noa* network of architecture: contro la noia dell’architettura

noa* – network of architecture: l’architettura intesa come network

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Maggio 2019

noa* è l’espressione essenziale di un’etica di lavoro concettuale: un giovane team di architetti e designer, diretti dai due fondatori Lukas Rungger e Stefan Rier con sede a Bolzano e Berlino, esamina ed esplora metodi di design interdisciplinari, che si sviluppano e si modificano in continuazione a seconda delle pretese progettuali.

Perché vi definite un “network di architettura”?

Nel periodo in cui io e Lukas eravamo da Matteo Thun, volevo costruire casa mia e chiesi a Lukas di aiutarmi in questo progetto. A questa prima esperienza si affiancò l’occasione di avere un incarico importante e da qui decidemmo di aprire uno studio insieme. Dovevamo trovare un nome allo studio, ma pensavamo fosse assurdo chiamarlo con i nostri nomi perché non avrebbe rispecchiato la verità. Ogni progetto è il frutto della collaborazione di molte persone, il cui assetto cambia a seconda delle esigenze richieste. Era chiaro che ogni progetto sarebbe stato conseguenza di un network di lavoro, allora ci siamo chiesti perché non chiamarlo semplicemente noa*, acronimo di network of architecture. Vedo noa* come una piattaforma in cui le persone interagiscono in modo olistico piuttosto che come un semplice studio.

Potresti spiegare meglio il concetto di “piattaforma”?

Adesso stiamo seguendo il progetto di un albergo abbastanza particolare perché possono accedervi solo le famiglie separate. Sono ammesse soltanto persone sole o con figli, non è permesso accedervi con il proprio partner. Le persone che frequenteranno questo hotel potrebbero aver perso il partner in situazioni molto spiacevoli come incidenti o simili. Questo è il motivo per cui una delle prime figure coinvolte, e con un importante peso decisionale all’interno del gruppo di lavoro, è stato uno psicologo che ci ha spiegato le esigenze di questo tipo di persone.  

Hotel Gloriette – 2018 – Photo Credit ©Alex Filz

Potresti raccontarci il vostro metodo progettuale?

Il primo passo è andare sul luogo. Poi ovviamente capire le necessità del committente. Tieni conto che noa* è specializzata in strutture alberghiere, quindi l’approccio che abbiamo è ben diverso da quello che potrebbe essere con un privato che deve costruire la propria casa.
Il primo elaborato che buttiamo giù, anche se può sembrare un po’ strano, non sono gli schizzi, ma un foglio excel con l’elenco delle necessità e delle funzioni da soddisfare. Solo dopo aver capito bene quello che serve iniziamo a fare schizzi e disegni al computer.

Rifugio Zallinger- 2017 – Photo Credit ©Alex Filz

Quello che mi hai appena descritto è l’approccio tecnico, ma guardando i vostri progetti è facile trovare dei messaggi forti e chiari.

Quello che diciamo sempre è che non vogliamo costruire degli edifici, ma delle storie. E ogni storia nasce dalla conoscenza del luogo. Molto importante è anche capire chi è il nostro committente e cosa si aspetta da noi.
Per farti un esempio, il progetto di cui ti stavo parlando, quello dell’albergo per famiglie separate, si trova a Sirmione e sul terreno c’è una vecchia costruzione in cemento armato, ormai abbandonata da anni. Col tempo la natura ha avuto modo di riprendersi i suoi spazi ed ha praticamente travolto l’esistente: l’acqua ha formato una sorta di stagno dentro la costruzione. Stando seduto in questo luogo sembrava di stare su un’isola circondata da alberi, dalla quale potevo intravedere il Lago di Garda. Nella stessa giornata sono andato a Sirmione ed anche qui per accedervi ho avuto la sensazione di arrivare su un’isola. Il significato di “isola”, ripensando anche alle discussioni avute con lo psicologo a proposito delle persone isolate, si stava facendo sempre più chiaro ed è così che è nata l’idea del progetto. Il progetto infatti non è un edificio ma una verde collina rigogliosa con alberi alti 10 mt che posso raggiungere attraversando un pontile.  

Hotel Gloriette – 2018 – Photo Credit ©Alex Filz

Leggendo tra i titoli di presentazione della vostra filosofia si legge: “noa* indaga contro la noia dell’architettura”.

Sì, questa cosa mi diverte ed è nata un po’ per scherzo, ma in realtà esprime quello che pensiamo veramente. Mi spiego meglio.
Nell’area mitteleuropea, in particolare in Svizzera oppure nel nord Italia, moltissimi architetti parlano di un’architettura “buona” quando questa è “pulita” ed io sinceramente questa pulizia dell’architettura non l’ho mai capita.
Nel nostro studio quello che cerchiamo in primis è di creare spazi che suscitino emozioni e non credo che l’unico modo per comunicarlo sia avere pulizia, ordine e rigore! A noi, in quanto esseri umani, piace anche ridere, divertirci, ubriacarci, fare l’amore e tante altre cose. Non dobbiamo per forza praticare una vita francescana come quella che ci suggerisce l’architettura cosiddetta “buona”!

