THE TREE

MAG

2A+P/A: architettura come sistema di significati

Luglio 2020

NOME:

2A+P/A

INTERVISTA by:

Nico Fedi e Paolo Oliveri

LINKS:

2A+P/A

“2A+P” questa sigla è la formula che stabilisce il corretto dimensionamento di una scala

La nostra architettura assorbe e attinge da un universo poetico, teorico e culturale abbastanza eterogeneo ma molto circoscritto

è molto difficile entrare all’interno delle istituzioni pubbliche italiane; paradossalmente è più facile andare a insegnare in un college inglese.

Il problema del rendering, dal punto di vista dell’autore, è che nella costruzione dell’immagine sei costretto a descrivere la tua idea come già parte della realtà.

Matteo Costanzo e Gianfranco Bombaci lavorano insieme sin dai tempi dell’università, forti della volontà di fare architettura con un’attenzione particolare all’arte e il pensiero filosofico. Amano la loro città, Roma, dove hanno deciso di mantenere il proprio studio, senza emigrare all’estero, come invece hanno fatto molti colleghi. L’universo progettuale di riferimento di 2A+P è molto variegato ma al tempo stesso circoscritto: le figure cardine dell’architettura e il design degli anni ’60 e ’70 del Novecento sono i loro punti di riferimento.

2A+P/A è l’acronimo di arte, architettura e pensiero. Secondo voi cosa significano queste tre parole e come riuscite a tenerle insieme nel vostro lavoro?

La scelta del nome risale alle nostre origini. Eravamo un gruppo di amici formatosi all’interno della facoltà di architettura “La Sapienza” a Roma; col tempo, il gruppo è cresciuto e ad un certo punto abbiamo deciso di fondare una rivista, chiamata appunto “2A+P”; questa sigla è la formula che stabilisce il corretto dimensionamento di una scala, ovvero due volte la misura dell’alzata sommata a quella della pedata dovrebbe dare 63/64 cm. Quest’operazione aveva un significato particolare per noi: ci ha spinto a muoverci in maniera più indipendente senza fermarci a ciò che in quel momento ci veniva insegnato sui banchi dell’università, che a noi sembrava un po’ troppo riduttivo e per certi versi banale. La rivista giocava sul fatto che per noi l’architettura non era una semplice regola da applicare, ma un più complesso sistema di significati. Noi pensavamo appunto che potesse avere rapporti con l’arte e il pensiero filosofico; 2A+P quindi voleva essere una “base” di partenza per approcciarsi al progetto, visto che il sottotitolo era “rivista di progettazione”. A quel tempo eravamo un collettivo che aveva quel nome e non uno studio di progettazione, poi alcuni anni dopo abbiamo aperto il nostro studio associato mantenendo sempre la sigla 2A+P.

Biblioteca Lorenteggio

Come altri giovani architetti italiani, avete deciso di restare qua piuttosto che partire e lavorare all’estero, anche se avete molte relazioni fuori dall’Italia. Perché siete rimasti?

Quando abbiamo iniziato, il nostro gruppo era abbastanza nutrito; al momento, tranne me e Gianfranco, che siamo i due soci dello studio, gli altri se ne sono andati via tutti! Siamo rimasti per l’amore nei confronti di Roma, oltre che tutta una serie di questioni legate alle nostre vite personali. Fin dall’inizio, ci siamo sempre inventati dei modi per poter lavorare e fare ciò che ci piace, anche lontano dalla città; tutte le cose che abbiamo realizzato sono fuori da Roma e anche dall’Italia, come in Afghanistan, Spagna, Francia, ecc. Su Roma abbiamo un curriculum di progetti, concorsi e ricerche, ma non di attività professionali, anche se stiamo iniziando adesso. C’è bisogno di tempo!

Padiglione Orleans

Come si articola il vostro modo di lavorare?

