del legno.

Guardando le foto la maggior parte delle pareti sono in C.A. sia all’interno che all’esterno, come avete fatto per l’isolamento termico?
In realtà non è proprio così, i piani inferiori con le camere all’interno sono intonacati, quindi abbiamo potuto installare dell’isolamento sulle superfici interne.
All’ultimo piano tutte le pareti visibili dalla zona giorno sono in C.A. a vista ma se guardiamo bene la pianta, sfruttando i volumi, siamo riusciti ad evitare quasi sempre di avere una muratura con entrambe le superfici a vista. Soltanto in una piccola zona abbiamo dovuto usare una doppia parete con isolamento interposto.

Il progetto sembra un grande monolite di cemento posto sulle colline del Lago Maggiore che è stato scavato per costruire una casa.
House GR./ER. in S.Abbondio – Photo: Hannes Henz
[lab_divider title=”ULTIMI ARTICOLI”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:1358,1186,1188,1170″]

Aqua di Giacomo Costa. La terra senza gli uomini

AUTORE:

Giacomo Costa

PHOTO:

Giacomo Costa

ANNO:

20072011

LINKS:

Giacomo Costa

In questa serie di Giacomo Costa le città sono distrutte e sommerse dai mari. L’opera dell’uomo è stata annientata per tornare nelle mani della natura.

Giacomo Costa – Aqua n.4 – 2007

Ci puoi parlare della serie Aqua del 2007-2011?

Fra le mie opere è sicuramente quella che ha avuto più successo sul piano commerciale.
Il nome Aqua anche se sembra latino è un termine inglese con cui viene indicata l’acqua industriale.
L’idea della città, che per svariati motivi viene sommersa, in realtà non è mia, ma di una mia carissima amica che si occupa di statistica.

Dal punto di vista della tecnica rappresentativa sembra che per alcune opere sia stato usato un metodo diverso.

Sì esatto, infatti esistono due serie.
Nella prima serie non si vede la distorsione dell’acqua, ma si ha comunque una sensazione di oggetti immersi grazie all’uso di luci volumetriche che si chiamano caustiche.
Nella seconda serie invece viene usata un’altra tecnica; ho inserito queste città dentro dei volumi virtuali e poi le ho inquadrate tramite un filtro deformante costruito da me.
Se avessi fatto queste opere adesso, grazie all’uso di programmi più evoluti come Houdini, avrei potuto realmente immergere le città dentro un’acqua virtuale.

Giacomo Costa – Aqua n.10 – 2011

Intervista con Giacomo Costa: l’artista dell’era digitale

Un’intervista con Giacomo Costa: l’artista dell’era digitale

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Aprile 2019

Giacomo Costa è un artista nato a Firenze che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura. Tramite il suo lavoro cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto del nostro pianeta. Ha esposto alla Biennale di Architettura di Venezia ed al Centre Pompidou dove è entrato a far parte della collezione permanente nel 2006. La prefazione della sua monografia The Chronicles of Time, edita da Damiani, è stata scritta da Norman Foster.

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.

Inizio con una domanda diretta: sei preoccupato per il nostro pianeta?

Sì, direi moltissimo. Al centro del mio percorso d’artista uno dei temi principali è sempre stato l’ambiente.
Prima di fare l’artista passavo parte del mio tempo facendo l’alpinista e scalando montagne. Il forte contrasto tra questi luoghi incontaminati e potenti rispetto alle distorsioni della città era “uno schiaffo in faccia”. Questa contrapposizione mi ha fatto capire che la città è un luogo dove l’uomo è solo una parte marginale di un mondo caotico. Da queste riflessioni ho iniziato ad utilizzare i luoghi urbani come mezzo per raccontare l’uomo. Nel ‘96 quando ho iniziato questo lavoro d’indagine verso un mondo non più sostenibile le attività di ricerca scientifica conoscevano bene il tema, ma l’opinione pubblica e la cultura molto meno.

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.

Spesso nelle tue opere l’opera dell’uomo è contrapposta alla natura, quasi come se fosse una eterna battaglia tra bene e male. Perché?