Hubertus Pool, Hotel Hubertus – 2016 – Photo Credit ©Alex Filz

I social media e in modo più esteso il mondo della rete stanno cambiando profondamente le abitudini sociali delle persone.  In qualche modo, questi mezzi influenzano la vostra architettura?

Sì, sicuramente. Tutto il mondo internet ci influenza.
Dal punto di vista lavorativo la possibilità di lavorare con tecnologie BIM (acronimo di Building Information Modeling) aiuta molto. Inoltre nella presentazione dei progetti non usiamo quasi più render, ma facciamo uso di video. Noi abbiamo 40 anni, quindi siamo relativamente giovani, ma i ragazzi ancora più giovani che arrivano nel nostro studio hanno sempre qualcosa di nuovo. Circa ogni 5 anni ci sono delle evoluzioni importanti. Dal punto di vista dei social, Pinterest o Instagram ti permettono di fare facilmente ricerche nei campi più svariati. L’unico problema delle applicazioni è che tramite queste tutti diventiamo tuttologi. Quindi detto in altre parole, persone che non hanno professionalità vogliono e possono esprimersi al pari di quelle che il tema in questione lo conoscono veramente. Un esempio molto evidente è nel mondo della cucina dove ormai tutti sono cuochi.  

L’informatizzazione vi aiuta molto, ma i vostri progetti sono molto dettagliati. Come fate a seguirli?

Negli ultimi anni lo studio noa* è cambiato molto, siamo circa 20 persone ed abbiamo più progetti in contemporanea in alcune città europee. L’unica soluzione per gestire i progetti lontani è appoggiarsi a dei professionisti del luogo che possono controllare costantemente il cantiere, la parte relativa agli appalti e contatti con le amministrazioni.

Apfelsauna, Apfelhotel - 2016- Alex Filz
Apfelsauna, Apfelhotel – 2016- Photo Credit ©Alex Filz

Adesso una domanda che non abbiamo fatto solo a voi, ma anche ad altri studi di architettura. Perché nelle zone del nord Italia che confinano con Austria e Svizzera ed in particolare nel territorio del Trentino-Alto Adige, è possibile trovare più facilmente, rispetto al resto del paese, studi di architettura di alta qualità?

Qua in Trentino-Alto Adige abbiamo il grande vantaggio che tutti siamo bilingue o trilingue. Già questo ci permette di poter lavorare senza problemi su un territorio che va dal sud dell’Italia al nord della Germania.
Nel nostro caso in particolare all’età di 30 anni un committente ci ha affidato 3,5 milioni di euro per costruire un albergo. Questa occasione ci ha permesso di avere uno stipendio per diversi mesi e metter su uno studio. Da qui abbiamo anche iniziato a fare dei concorsi. Dico tutto questo per dire che in Trentino-Alto Adige c’è molta fiducia nei giovani e non devi per forza avere 50 anni per iniziare a gestire i primi lavori importanti.
Ultima cosa fondamentale è il fatto che in Trentino-Alto Adige esistono molte aziende di qualità eccelsa che amano cimentarsi in progetti nuovi e particolari.

Della burocrazia che mi dici?

Un grande problema che c’è in Italia sono le pratiche burocratiche per l’approvazione dei progetti. Per farti un esempio, qui in Trentino-Alto Adige, poco tempo fa abbiamo concluso il progetto d’ampliamento di un albergo e l’approvazione di tutte le pratiche ha richiesto circa 6 mesi, subito dopo abbiamo iniziato il cantiere. In alcune zone d’Italia abbiamo progetti analoghi che dopo 3 anni di iter non hanno i nullaosta. Credo che questa situazione sia spesso una responsabilità della politica che usa i progetti per la città in modo retorico come mezzo per accaparrarsi voti, non interessandosi veramente sul come fare per velocizzare i tempi di realizzazione. Spesso si limitano soltanto a fare dichiarazioni interpretabili. In Germania se un sindaco crede in un progetto perché vede delle prospettive per la città, lotta e si impegna concretamente perché venga portato in fondo. Se la solita cosa accade in Italia tutto ciò viene visto con sospetto e potrebbero anche aprirsi delle indagini per corruzione o peggio.
In Italia c’è anche il problema che spesso le leggi sono non chiare e comunque interpretabili, quindi i tecnici che devono firmare i nullaosta sono molto cauti perché hanno paura di eventuali azioni legali da parte dell’investitore.

A proposito di concorsi, cosa ne pensi di quelli di architettura?

Non credo siano così fondamentali per costruire uno studio. È molto più importante muoversi e fare pratica in studi importanti.
A noi sono serviti per farci conoscere, ma ormai è uno strumento che usiamo soltanto se il progetto ci “stuzzica”.
In studio siamo molto strutturati e le persone che lavorano da noi essendo dei professionisti devono essere ben pagate, per far questo dobbiamo avere un’impostazione aziendale e capire come vengono impiegate le varie ore di lavoro. Grazie a questo sistema sappiamo perfettamente quanto costa fare un concorso e come vengono impiegate le varie risorse. Nella media un concorso fatto bene porta via 800 ore ma può arrivare anche a 1400, come l’ultimo che abbiamo fatto.
Quando riesci a vincerlo hai un compenso di qualche migliaio di euro, se poi ti viene affidato l’incarico passano tre anni perché sia approvato. Quindi la mia domanda è: quando rientro nelle spese sostenute? Lascio a te la risposta!