Questa domanda può essere affrontata da due punti di vista. Il primo è legato alla natura operativa, e avviene quasi sempre in modi diversi, poiché dipende molto dalla condizione dello studio in quel momento. L’altro invece, ovvero la produzione dell’idea che abbiamo in testa, dopo tanti anni insieme possiamo dire di aver “costruito” una natura delle cose che facciamo, che ha delle ricadute negli studi che abbiamo svolto e nella sommatoria di una serie di interessi. La nostra architettura assorbe e attinge da un universo poetico, teorico e culturale abbastanza eterogeneo ma molto circoscritto; quest’universo quasi sempre ci da modo di trovare le risposte che cerchiamo. Noi crediamo in quella che viene definita “teoria della progettazione”: ogni volta che il progetto ci pone di fronte ad un problema, la teoria ci da gli strumenti per risolverlo dai diversi punti di vista, come quello formale, estetico, ecc. Gli elementi che ci aiutano sono riferiti a un universo di architetti e designer che provengono più o meno dallo stesso momento storico, ovvero tra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso; a partire da questo ci siamo interessati anche alla trasformazione di alcuni concetti nati in quegli anni e portati avanti negli anni ‘80; l’analisi di figure e collettivi quali Ettore Sottsass, Archizoom, Andrea Branzi, Superstudio è stata ed è per noi molto importante. Da questi progettisti attingiamo non solo per elementi di natura architettonica, ma anche in riferimento ad un universo di forme, oppure nella comprensione del rapporto uomo-natura.

Scuola Modigliana

Ci volete raccontare delle vostre esperienze di insegnamento all’estero? 

Ti rispondo a questa domanda riallacciandomi alla precedente. Noi viviamo a Roma, di conseguenza godiamo di questo contesto meraviglioso, ma al tempo stesso patiamo per tutte le difficoltà che la Capitale comporta. Per diverse ragioni, è molto difficile entrare all’interno delle istituzioni pubbliche italiane; paradossalmente è più facile andare a insegnare in un college inglese. Londra è stata in questo senso una città per noi molto ospitale. Dopo una serie di workshop e lezioni, e una mostra alla Architectural Association, Londra da quel momento è diventata un luogo familiare, dove il nostro lavoro è stato riconosciuto e abbiamo avuto la possibilità di instaurare un dialogo con quella comunità molto vasta.

Scuola Modigliana

Nei vostri lavori si da molta importanza alla rappresentazione dell’architettura, attraverso disegni molto colorati, plastici dettagliatissimi, collages, ecc, lasciando meno spazio a render fotorealistici e immagini troppo definite. Da cosa deriva questa scelta?

In architettura c’è sempre stato, ciclicamente, un avvicinamento-allontanamento al disegno come strumento di comunicazione e verifica di alcuni contenuti del progetto. Nel nostro caso, tutto nasce dalla fascinazione durante il periodo di formazione di alcune riviste e pubblicazioni degli anni ’60 e ’70, come Casabella, Lotus, Domus.

Questa osservazione e i ragionamenti conseguenti, ci hanno permesso di rielaborare un certo vocabolario visivo: abbiamo cominciato col riutilizzare i disegni a fil di ferro, l’assonometria, le sezioni prospettiche, gli esplosi assonometrici.

Sembrerà una provocazione ma dopo anni ci stiamo interessando nuovamente ai veri e propri rendering. Quando uno strumento diventa di massa, come oggi un certo tipo di disegni e collage, inevitabilmente l’intensità del messaggio tende ad esaurirsi.

Il problema del rendering, dal punto di vista dell’autore, è che nella costruzione dell’immagine sei costretto a descrivere la tua idea come già parte della realtà. Viene immediatamente eliminata la fase di astrazione del progetto e si entra direttamente in una vera e propria simulazione.

Questo ti costringe anche in una fase iniziale a una definizione “estrema” di qualsiasi scelta, che per alcuni linguaggi architettonici funziona molto bene, ma per altri meno. 

Un esempio, i progetti di Aldo Rossi renderizzati non avrebbero mai avuto lo stesso effetto e permesso al mondo di comprendere ciò che l’autore stava cercando di esprimere.

Biblioteca Lorenteggio

Ci volete parlare del progetto per la Scuola Modigliana?