Quando sei sulle montagne a scalare senti la potenza della natura e capisci che sei solo una sua piccola appendice; l’uomo è una sua componente che però è impazzita. L’essere umano, a differenza di tutti gli altri ospiti del pianeta, può influenzare l’ambiente e grazie alla tecnologia riesce ad abitare in luoghi altrimenti impossibili. Nelle mie opere la natura è vista come qualcosa di non umano e spesso si rapporta difficilmente con la città, l’emblema dell’uomo. Vorrei sottolineare che il comportamento della natura non è frutto di un disegno, ma semplicemente esiste e fa. L’uomo invece può programmare le proprie azioni e spesso attua delle scelte sbagliate. In sintesi la natura non ha una volontà mentre l’uomo sì.

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.

Il tuo lavoro non potrebbe esistere senza l’utilizzo del computer. Che rapporto hai con la tecnologia?

Come quasi tutti quelli della mia generazione sono sempre stato affascinato dalla fantascienza. Quando ero piccolo iniziarono ad essere commercializzati i primi computer; queste macchine mi attraevano molto.
Dopo sono passati molti anni e oltre a fare l’alpinista praticavo anche l’attività di fotografo. La mia volontà non era quella di interpretare la realtà bensì di manipolarla. Eravamo nella seconda metà degli anni ‘90 e finalmente grazie all’utilizzo di Photoshop potevo iniziare a modificare l’esistente.
Il computer è diventato l’estensione di me stesso che uso per esprimermi.
La cosa interessante è che il computer essendo uno strumento tecnologico si evolve e con lui cambia anche la mia arte.

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.

Che programmi usi per disegnare le tue opere?

All’inizio Photoshop, però dopo ho cominciato ad usare programmi di modellazione tridimensionale che mi permettevano di partire da zero. Ultimamente invece impiego programmi più avanzati che mi permettono di creare delle animazioni tridimensionali. Infatti le mie ultime opere sono delle animazioni.
Il programma che dopo anni di studi utilizzo di più si chiama Houdini e viene usato principalmente dall’industria cinematografica per fare effetti speciali.

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.

Credo che gli artisti abbiano la capacità di capire il presente e di anticiparci il futuro, quindi ti chiedo se il futuro che ti immagini per il nostro pianeta è diverso da quello che vorresti.

Allora, partiamo dal presupposto che io non ho molta fiducia nell’essere umano!
Il futuro che mi immagino è simile al nostro passato con un mondo dominato da aggressività ed interessi personali. Però è anche vero che adesso a differenza del passato è molto facile per le grandi masse accedere e conoscere i pensieri delle persone più illuminate. Velocemente possono nascere grandi movimenti globali che perseguono obiettivi positivi. Quindi da un certo punto di vista sono pessimista verso il genere umano, ma ottimista nel fatto che grazie alle nuove tecnologie possiamo diffondere e attuare pensieri positivi.
Una cosa molto importante è che tutti noi siamo chiamati in causa e il comportamento dei singoli individui può influire più di quanto si creda sulla sorte del nostro pianeta.  

Un artista che da oltre 20 anni indaga sul rapporto uomo-natura e cerca di sensibilizzare le persone verso il rispetto per il nostro pianeta. La prefazione della sua monografia è stata scritta da Norman Foster.
[lab_divider title=”ULTIME INTERVISTE”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

Bivacco Gervasutti: come costruire in luoghi estremi.

AUTORE:

LEAPfactory

ANNO:

2011

LINKS:

LEAPfactory

Il bivacco Gervasutti è un piccolo rifugio costruito in fabbrica e poi trasportato in elicottero in val Ferret, sul massiccio del Monte Bianco, a 2835 m di altezza sul livello del mare.

Stefano Testa fondatore insieme a Luca Gentilcore di LEAPfactory ci racconta la realizzazione del Bivacco Gervasutti

Si trattava di realizzare un edificio in un posto bellissimo dove la natura è l’elemento preponderante del paesaggio, ma anche il motivo di grande difficoltà tecnica. Utilizzando le tecniche classiche di costruzione sarebbe stato impossibile realizzare un edificio lassù. Questo non solo per la sua collocazione che è praticamente inaccessibile ma anche per le performance richieste a quell’altitudine e in quella particolare situazione geomorfologica. In più dovevamo confrontarci con una tradizione ferma agli anni ‘60 per questa tipologia di edifici.