Gloriette-2018-©AlexFilz
Hotel Gloriette-2018-Photo Credit © Alex Fitz

Quindi cosa consigli?

Nel nostro caso ci siamo specializzati e conosciamo molto bene il settore alberghiero. Un cliente che viene da noa* sa che può essere seguito in tutte le fasi che occorrono per la costruzione di un albergo, da quelle prettamente architettoniche e ingegneristiche a quelle di interior design, fino alla progettazione di ogni minimo dettaglio. Il sapere che noa* è una rete di professionisti specializzati in tutti i campi necessari alla costruzione del progetto rassicura molto il committente.

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Casa Eh: il progetto descritto da Luca Romeo

casa eh
ANNO:

2015casa eh

Casa Eh. è un intervento molto interessante che dimostra come spesso la capacità di togliere è il miglior mezzo per costruire. 

casa eh
Casa Eh. è un intervento molto interessante che dimostra come spesso la capacità di togliere è il miglior mezzo per costruire. 

Può raccontarci il progetto Casa Eh. a Feldberg, in Germania?

I committenti erano già nostri clienti che hanno deciso di trasferirsi dalla Svizzera in Germania, a nord di Berlino. La casa era tutelata e l’aspetto esterno doveva essere mantenuto. L’interno però era libero da vincoli. Quando abbiamo scoperto le vecchie murature in cotto già spizzate dall’intonaco abbiamo percepito il potenziale per fare un buon progetto.
Inoltre abbiamo valorizzato le murature in cotto a faccia vista che, dove necessario, sono state ricostruite o completate. Per effettuare le ricostruzioni abbiamo reperito i mattoni in cotto da vecchi edifici della zona; questa ricerca è stata abbastanza faticosa. Il pavimento è un betoncino a vista.
Uno dei committenti è uno studioso di letteratura ed aveva espresso l’esigenza di avere spazio per ospitare i libri. Le librerie che occupano circa 200 mq di superficie sono quindi diventate parte integrante del progetto Casa Eh.

Casa Eh. è un intervento molto interessante che dimostra come spesso la capacità di togliere è il miglior mezzo per costruire. 
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Wespi de Meuron Romeo Architetti: l’intervista a Luca Romeo

Wespi de Meuron Romeo Architetti: l’intervista che racconta come nascono i loro progetti

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

Aprile 2019

Lo studio Wespi de Meuron Romeo Architetti è stato fondato da Markus Wespi, ma nel corso degli anni si sono aggiunti anche Jérôme de Meuron e Luca Romeo. Negli ultimi due decenni lo studio ha realizzato molte abitazioni private, spesso situate in posti affascinanti, caratterizzate da una forte matericità e da un interessante approccio nella definizione degli spazi interni.

Lo studio Wespi de Meuron Romeo Architetti ci racconta come nascono i loro progetti caratterizzati da un'interessante approccio agli spazi interni.

In molti vostri progetti la texture delle pareti viene spesso valorizzata, ci può raccontare perché questa scelta?

Nella nostra architettura il materiale è molto importante.
Ci piace utilizzare materiali che sono direttamente collegati al territorio dove costruiamo. Anche se lavoriamo sul nuovo vogliamo comunque utilizzare materiali che hanno una storia.
Nel caso del calcestruzzo ci piace spesso utilizzare il metodo “lavato” o “bocciardato” in modo che si possa vedere la rugosità, creando un’atmosfera vernacolare.

casa eh
Casa eh. a Feldberg, Germania – 2015 | Photo: Jürgen Holzenleuchter

Gli intonaci che usate hanno un effetto molto ricercato, hanno delle caratteristiche particolari?

In realtà sono intonaci tradizionali come si facevano in passato. Al giorno d’oggi non è più così usuale da parte degli artigiani utilizzare queste tecniche, ecco perché sembrano insoliti. Di solito la lavorazione viene eseguita fresco su fresco, l’importante è essere presenti sul cantiere quando l’artigiano inizia la lavorazione in modo da definire insieme la resa estetica.

Casa Ri. Brissago, Canton Ticino, Svizzera – 2013 | Photo: Hannes Henz

Se penso al progetto di Casa Del. sembra che l’esistente non sia stato toccato. Che rapporto avete con il contesto?

Il contesto è sempre la base per il progetto.
In questo caso il preesistente era una vecchia stalla in montagna che doveva essere trasformata in una casa per le vacanze. Le normative non permettevano di modificare niente all’esterno. Quindi, anche grazie alle dimensioni generose dell’edificio, abbiamo deciso di costruire una casa dentro la casa. La scatola interna è di legno e vetro ed è stata inserita all’interno del rustico in pietra. Le pareti vetrate interne assicurano il comfort abitativo, ma ci permettono di vedere le vecchie pareti in pietra.