Sul tema della scuola abbiamo lavorato molto. Alcuni anni fa abbiamo avuto la fortuna di realizzarne una scuola in Afghanistan, ed è stata una delle esperienze più toccanti della nostra vita professionale e non solo. Inoltre, abbiamo lavorato su diversi modelli scolastici, partecipando a vari concorsi; nel caso della scuola Modigliana avevamo una situazione specifica da risolvere. Dovevamo aggiungere un nuovo edificio ad un complesso scolastico già esistente. Abbiamo deciso di presentare un elemento molto compatto, per non impattare troppo sugli altri edifici scolastici; poi abbiamo pensato di utilizzare il tetto del nostro progetto come una sorta di stanza a cielo aperto e protetta da alti muri. Il progetto a tratti appare austero, l’organizzazione delle piante segue un sistema geometrico molto regolare, a noi piace addentrarci in forme semplici e compatte; la scala per accedere alla copertura diventa invece un elemento autonomo, esterno dell’edificio, che garantisce un uso della terrazza indipendente.

Scuola Modigliana

Ci volete parlare del progetto per la Biblioteca Lorenteggio?

La biblioteca è un progetto molto simile a quello della Scuola Modigliana, anche se il programma e l’aspetto finale sono completamente differenti, ma hanno degli elementi comuni. Il bando richiedeva la progettazione di una nuova biblioteca, la riorganizzazione dell’intero parco e una nuova piazza, e l’inserimento di nuovi servizi e funzioni di natura pubblica per rivitalizzare l’intera area. L’intenzione era di progettare un elemento che avrebbe vissuto e occupato il parco fornendo alla città una nuova infrastruttura; un grande porticato posto all’ingresso della biblioteca che incrociava un percorso trasversale del parco in continuità con la nuova piazza; una lunga panca tutta intorno all’edificio sul modello di quella di Palazzo Farnese a Roma, dove l’edificio non solo definisce lo sfondo di uno spazio, ma partecipa generosamente alla vita pubblica. Il progetto di per sé era un oggetto molto semplice e astratto, completamente rivestito da mattonelle gialle, mentre lo spazio interno aveva una grande stanza a doppia altezza popolata da oggetti e due ali organizzate su due livelli.

Biblioteca Lorenteggio

Ci volete parlare del progetto per la Cabinet of Curiosities?

Questo progetto ha una storia lunghissima. Inizialmente lo realizzammo per la Biennale di Venezia del 2012, dove con il gruppo della rivista San Rocco volevamo rispondere al tema di David Chipperfield “Common Ground” con un’installazione sul tema della collaborazione, invitando diversi autori a presentare due progetti realizzati in collaborazione con altri autori. Noi avevamo presentato due progetti: uno sviluppato assieme ad Andrea Branzi per un concorso, e l’altro invece l’abbiamo inteso come una collaborazione “impossibile” con un autore che noi amiamo molto che è Ettore Sottsass. 

Abbiamo scelto un disegno che noi conosciamo molto bene della sua sterminata produzione, che rispecchiava in pieno qualcosa che avremmo voluto fare. Dato che esiste solo questo disegno, noi abbiamo ultimato il progetto ipotizzando gli altri due fronti che l’immagine non fa vedere, ovvero un oggetto con delle strane proporzioni con una volta a botte nera e un titolo molto avvolgente, “Architettura Monumentale” , che non si capiva se era più una provocazione o un titolo serio. Non esiste un testo di questo progetto, ma fa parte di una serie di disegni presentati ad una mostra nella galleria Antonia Jannone di Milano nel 2003, dal titolo “Architettura Attenuata”. Abbiamo disegnato anche l’interno, immaginandoci cosa avrebbe potuto contenere; noi volevamo trasformarlo in una casa, dato che da un video su Sottsass, abbiamo scoperto che aveva fatto questo disegno sulla terrazza della sua casa a Filicudi di fronte al mare, e quindi ci siamo immaginati che questa casa avrebbe potuto essere lì. Il nostro progetto è stato selezionato per la Biennale di Orleans, e in quel caso si è trasformato in un padiglioncino per la città, mentre adesso è stato ricostruito come padiglione permanente nel Parc Floreal di Orleans, insieme ad altri padiglioni tra cui uno straordinario di Jean Prouvè.

Siamo rimasti per l’amore nei confronti di Roma

Noi crediamo in quella che viene definita “teoria della progettazione”

In architettura c’è sempre stato, ciclicamente, un avvicinamento-allontanamento al disegno

i progetti di Aldo Rossi renderizzati non avrebbero mai avuto lo stesso effetto e permesso al mondo di comprendere ciò che l’autore stava cercando di esprimere.

THE TREE MAG – The Fruits of Ideas