Il primo problema che avevamo era il peso. Avevamo deciso che la costruzione doveva avvenire in fabbrica, a valle, e poi doveva essere trasportata, con un elicottero di piccole dimensioni, sulla montagna.
In termini di dimensioni l’edificio offre 30 mq di spazio abitabile e comprende uno spazio giorno con cucina e uno spazio notte che può ospitare 12 persone, più 2 d’emergenza. Il bivacco è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Il sistema fotovoltaico è in grado di alimentare l’illuminazione, le piastre di cottura, i ricambi di aria meccanizzata ed un PC collegato ad internet. Parlando di impatto ambientale l’edificio è stato montato in soli 2 giorni ed è ancorato alla montagna tramite 6 chiodi. Se un giorno dovesse essere rimosso rivedremo lo sperone roccioso così come lo abbiamo trovato.
Spesso ci piace usare l’espressione “abitare la Natura in punta di piedi”.

Per costruirlo abbiamo attinto a materiali diversi rispetto a quelli presenti nelle filiere dell’edilizia. Il guscio ha sia una funzione strutturale che di protezione termica ed è realizzato in composito di vetroresina. La stratigrafia è assimilabile a quella dello scafo di una barca di Coppa America. Tutta la parete compreso il rivestimento decorativo ha uno spessore di 6 cm. Grazie all’impiego di un isolamento termoriflettente, l’edificio ha un ottimo comfort abitativo, anche se privo di riscaldamento.
Questa tecnologia di derivazione aerospaziale riflette le radiazioni infrarosse, quindi
anche il solo calore del corpo dei fruitori viene sfruttato come sorgente termica.

LEAPhome: un nuovo modo di costruire raccontato dal suo inventore

AUTORE:

LEAPfactory

PHOTO:

LEAPfactory

ANNO:

2015, 2017, 2019

LUOGO:

Italia

LINKS:

LEAPfactory

LEAPhome rappresenta un nuovo modo di costruire, inventato in Italia da LEAPfactory. Ce ne parla Stefano Testa, uno dei due fondatori dell’azienda.

Come funziona Leaphome?
L’innovazione fondamentale di queste abitazioni sta nel processo. Queste edifici vengono realizzati con un approccio industriale. L’idea basilare, di non costruire “on site”, ci ha permesso di eliminare l’elemento meno ecologico del costruire tradizionale, ovvero il cosiddetto cantiere.
Rispetto alla prefabbricazione attualmente presente sul mercato che ha una percentuale di realizzazione in fabbrica del trenta per cento dell’edificio funzionante, per Leaphome siamo arrivati vicini al cento per cento.
Per farle un esempio dei vantaggi, da poco abbiamo finito un’abitazione di due piani in Valle d’Aosta. Per realizzarla, compresa l’installazione degli impianti e degli arredi principali, quindi per renderla effettivamente abitabile, abbiamo impiegato poco più di un mese.

Queste abitazioni che grado di flessibilità progettuale hanno?
Ripeto: la ricerca e la peculiarità è il processo. Leap Factory propone soluzioni costruttive che offrono un’estrema flessibilità sul piano della composizione architettonica e delle finiture. Per farle un esempio: nella scatola del Lego ci sono tanti pezzi che sono ricorrenti, ma li posso assemblare come voglio.

Potremmo dire che una casa Leaphome è un prodotto industriale?
Sì, esatto. Dietro a queste costruzioni c’è un enorme lavoro di ingegnerizzazione, pensato e finalizzato per una produzione seriale. I prodotti che tutti conosciamo sono, in maggior parte, prodotti industriali. Se così non fosse avrebbero costi inaccessibili alla maggioranza delle persone. In Leap partiamo dalle conoscenze e dagli obiettivi tradizionali della cultura architettonica e ingegneristica per sviluppare un sistema di costruzione adatto alle necessità contemporanee. In questo modo si sfruttano al meglio i materiali, le tecniche di produzione e l’organizzazione tipiche dell’industria. Leaphome è una “casa-prodotto”. Tutto a vantaggio della rapidità, della qualità finale, e soprattutto dell’ambiente: sia per gli aspetti di impronta ambientale che di salubrità dello spazio abitabile.