Rustico Del. a Scudellate – 2017 – Breggia, nel Canton Ticino – Svizzera | Photo: Albrecht Immanuel Schnabel

Nella vostra carriera avete fatto diversi concorsi, lo ritiene un valido metodo per fare architettura? Cambierebbe qualcosa?

Sicuramente è uno strumento valido per fare architettura ed è dimostrato che funzioni. È anche ovvio che la qualità architettonica non viene data solo dal concorso in sé, ma dai progetti che vengono presentati e dalle scelte della giuria.

Lei preferisce i concorsi ad invito o quelli aperti?

In Svizzera, per i lavori pubblici, sopra una certa soglia di investimento sono tutti aperti. Il concorso ad invito è usato principalmente dai privati, che dal punto di vista normativo non sarebbero nemmeno obbligati ad usarlo. Comunque entrambi i tipi di concorso hanno i loro vantaggi.

In Svizzera il concorso ad inviti da parte dei privati è molto diffuso?

In realtà non molto, ma sono ben accolti. È anche un motivo di rispetto nei confronti della committenza che in questo modo valorizza l’architettura.

Nei vostri progetti ogni dettaglio sembra studiato. Il cliente si affida a voi anche per la progettazione o scelta degli arredi?

Solitamente sì. Tendenzialmente cerchiamo di progettare tutto fino al minimo dettaglio, così da valorizzare gli spazi. L’arredo diventa parte integrante del progetto. Per farle un esempio nel progetto di Casa EH. abbiamo sviluppato la cucina ad isola che è stata costruita con lo stesso materiale delle pareti, inoltre le librerie, vista la notevole quantità che ci era stata richiesta, sono diventate un elemento importante del progetto.

Casa Eh. a Feldberg, Germania – 2015 | Photo: Jürgen Holzenleuchter
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JM Architecture: l’intervista a Jacopo Mascheroni

JM Architecture: l’intervista a Jacopo Mascheroni

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

March 2019

Jacopo Mascheroni ha iniziato la sua carriera professionale negli Stati Uniti e ha fondato il suo studio JM Architetcture nel 2005 a Milano.
Lo studio opera su varie scale di intervento sia per developers che per clienti privati, ed al momento è impegnato su progetti residenziali e di hospitality in diverse nazioni.
Ogni lavoro viene considerato come un’opportunità unica da cui ne risulta una soluzione su misura che incorpora una meticolosa attenzione per dettagli e per i materiali.

Jacopo Mascheroni ha iniziato la sua carriera professionale negli Stati Uniti e ha fondato il suo studio JM Architetcture nel 2005 a Milano.

Dalla tua biografia vediamo che hai una formazione internazionale. Cosa ha significato per la professione aver avuto una formazione di così alto livello?

Fin dall’inizio degli studi avevo voglia di viaggiare per aprire la mente e vedere cose nuove. Ho sempre avuto l’indole del viaggiatore e ho applicato lo stesso desiderio al mondo del mio lavoro. Da Milano sono partito per l’ “Ecole Nationale d’Architecture de Paris”; qui i professori mi hanno insegnato tanto e ho avuto l’opportunità di confrontarmi con un contesto internazionale. C’erano molti studenti scandinavi, spagnoli e portoghesi, scuole di pensiero diverse, è stato importante per l’apertura mentale. Ho studiato con un discepolo di Le Corbusier che applicava la teoria alla pratica in maniera veramente diretta.
Al ritorno in Italia mi sono ritrovato in una dimensione più piccola rispetto a quella di Parigi quindi ho deciso di ripartire per fare la tesi negli Stati Uniti.
Mi ha sempre affascinato l’architettura americana, soprattutto quella modernista degli anni 50, infatti già il primo anno di università avevo fatto ricerche ad Harvard. Ho sviluppato tutta la tesi alla “University of California” a Berkeley e poi l’ho discussa al Politecnico di Milano.

Hai iniziato la tua attività professionale lavorando in prestigiosi studi tra i quali quello di Richard Meier. Quanto ha influito sul tuo modo di fare architettura?

Dopo la tesi sono tornato negli Stati Uniti e ho iniziato a lavorare da “Stanley Saitowitz/Natoma Architects” a San Francisco. Qui ho iniziato la carriera professionale in un mondo totalmente diverso; c’erano architetture di tipo californiano, erano gli anni 2000, un momento magico. Quegli anni sono stati l’apice di tutte le società di dotcom, il nostro studio era sommerso da progetti di giovani che avevano comprato terreni sulle colline circostanti. C’era molto fermento in città ed era tutto molto coinvolgente.
Nel 2001 mi sono trasferito a New York nello studio di “Richard Meier & Partners” in cui eravamo circa 40 architetti. Potevamo arrivare ad un livello di perfezione del progetto molto alto. Lavoravamo insieme a tanti ingegneri e le consulenze erano a 360 gradi. Poter imparare il mestiere e confrontarmi con una realtà di questo livello è stato fondamentale per acquisire una tecnica progettuale ben precisa.

Com’è nato il progetto di Lake Lugano House?

È uno dei primi progetti ed è stato costruito sul lago di Lugano; è stata un’esperienza molto piacevole perchè abbiamo avuto completa libertà da parte dei committenti.
La struttura è costruita su un terreno molto piccolo e pendente sul lago. La forma della costruzione è particolare: è un poligono dai bordi arrotondati. Il terreno aveva una forma curva, era molto difficile da interpretare, ma ci ha dato l’ispirazione per la forma della struttura.

Lake Lugano House, Lugano, Switzerland.
Jacopo Mascheroni ha iniziato la sua carriera professionale negli Stati Uniti e ha fondato il suo studio JM Architetcture nel 2005 a Milano.

I progetti Montebar Villa e Jesolo Lido Pool Villa sono delle costruzioni prefabbricate, perché questa scelta?

Le strutture in legno o acciaio sono molto utilizzate negli Stati Uniti. Memore di questo background, ho sempre avuto nel DNA il metodo costruttivo a secco. Ha tanti vantaggi, sia dal punto di vista della tempistica che del controllo della qualità. Quelle prefabbricate sono strutture leggere, antisismiche e ben isolate. Una delle cose che ci piace di più è che il disegno esecutivo lo condividiamo e gira per quattro figure. Parte dal nostro studio dove noi facciamo da coordinatori, poi passa da colui che produce la struttura prefabbricata, dopo dai serramentisti e per finire da coloro che fanno la facciata.
Controlliamo tutto con il CAD, che ci consente di ottenere una struttura perfetta. Riusciamo a consegnare in cantiere la struttura in circa dieci giorni. Il giorno successivo il serramentista può iniziare a montare i serramenti dagli incastri perfetti, tutto si compone come un Lego. C’è un forte controllo sul progetto; una volta prodotti i disegni esecutivi tutto sarà esattamente come lo abbiamo progettato, potremmo anche non seguire direttamente il cantiere. Questo ci fa stare tranquilli e ci permette di realizzare dettagli studiati. Per far sì che tutto vada come previsto il team deve essere settato verso l’obiettivo finale.

MontebarVilla, Medeglia, Switzerland
Jacopo Mascheroni ha iniziato la sua carriera professionale negli Stati Uniti e ha fondato il suo studio JM Architetcture nel 2005 a Milano.

Com’ė il tuo approccio al progetto? Hai delle linee guida? In modo sintetico, potresti dirci come nasce un progetto di Jacopo Mascheroni?

Siamo molto fortunati perché abbiamo la possibilità di lavorare in posti diversi, da dove nasce un’ispirazione sempre differente. Non avere a che fare con la monotonia è la cosa più bella per un architetto: ci piace reinterpretare ogni cultura con delle linee contemporanee ed esprimere un linguaggio puro.
Siamo dell’idea che le migliori idee nascono se ci sono vincoli che invitano a pensare e a trovare soluzioni. Un po’ come succede nella settimana enigmistica: più è complesso l’esercizio, più la tua mente lavora. Per noi è peggio la troppa libertà. Quando un architetto deve progettare la propria casa, come ho fatto io, spesso si trova in difficoltà perché tutte le soluzioni sono possibili e non c’è una preferenza.
Per esempio quando abbiamo costruito la Montebar Villa il comune ci obbligava a fare un tetto a falde, ma i committenti volevano una casa trasparente come quella di Jesolo. A quel punto i committenti stavano per rinunciare alla realizzazione del progetto, ma li abbiamo convinti che saremmo riusciti ad ottenere comunque un’architettura contemporanea e così è stato.

Jesolo Lido Pool Villa, Jesolo Lido, Italy.

Secondo te l’Italia è un buon posto per fare architettura?

Sì, secondo me sì. Mi sembra un ottimo posto perché c’è bisogno di molta qualità nel nostro settore. Quando le persone vedono qualcosa di contemporaneo si soffermano ad osservare, vengono affascinate dalla struttura perché percepiscono una qualità alta.
In Italia oggi ci sono pochi posti su cui soffermarsi a dire “Wow”. Siamo abituati a vedere edifici storici in cui tutti i dettagli sono capolavori, spesso i nuovi edifici non hanno la solita qualità progettuale.
Il poter esprimere un edificio contemporaneo ben fatto e coerente nelle varie regioni come la Toscana o la Puglia è un qualcosa di speciale. È una cosa che non mi spaventa assolutamente. Il nostro problema è che non abbiamo più tempo per pensare come invece hanno fatto i nostri maestri di epoche passate. Il poter pensare è la cosa più bella che esista, è il lusso più grande che possiamo avere. 

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Rocco Borromini: tra contemporaneità e tradizione

Rocco Borromini: tra contemporaneità e tradizione

 

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

February 2019

Rocco Borromini è un architetto italiano laureato al Politecnico di Milano. Nei suoi lavori unisce al design contemporaneo l’utilizzo di materiali tradizionali fortemente legati al territorio. Ha fondato il suo studio a Sondrio, nel mezzo della Valtellina.