Intervista a Stefano Testa, fondatore di LEAPfactory

Intervista a Stefano Testa fondatore di LEAPfactory

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Aprile 2019

Stefano Testa è un architetto italiano. Ha insegnato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e alla Nuova Accademia di Belle Arti. Insieme all’architetto Luca Gentilcore ha fondato LEAPfactory, un’azienda che propone un modo nuovo di costruire.

Stefano Testa, insieme all'architetto Luca Gentilcore, ha fondato LEAPfactory, un'azienda che propone un modo nuovo di costruire.

Come nasce LEAPfactory ?

LEAPfactory è un’azienda che produce manufatti, voglio iniziare specificando questo. Leap nasce nel mondo del progetto, del design e dell’architettura; tutto è iniziato quando un gruppo di persone ha avuto l’opportunità di costruire il Bivacco Gervasutti sul Monte Bianco. Affrontare questa sfida è stata la nostra palestra. Da questa esperienza è nata Leap Factory Srl, un’azienda specializzata nelle costruzioni per il turismo sostenibile in ambienti naturali.

Stefano Testa, insieme all'architetto Luca Gentilcore, ha fondato LEAPfactory, un'azienda che propone un modo nuovo di costruire.

Poi cosa è successo?

Pochi mesi dopo la realizzazione del Bivacco Gervasutti abbiamo ricevuto l’incarico per costruire un intervento simile, ma di dimensioni molto più grandi: LEAPrus 3912, un eco-hotel collocato sul Monte Elbrus, nel Caucaso a 3912 m sul livello del mare. Questa stazione alpina ha 40 posti letto ed un ristorante con cucina; a differenza del Gervasutti che è completamente incustodito, qui ci sono persone che si occupano della gestione. Il sistema impiantistico è molto complesso, completamente off-grid e con temperature in inverno fino a -40 gradi.
Per gestire gli impianti ci sono tre PLC che analizzano costantemente i dati ambientali, le necessità funzionali e le fonti di energia disponibili.

Stefano Testa, insieme all'architetto Luca Gentilcore, ha fondato LEAPfactory, un'azienda che propone un modo nuovo di costruire.

Immagino che il passo successivo sia stato Leaphome.

Esatto. Dopo la realizzazione di diverse costruzioni in alta quota abbiamo capito che potevamo applicare la stessa filosofia per costruire edilizia idonea ad usi e luoghi più comuni.

Stefano Testa, insieme all'architetto Luca Gentilcore, ha fondato LEAPfactory, un'azienda che propone un modo nuovo di costruire.

Cosa viene chiesto oggi all’edilizia innovativa?

Autonomia energetica, non produrre rifiuti, soddisfare il comfort e la qualità abitativa richiesti oggi.

Secondo lei quanto tempo impiegherà il mercato ad accettare questo nuovo modo di costruire?

In passato ci sono stati diversi progettisti o imprenditori che hanno tentato un approccio simile di industrializzazione del processo di costruzione; ma non sono riusciti ad ottenere buoni risultati. Oggi però qualcosa è cambiato: agli edifici è richiesto sia dal mercato che dalle norme di legge di raggiungere elevate prestazioni. Prestazioni che riguardano la resistenza strutturale, l’isolamento termico e acustico, gli impianti tecnologici. L’edilizia tradizionale fa molta fatica a soddisfare tutti questi requisiti mantenendo costi accettabili. Sia economici che di peso sull’ambiente. I sistemi di costruzione tradizionali pur impiegando materiali di ottima qualità impiegano installatori che adattano e assemblano tutte le parti in cantiere. Questo limita la possibilità di raggiungere un livello qualitativo omogeneo ed ogni nuova costruzione è come se fosse un prototipo più che un oggetto frutto di esperienze consolidate e testate.

Nel mondo di Leapfactory l’architetto che progetta un’abitazione è ancora necessario?