Rocco Borromini nei suoi lavori unisce al design contemporaneo l'utilizzo di materiali tradizionali fortemente legati al territorio.

Perché hai deciso di diventare architetto?

Non so bene il perché. Posso dire che ho sempre voluto farlo. In famiglia siamo sempre stati legati al mondo dell’arte e dell’arredamento. Soprattutto mia mamma che mi ha insegnato ad apprezzare il bello inteso come “bello filosofico”.

Se penso a S.V. House oppure ad A.P. House leggo delle linee contemporanee, ma i materiali che usi sono fortemente legati al contesto. Potrebbe essere una giusta interpretazione?

È una giustissima interpretazione. Sono due abitazioni molto diverse, ma il principio che mi ha guidato è sempre lo stesso.
Per farti capire meglio vorrei raccontare un aneddoto. Ho da poco terminato delle abitazioni in Toscana vicino ad Arezzo; prima di affrontare il progetto ho voluto capire la tradizione e le tecniche costruttive del loro territorio. Un giorno, verso il termine dei lavori, il titolare dell’impresa costruttrice ha esclamato “sembra che non le abbiamo quasi toccate”! Tieni conto che queste due costruzioni erano quasi distrutte e ricevere questo commento mi ha fatto capire che avevo raggiunto il mio obiettivo. In questo progetto abbiamo utilizzato solo materiali di recupero e dove possibile ho ricostruito le parti crollate. Dobbiamo avere rispetto del territorio che ci circonda.

Rocco Borromini nei suoi lavori unisce al design contemporaneo l'utilizzo di materiali tradizionali fortemente legati al territorio.

Potresti raccontarci i tratti salienti di come affronti un progetto?

In parte ho già risposto. Una cosa che comunque ritengo fondamentale è capire quali sono le aspettative del cliente e realizzare un progetto per cercare di fargliele vivere. Quello che vorrei veramente è un mondo migliore e credo che uno dei tasselli per raggiungerlo sia anche la qualità abitativa.

La maggior parte dei tuoi progetti riguarda abitazioni private; secondo te quali sono le esigenze fondamentali che un architetto deve soddisfare nel progettare una abitazione?

Credo che il presupposto fondamentale sia capire che per vivere bene servono poche cose e che tanti aspetti apparentemente complessi della contemporaneità sono più semplici di come sembrano. Se mi trovo in montagna e sono davanti al fuoco con un bicchiere di vino questa situazione crea un clima di convivialità eccezionale. Questa come altre situazioni credo piaccia più o meno a tutti perché da un certo punto di vista tutti cerchiamo le solite cose.

Secondo te con il passare dei decenni il modo di vivere l’abitazione è cambiato?

Sì, è cambiato moltissimo. Però alcuni valori o desideri sono rimasti, come ad esempio il piacere di riscaldarsi di fronte al focolare domestico.

Rocco Borromini nei suoi lavori unisce al design contemporaneo l'utilizzo di materiali tradizionali fortemente legati al territorio.

Se è cambiato il modo di vivere la casa, forse anche gli architetti hanno cambiato il modo di progettarla?

Beh, potrei dire che è cambiato il modo di vivere la casa anche perché gli architetti hanno cambiato il modo di progettarla! Oggi però troppo spesso il progetto dell’abitazione non aiuta le persone a desiderare di vivere la propria casa. Invece vivere la propria abitazione è fondamentale. 

Adesso una domanda che sto facendo anche ad altri studi di architettura. Come mai nelle zone del Nord Italia, in particolare quelle che confinano con Austria e Svizzera, è più facile trovare studi di architettura di qualità?  

Questo accade in particolare nel Trentino Alto Adige. Credo che in parte sia responsabile la politica che agevola questa situazione, mentre nel resto d’Italia sta diventando difficile fare qualsiasi cosa. Inoltre loro hanno ancora una linea di pensiero architettonico che da altre parti è scomparsa. Ultima cosa semplice ma fondamentale: hanno più disponibilità economica rispetto ad altre zone.

Secondo te esiste ancora uno stile italiano?

Architettonico direi proprio di no. Ad un certo punto è come se si fosse bloccato tutto. Negli anni 60’ diffondendosi così tanto la quantità, la qualità ha iniziato a mancare. Per farti un esempio che mi è rimasto impresso, da noi tutte le corti delle piazze erano fatte con un sasso della zona, ma negli anni 60’ le hanno ricoperte in cemento. Questo evento, come tanti altri molto più eclatanti, in buona parte è accaduto non perché le persone del passato avevano perso la testa, ma perché tutto quello che era tradizione ricordava il passato e quindi povertà. Adesso all’opposto invece c’è una ricerca verso le tradizioni e i materiali perduti.

Nei tuoi progetti c’è una forte ricerca della tradizione anche se inserita nel vivere contemporaneo. Che rapporto hai con gli aspetti più tecnologici?

Il comfort abitativo è ormai definito dalla legge quindi su alcune scelte sono obbligato dalla normativa.
Avere un’attenzione verso l’ambiente credo sia importantissimo, ma allo stesso tempo non credo si risolvano i problemi del mondo installando infissi con 10 strati di vetro!
L’eccessiva quantità di linee guida da rispettare rischia di snaturare il progetto. Credo che un architetto debba gestire lo spazio e che possa fare una bellissima costruzione anche se non ci sono, durante l’inverno, 35° gradi in tutte le stanze!

Il problema è che molte persone oggi non sanno bene cosa vogliono dalla vita, quindi cercano spesso le cose più strane non rendendosi conto che quello di cui avrebbero bisogno è proprio vicino a loro. Dormire sotto un piumino con la stanza fredda è molto più affascinante che avere la stanza calda. È un qualcosa di ancestrale, un piacere primordiale, sentirsi al caldo in un luogo fresco.

Rocco Borromini nei suoi lavori unisce al design contemporaneo l'utilizzo di materiali tradizionali fortemente legati al territorio.

La nostra intervista a Peter Pichler

La nostra intervista a Peter Pichler, giovane promessa dell’architettura internazionale.

By Andrea Carloni & Carlotta Ferrati

November 2018

Peter Pichler è un giovane architetto di origine italiana, ma di formazione internazionale. Nel suo curriculum può già vantare di importanti progetti che spaziano dal mondo delle installazioni fino ad arrivare a quello delle costruzioni di grandi complessi abitativi. È stato nominato “Talento emergente dell’anno” da Dezeen Awards 2018 e “Giovane talento dell’architettura italiana” dal Consiglio Nazionale degli Architetti.

La nostra intervista a Peter Pichler, giovane promessa dell'architettura internazionale.

Salve Arch. Pichler. Iniziamo con una domanda legata ai suoi studi.
Leggendo la sua biografia vediamo che ha studiato a Vienna ed in un’importante università della California. Una volta laureato con Zaha Hadid e Patrik Schumacher come relatori, ha lavorato nel loro studio e poi per un breve periodo con Rem Koolhaas. Solo in seguito a tutto ciò ha fondato il suo studio.
Una formazione di così alto livello, quanto ha influito sul lavoro che sta svolgendo oggi?

Dall’esperienza con Zaha Hadid ho imparato tanto, soprattutto come si lavora in un grande team.
Non è tanto lo stile architettonico che mi ha interessato, ma la struttura dello studio e come si gestisce un grande progetto. In un progetto di alto livello dobbiamo tener conto di molte variabili, come funziona la gestione, la collaborazione con un cliente e quella con i consulting, anche esteri.
Ho avuto modo di pensare all’architettura in modo diverso, è stato uno step molto importante. 

Il progetto Mirror Houses ha un linguaggio, sia per i materiali che per la forma, chiaramente contemporaneo. La scelta di utilizzare delle superfici specchianti permette di renderlo quasi mimetico rispetto ai campi di meleti che lo circondano.
In pratica ha dimostrato che quando pensata è possibile fare architettura contemporanea ben integrata nel territorio, senza per forza usare i materiali del luogo.
Che rapporto ha con il contesto nei suoi progetti? 

Il contesto è fondamentale.
Attualmente abbiamo attivi progetti in diversi paesi dove effettuiamo studi e analisi che vanno oltre il contesto fisico e immediato. Importanti diventano i parametri culturali, che influenzano fortemente i nostri progetti. La storia, il pensare delle persone, la tecnologia e la cultura sono fattori che devono essere necessariamente presi in considerazione durante la stesura del progetto. Cerchiamo sempre di prendere questi parametri e di reinterpretarli in modo più contemporaneo. In poche parole l’aspetto sociale e culturale del luogo diventa il fattore attraverso cui riusciamo a filtrare i nostri progetti.

La nostra intervista a Peter Pichler, giovane promessa dell'architettura internazionale.

Nel progetto Oberholz Mountain Hut, se visto in planimetria oppure dall’alto, si legge molto bene l’idea che un singolo volume progressivamente si trasforma diventandone tre. Com’è nata quest’idea? Può raccontarci il progetto?

L’idea parte sempre dal contesto.
Abbiamo fatto una analisi del luogo ed abbiamo visto che lì era possibile trovare molte baite che venivano costruite in legno, un materiale facilmente reperibile nella zona. Parlando di sostenibilità, questo rapporto che in passato le persone avevano con i materiali è molto attuale. Un’altra caratteristica del luogo è il “tetto a falda”. Partendo da questi elementi abbiamo deciso di rinterpretarli in modo contemporaneo. 
Per esigenze di progetto, dovevamo ospitare all’interno di uno spazio relativamente ristretto diverse persone, ma volevamo evitare di ottenere un “effetto mensa”; il nostro scopo era trovare una soluzione per riuscire ad ottenere degli spazi più intimi. Da queste riflessioni ed esigenze è nata l’idea di creare tre volumi progressivamente distinti che affacciano sulle montagne rendendole protagoniste.

La nostra intervista a Peter Pichler, giovane promessa dell'architettura internazionale.