La mia più grande ambizione è quella di riuscire a convincere i nostri colleghi progettisti che quello che propone Leap Factory sono semplicemente nuovi mattoni, adatti al futuro. Ovviamente ogni tecnologia pone vincoli ed anche la nostra ne ha. Il progettista deve capire bene la tecnologia specifica e sfruttarne al meglio i limiti e i gradi di libertà. Leap Home è un nuovo metodo di costruzione e vuole offrire un’alternativa ai progettisti che guardano al futuro con un’attenzione particolare al rispetto dell’ambiente. Leap factory propone un processo innovativo per cui farsi casa potrà diventare semplice ed efficace come comprare un automobile.

[lab_divider title=”ULTIME INTERVISTE”][lab_portfolio_items category_filter=”no” columns=”3″ pagination_type=”hide” portfolio_query=”size:9|order_by:date|post_type:,portfolio|tax_query:738″]

Jacopo Mascheroni ci parla del suo progetto Montebar Villa

ANNO:

Potresti raccontarci del progetto Montebar Villa?

Siamo in montagna su un terrazzamento sopra un vigneto, un posto bellissimo. Avevamo il vincolo del Comune che ci obbligava a fare tetti a falde di colore scuro. Abbiamo quindi pensato ad un oggetto che potesse essere piuttosto compatto dal punto di vista visivo. Abbiamo creato tre aperture sui lati con delle persiane a libro pannellate dello stesso rivestimento così che il pattern continuasse anche sulle persiane chiuse. Abbiamo preferito aprire completamente il lato sud, quello a valle per ammirare una vista panoramica bellissima. Stando seduti nella zona giorno non si percepisce la zona di terreno a valle e sembra di volare, si perde il contatto sul terreno, sembra di stare in ballo sul vuoto.

La difficoltà tecnica per costruire un edificio monolitico tutto rivestito è stata molto elevata, infatti abbiamo sondato tante strade e sentito diverse aziende. Tutte le facce dell’edificio sulla linea d’incontro hanno lo spessore  delle parti del rivestimento smussato a 45 gradi evitare che sormontassero tra loro. In più siamo riusciti a non avere nessun elemento che sporgesse in copertura.

A.G. House raccontata dal suo autore Rocco Borromini

AUTORE:
ANNO:

Puoi parlarci della A.G House?
A.G House in pratica è un tetto che contiene tutta l’abitazione. All’interno possiamo trovare un soppalco che affaccia sulla parte vetrate e sulla cucina del piano terra. Al di sotto del soppalco è presente una parte chiusa che ospita una camera matrimoniale ed un bagno.
Nel fare questo progetto volevo rispettare il legame con il territorio, ma allo stesso tempo soddisfare le esigenze dell’abitare contemporaneo. Per mettere in pratica questo, che potrei chiamare una “trasmutazione della tradizione”, ho iniziato usando i materiali che appartengono alla tradizione, per esempio il tetto invece che in lamellare è in massello di rovere.
Adesso ci troviamo in un periodo storico un po’ “strano” perché quasi nessuno cerca utilizzare un linguaggio che abbia un seguito rispetto a quello precedente; adesso molti provano a fare cose che non hanno nessun legame con il passato. Dal mio punto di vista questo approccio presenta almeno due problemi, il primo è che la poca consapevolezza storica difficilmente coincide con un progetto ragionato. Il secondo che viviamo in territori che hanno la solita matericità delle nostre case. Non è un caso che tutte le nostre costruzioni rurali siano in sasso, queste abitazioni che da tutti vengono ancora giudicate bellissime sono perfettamente integrate nel territorio cosa che spesso non accade con l’architettura moderna.
Delle volte guardando il paesaggio mi domando come sarebbe il territorio senza le case e quasi sempre la risposta è che sarebbe migliore. Credo che questo sia vero salvo per quelle zone dove ci sono le case costruite prima degli anni 60’.
Oggi a differenza del passato non si sente più l’esigenza di avere una casa che sia frutto di un processo culturale, oggi un’abitazione viene considerata bella se costa tanto, niente di più.