Potrebbe raccontarci dell’installazione Future Space Pavilion che ha presentato al Salone del Mobile di Milano del 2018?

Future Space Pavilion è un’installazione progettata all’interno della corte dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con DomusGaia. L’edificio è prettamente rinascimentale e rappresenta quindi un contesto storico interessante con le caratteristiche tipiche dell’epoca: proporzione, geometria e simmetria.
La struttura dell’installazione è contemporanea e sostenibile, volevamo far vedere cosa si può fare con un materiale come il legno. La struttura permette un bel gioco di chiaroscuri durante il giorno, un gioco di luci e ombre. Per questo motivo abbiamo progettato delle panchine su cui sedersi per godersi la visuale.
Anche in questo progetto c’è un forte rapporto con la storia e la cultura. Il contesto, una corte del Rinascimento, diventa un qualcosa da reinterpretare in modo contemporaneo. 

Dopo questa risposta vorrei chiederle, com’è il vostro rapporto con la parte strutturale?

Fin dall’inizio del progetto coinvolgiamo gli ingegneri e cerchiamo di andare oltre la “classica struttura” . Per noi gli ingegneri non sono nemici, ma parte integrante del progetto. Lavorare in team è un punto di forza.

Adesso una domanda che non farò solo a lei, ma anche ad altri studi di architettura. Perché nelle zone del nord Italia che confinano con Austria e Svizzera ed in particolare nel territorio del  Trentino-Alto Adige, è possibile trovare più facilmente, rispetto al resto del paese, studi di architettura di alta qualità?

Le motivazioni potrebbero essere educazione ed istruzione.
Penso che nelle facoltà di architettura di Vienna o alla ETH di  Zurigo oppure in Germania il livello formativo sia molto più alto rispetto all’Italia. Queste università influiscono sull’architettura del presente. Nella zona ovest dell’Austria oppure ovviamente nella Svizzera possiamo trovare, oltre che agli studi internazionali, delle realtà più piccole ma di notevole qualità. Penso che questo sia in parte conseguenza delle università dove i progettisti hanno studiato. 
Le università italiane dovrebbero essere più internazionali. Mi viene in mente il Politecnico di Milano o La Sapienza di Roma come uniche università in cui si respirano influenze più internazionali. Le altre si concentrano troppo sul passato e poco sul futuro, sono troppo legate all’arte e alla storia. 
Nelle università dovrebbero tornare ad insegnare gli architetti che fanno l’architettura. Ad esempio, negli anni ‘70 e ‘80 tutto il mondo dell’architettura era a Londra e dalla AA School sono usciti architetti molto importanti. 

Nel progetto Looping Towers questa grande costruzione non ospita solo abitazioni ma tanti servizi, come campi verdi ed una pista da corsa. Il palazzo diventa una piccola città verticale e possiede degli spazi di aggregazione sociale. Questi concetti erano già cari a Le Corbusier.
Può essere una giusta interpretazione?

No. Secondo me Le Corbusier voleva dividere residenze e lavoro. Invece questo ospita destinazioni d’uso molto diverse, è uno spazio “multiuso”.
Looping Towers per noi è un progetto importante perché verrà costruito in una zona quasi abbandonata, una zona industriale in cui ci sono soltanto alcuni uffici e qualche casa. Il fatto interessante è che il progetto crea un nuovo motore per tutta la zona che lo circonda, un po’ come è successo a Milano per Fondazione Prada, nata in una zona che adesso ha un valore diverso rispetto al passato, grazie all’impronta che ha dato questo edificio di qualità. Nel nostro progetto non dobbiamo vedere solo l’edificio, l’idea base parte da considerazioni più ampie perché lo scopo è quello di rivitalizzare tutta la zona. Importante diventa creare una connessione con gli edifici e servizi già esistenti.
Il tutto si amplia anche con lo scopo di utilizzare sempre meno macchine, come avviene per gran parte del nord Europa, dove utilizzano per lo più treni e biciclette.

La nostra intervista a Peter Pichler, giovane promessa dell'architettura internazionale.

Le viene in mente qualche grande mutazione che le nuove tecnologie hanno portato nel vivere gli spazi architettonici? E se sì, il modo in cui viene affrontato attualmente le sembra sufficiente?

A seguito dell’introduzione delle nuove tecnologie la prima cosa che mi viene in mente, quando si parla di grande mutazione architettonica, è l’utilizzo dei nuovi materiali. Nuovi materiali non solo a livello statico ma anche di sostenibilità. Facendo un po’ una battuta, possiamo dire di essere nell’era dell’IPhone, ma le città per molti punti di vista sono ancora banali. Gli appartamenti esteticamente non cambieranno molto, ma le tecnologie renderanno le abitazioni più confortevoli e semplificheranno la vita.
Basta pensare alla tecnologia in 3D che consente la stampa diretta di materiali e strutture.Per fare un esempio, ci sono sempre più case che sono completamente stampate ed in nuovi materiali. Questi consentono un risparmio di forze e tempi.
Le città saranno città più intelligenti rispetto a quelle attuali in cui viviamo. 

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