Coco di Larose Guyon

AUTORE:
PHOTO:
ANNO:
LINKS:

Coco è un omaggio a Gabrielle Chanel, notoriamente conosciuta come Coco Chanel. Negli anni ’30, divenne la prima donna a lanciare una collezione di gioielli. Chanel non uscì mai di casa senza le sue perle – le usò non solo come gioielli, ma come abiti da sera.
Coco di Larose Guyon evoca quell’intersezione elastica, elegante e meravigliosa di gioielli e luce. Come un filo di perle, i 10 globi di vetro soffiato a mano di questa lampada possono essere disposti in diverse configurazioni per adattarsi all’ambientazione in cui sarà ammirato. Il tocco finale di questa gemma luminosa è un contrappeso e un gancio che può essere aggiunto o spostato da una “perla” all’altra, fornendo tutta la flessibilità necessaria affinché la lampada si adatti al suo spazio alla perfezione. Fatto a mano da artigiani locali, il suo approccio artistico rende Coco un pezzo di arte luminosa, portando bellezza e poesia in ogni spazio. Dall’ottone al rame, al nichel e al nero fossile, con i globi che possono essere colorati a piacere, offre ai proprietari innumerevoli modi di possedere una creazione unica. In una metaforica incarnazione dello spirito di Parigino degli anni ’30, Coco impressiona con la sua leggerezza in contrapposizione alle sue dimensioni importanti, lasciando l’osservatore intimorito davanti alla grandezza della leggendaria Coco Chanel.

Peter Pichler ci racconta il progetto Looping Towers

AUTHOR:
PHOTO:
YEAR:

Nel progetto Looping Towers questa grande costruzione non ospita solo abitazioni ma tanti servizi, come campi verdi ed una pista da corsa. Il palazzo diventa una piccola città verticale e possiede degli spazi di aggregazione sociale. Questi concetti erano già cari a Le Corbusier.
Può essere una giusta interpretazione?

No. Secondo me Le Corbusier voleva dividere residenze e lavoro. Invece questo ospita destinazioni d’uso molto diverse, è uno spazio “multiuso”.
Looping Towers per noi è un progetto importante perché verrà costruito in una zona quasi abbandonata, una zona industriale in cui ci sono soltanto alcuni uffici e qualche casa. Il fatto interessante è che il progetto crea un nuovo motore per tutta la zona che lo circonda, un po’ come è successo a Milano per Fondazione Prada, nata in una zona che adesso ha un valore diverso rispetto al passato, grazie all’impronta che ha dato questo edificio di qualità. Nel nostro progetto non dobbiamo vedere solo l’edificio, l’idea base parte da considerazioni più ampie perché lo scopo è quello di rivitalizzare tutta la zona. Importante diventa creare una connessione con gli edifici e servizi già esistenti.
Il tutto si amplia anche con lo scopo di utilizzare sempre meno macchine, come avviene per gran parte del nord Europa, dove utilizzano per lo più treni e biciclette.

Guest House di Paul Kaloustian

AUTORE:
ANNO:

La Guest House fa parte dello Smart Campus, situato nel villaggio di Debet, nella provincia settentrionale di Lori in Armenia.
Lo Smart Campus è un mezzo per migliorare il legame della gioventù armena alla loro terra ancestrale in modo che vi possano condurre una vita prospera.
Allo stesso tempo, è un portale che li collega all’esterno per tenere il passo con i progressi del mondo. L’edificio nel suo complesso ha dovuto incarnare questi vari aspetti.
Questa struttura contemporanea è un passo verso la dimostrazione che possiamo migliorare le condizioni di vita e elevare le comunità.
L’architettura è un inno al paesaggio, la terra dell’Armenia.
Oltre la struttura principale del campus, una parete a strapiombo incastonata nel paesaggio discendente segna l’ingresso della foresteria. Il volume della parete prende importanza quando il visitatore entra attraverso il cancello. A sua volta, il volume si frantuma estendendosi verso il paesaggio che si dipana oltre la sua lunga facciata vetrata.

Testo fornito dall’autore del progetto.

Snug di Sanna Völker

ANNO:

I portacandele Snug di Sanna Völker sono fatti a mano da scalpellini che hanno padroneggiato il loro mestiere per quattro generazioni, risalenti al 1880. Tutti i pezzi sono realizzati con avanzi di pietra naturale, alcuni di 500 milioni di anni, scelti personalmente dalla stilista stessa da una cava in un piccolo villaggio di montagna nella provincia di Barcellona. Snug è un piccolo progetto autoprodotto che celebra l’artigianato locale, materiali di qualità e valore emotivo. L’ essenza del prodotto è il materiale stesso, espresso attraverso un design minimalista. La pietra è creata e plasmata dalla storia, attraverso il passaggio di continenti, mari e terremoti. Alcuni raccontano la loro storia attraverso strati a bande colorate, altri attraverso fossili. Ed è qui, nella loro pura variazione, che Snug trova la sua bellezza. Le due candele sono intrappolate dal materiale in quello che diventa un portacandele brutalista ma delicato. Snug è una storia di artigianato, sostenibilità e trasparenza. La storia dietro il design è tanto importante, e deve essere altrettanto bella, quanto il pezzo finito.

Casa Carezza di Monovolume

AUTORE:
PHOTO:
ANNO:

Nel progetto di ​Casa Carezza​ la tipologia costruttiva utilizzata sembra che usi il sistema a secco. Perché avete scelto questo metodo costruttivo?

Casa Carezza non è stata ancora costruita. Tutta la parte sopra la quota zero è in legno. Questo metodo costruttivo viene molto utilizzato in montagna, riprende la tradizione del come venivano costruite le case e anche dal punto di vista delle tempistiche è più veloce da realizzare. Per la struttura portante è stato utilizzato del legno XLamCasa Carezza è pensata per lasciare il legno XLam a vista all’interno. Poi all’esterno va messo un isolante e un rivestimento esterno in larice che è legno molto resistente.

Mirror House di Peter Pichler

AUTHOR:
YEAR:
LOCATION:

Il progetto Mirror Houses ha un linguaggio, sia per i materiali che per la forma, chiaramente contemporaneo. La scelta di utilizzare delle superfici specchianti permette di renderlo quasi mimetico rispetto ai campi di meleti che lo circondano.
In pratica ha dimostrato che quando pensata è possibile fare architettura contemporanea ben integrata nel territorio, senza per forza usare i materiali del luogo.
Che rapporto ha con il contesto nei suoi progetti? 

Il contesto è fondamentale.
Attualmente abbiamo attivi progetti in diversi paesi dove effettuiamo studi e analisi che vanno oltre il contesto fisico e immediato. Importanti diventano i parametri culturali, che influenzano fortemente i nostri progetti. La storia, il pensare delle persone, la tecnologia e la cultura sono fattori che devono essere necessariamente presi in considerazione durante la stesura del progetto. Cerchiamo sempre di prendere questi parametri e di reinterpretarli in modo più contemporaneo. In poche parole l’aspetto sociale e culturale del luogo diventa il fattore attraverso cui riusciamo a filtrare i nostri progetti.

“Meditation” la prima collezione di MZPA

BRAND:
PHOTO:
ANNO:
LINKS:

Ogni articolo di questa collezione unisce funzionalità, estetica e senso del tatto. Tra tutte le varietà di materiali disponibili abbiamo scelto legno di frassino e pelle morbida per questa collezione. Dopo tutto, sono i migliori in grado di dare un “senso del tatto” e l’emotività. Grande attenzione viene data in particolare alle superfici, in modo che siano piacevoli al tatto.

VM Desk

Progettato da Sergey Gotvyansky
La scrivania VM è una scrivania dallo stile elegante e casual, realizzata in legno di frassino resistente e durevole, con un look elegante e raffinato da “top manager”. I toni caldi e i dettagli in pelle rendono anche i flussi di lavoro più stressanti comunque confortevoli. Una caratteristica importante della scrivania è un organizer in borsa di pelle, l’idea principale è che in qualsiasi momento puoi semplicemente prendere una borsa con tutte le cose necessarie e andare, senza temere di dimenticare qualcosa di importante in ufficio.

Mod Shelving

Progettato da Alexey Haro
E’ un prodotto sia per l’arredamento di casa che ufficio. Con un aspetto contemporaneo, i ripiani offrono una grande varietà di diversi combinazioni e appoggi. Mod Shelving è fatta di tessuto, metallo e legno. La caratteristica principale di principale di Mod Shelving sono i suoi modul adatti per ospitare fiori, libri e documenti. Puo essere trasformata secondo i tuoi gusti: aggiungi alcuni ripiani in altezza o larghezza, cambiali o sostituiscili facilmente da uno scaffale all’altro. Mod Shelving è sicuramente sia un sistema di scaffalature decorativo che pratico.

Mild Chair

Progettato da Kateryna Sokolova
La sedia Mild, realizzata in legno di frassino e tessuto, ha un design elegante che combina funzionalità, ergonomia e piacere estetico, soddisfacendo allo stesso tempo tutte le esigenze per una buona seduta. La sedia Mild combina il carattere scandinavo con un fascino francese. Le linee leggere della struttura in legno sono equilibrate con un’ampia seduta morbida e uno schienale ergonomico che assicura un comfort ottimale. La sedia è leggera e si combina perfettamente con la scrivania VM.

Casa Knoll raccontata dal suo autore Werner Tscholl

AUTORE:
ANNO:

Potremmo dire che secondo lei, un buon progetto si riconosce quando riusciamo a raccontarlo in poche parole?

Le dico con pochissime parole Casa Knoll.
Da un vecchio manufatto del Medioevo in cui, un secolo fa, avevano messo un tetto provvisorio, abbiamo tolto il tetto e lasciato cadere nel rudere la luce. Al suo interno sono cresciuti degli alberi. Una volta chiusi gli alberi con dei vetri abbiamo ottenuto un luogo dove vivere.
Poche parole per spiegare il progetto, questo è l’essenziale. L’idea deve poter essere raccontata oggi, domani o anche tra 100 anni.
Può invecchiare il manufatto, ma non l’idea che ha generato il progetto.

Oberholz Mountain Hut di Peter Pichler e Pavol Mikolajcak

ANNO:

In Oberholz Mountain Hut, se visto in planimetria oppure dall’alto, si legge molto bene l’idea che un singolo volume progressivamente si trasforma diventandone tre. Com’è nata quest’idea? Può raccontarci il progetto?

L’idea parte sempre dal contesto.
Abbiamo fatto una analisi del luogo ed abbiamo visto che lì era possibile trovare molte baite che venivano costruite in legno, un materiale facilmente reperibile nella zona. Parlando di sostenibilità, questo rapporto che in passato le persone avevano con i materiali è molto attuale. Un’altra caratteristica del luogo è il “tetto a falda”. Partendo da questi elementi abbiamo deciso di rinterpretarli in modo contemporaneo. 
Per esigenze di progetto, dovevamo ospitare all’interno di uno spazio relativamente ristretto diverse persone, ma volevamo evitare di ottenere un “effetto mensa”; il nostro scopo era trovare una soluzione per riuscire ad ottenere degli spazi più intimi. Da queste riflessioni ed esigenze è nata l’idea di creare tre volumi progressivamente distinti che affacciano sulle montagne rendendole protagoniste. Così è nato Oberholz Mountain Hut.

Cantina Tramin: una chiacchierata con Werner Tscholl

AUTORE:
IMMAGINI:
ANNO:

Nella Cantina Tramin l’esoscheletro diventa protagonista del progetto. Perché questa scelta?

La Cantina Tramin ha circa duecento contadini come soci e per l’approvazione del progetto sapevamo che avevamo bisogno di un messaggio forte e chiaro in cui tutti si riconoscessero.
La cosa più importante era quella di far capire ai contadini che l’elemento fondamentale che loro utilizzano per fare il vino è la vite e l’esoscheletro che noi abbiamo costruito è la sua stilizzazione. Partendo da questo presupposto la vite diventa l’elemento costruttivo.
Durante la presentazione del progetto, già dalle prime immagini della struttura, tutti hanno riconosciuto la vite che circondava l’edificio e hanno approvato all’unanimità il progetto perché vi si riconoscevano.